Se io scrivessi una frase del tipo “Valerio gli aveva preso le mani, lo aveva costretto a guardarlo, torniamo indietro, gli aveva detto, Giuseppe aveva alzato il mento verso di lui, piangeva“.

Voi potreste commentare: “eh beh?”

Eppure quella frase lì, che arriva a pagina 86, all’interno del capitolo/racconto Neve è dirompente.
Innanzitutto state conoscendo di più Valerio, uno dei protagonisti. E Giuseppe. Che ha fatto la guerra. E ama da sempre una donna, da lontano. E avete appena lasciato la Bice al bar, che ha aperto nonostante la nevicata colossale della notte. Ed è il concentrato del racconto: la cura gentile e rispettosa che Valerio presta a Giuseppe, partigiano sopravvissuto alla guerra, e che lo costringe a lasciare il letto e la donna che ami per andare a vincere l’ostinazione di un ottantenne di uscire di casa e seguire la propria routine in una mattinata che con una nevicata che le cronache ricorderanno.

La frase però vi dà l’idea della scrittura di questo esordiente, Roberto Camurri, scorrevole, ammaliante. Ah, niente virgolette per i dialoghi. Una scrittura moderna, innovativa e molto comprensibile. Va dritta al punto. Niente fronzoli, ma non è secca. Non fa male. Anzi. È semplice, ma è un semplice bello e confortevole. Come un vecchio maglione liso.
Ogni capitolo è un racconto. I racconti intrecciano vite e personaggi. Tutti legati in qualche modo tra loro, il nucleo è rappresentato dalle vite di tre amici: Davide, Anela e Valerio. Alcuni personaggi tornano (magari a distanza di racconti, il che non rende la lettura super fluida).
Si parla di vita, amicizia, amore, il valore della tradizione, i rapporti di vicinato, la gioia delle piccole cose e della routine. Soprattutto è un ritratto della provincia italiana a misura d’uomo: il bar di paese, il compagno di scuola, la commemorazione dei caduti che sono stati vicini di casa del padre, della zia o della cugina, i gesti quotidiani.

Per chi è questo libro? Per chi, come me, è cresciuto in provincia e sorride al ricordo del padre che giocava a carte con gli amici al bar. Per chi, come dice NN editore “adora cenare a base di salame, formaggio, pane e Lambrusco“. Per chi apprezza la tradizione, ma non la naftalina. Per chi si affeziona ai personaggi e preferisci i gruppi ai solisti.
Unica critica: questo romanzo non mi ha trasferito molte emozioni. L’ho letto con interesse perché i racconti sono incredibilmente narrati. Ma mi è rimasto meno di quanto mi aspettassi a livello emotivo.
Il paragone con Haruf (che ho trovato in alcune recensioni) non ci sta. Ma leggerò senza dubbio il prossimo lavoro di questo esordiente. L’inizio è molto promettente. Perché al di là delle imperfezioni, il libro merita di essere letto.

Non mi credete? Leggete il libro. E poi venite a dimostrarmi il contrario.

Patrizia Carrozza

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