Anno 1 | Numero 7 | Aprile 1998

Per Ausiàs March si può veramente parlare della scoperta, o della riscoperta, di un classico moderno, di un capolavoro sconosciuto.

Nato a Valenza nel 1400 e morto nella stessa città nel 1459, March era un cavaliere al servizio di Alfonso il Magnanimo. Combatté nelle campagne di Sardegna e del Nord Africa, ma trascorse gran parte della vita ad amministrare i suoi feudi. È autore di un monumentale canzoniere, di più di diecimila versi, che fa di lui il più grande poeta lirico del Quattrocento europeo. Già ben noto in vita, al punto da essere paragonato a Petrarca, la sua fortuna declinò con il tramonto della cultura catalana, alla fine del xv secolo. La valorizzazione internazionale di March non è avvenuta che negli ultimi decenni, ma la sua opera entrerà nel nostro canone occidentale solo quando uscirà dalla cerchia ristretta degli specialisti.

Un invito alla lettura di March dovrebbe sottolineare almeno tre aspetti. Anzitutto la sua lingua, una lingua senza metafore e programmaticamente a basso grado di letterarietà, ricca invece di comparazioni ispirate alla realtà quotidiana, che danno spesso alle sue poesie un’articolazione narrativa. Il lettore avrà la sorpresa di addentrarsi in un territorio sconosciuto, che sta giusto alle soglie della letteratura moderna, dominato da una voce poetica dura e potente. Un altro aspetto che dovrebbe colpire è la profondità concettuale, filosofica, che si apre dietro alle sue liriche: March è un vero poeta filosofo, e forse non si può parlare nemmeno più di poesia lirica in senso stretto dal momento che appaiono stravolti e confusi i confini stessi tra i generi letterari. C’è infine il March poeta d’amore: l’amore resta al centro del suo canzoniere, ma a differenza che nei suoi predecessori, dai trovatori a Dante e a Petrarca, esso appare ormai svuotato di responsabilità sociali, di finalità ultraterrene, di qualsiasi funzione modellizzante del comportamento. L’amore diventa, o torna a essere, un fine in se stesso, viene brutalmente ricondotto sulla terra e umanizzato, meglio ancora carnalizzato, con le sue pulsioni e i suoi paradossi. March sembrava avere incrinato per sempre la metafora centrale di tutta la poesia medievale, fondando sulle sue macerie una poetica tragica e senza illusioni.

Nella canzone che riportiamo nelle pagine seguenti, una delle più famose, il poeta si presenta pellegrino d’amore che ha come meta la sua dama: supplica tutti i venti di essere propizi alla navigazione, ma subito dopo immagina lo scatenarsi di un’apocalittica tempesta (il mare ribolle come una casseruola al forno). Tutti i viaggiatori invocheranno Dio; non lui, che fa voto di non venire mai meno all’amore. La morte gli fa paura perché la sua donna lo dimenticherà; e come per il cristiano la pena maggiore dell’inferno consiste nel non vedere Dio, per lui la pena più insopportabile, nell’altro mondo, sarà di non vederla. Nelle strofe finali il poeta si dichiara l’amante ad oltranza, disposto a tutto, nonostante l’amore non sia altro che un gioco d’azzardo.

Costanzo Di Girolamo

 

Vele e venti esaudiranno i miei desideri
per le strade temibili del mare.
Maestrale e Ponente vedo armarsi contro,
ma Scirocco e Levante arrivano in aiuto
con gli amici Grecale e Mezzogiorno,
implorando umilmente Tramontana
perché nel suo sbuffare li assecondi:
che tutti e cinque consentano il ritorno.

Bollirà il mare come un tegame al forno,
cambiando colore e stato naturale,
e darà segno di odiare ogni cosa
che solo per un attimo lo sfiori.
Pesci piccoli e grandi correranno a salvarsi
e cercheranno nascondigli segreti:
fuggendo il mare, dove nascono e vivono,
come estremo rimedio guizzeranno a terra.

Faranno voti tutti i pellegrini,
prometteranno molte offerte di cera;
il terrore farà rivelare segreti
che mai si sveleranno al confessore.
Io nel pericolo non vi dimenticherò,
farò anzi voto al Dio che ci ha legati
di non venire meno al mio fermo volere
e di avervi per sempre a me presente.

Temo la morte per non esservi assente,
perché amore è annullato dalla morte,
ma io non credo che il mio desiderio
possa finire per questo distacco.
Io ho paura che il vostro scarso amore
dopo che sarò morto mi dimentichi;
solo al pensarlo non ho piacere al mondo,
ma finché vivremo non credo che avverrà:

solo al pensare che non potrete amarmi
e che tutto si muterà in tristezza;
per me, costretto a uscire dal mondo,
la sofferenza sarà nel non vedervi.
Oh Dio! Perché non c’è un confine nell’amore?
Se ci fosse, io sarei li tutto solo:
o saprei allora quanto mi volete,
temendo e confidando nel futuro.

Sono io quell’estremo amante, secondo
solo a colui a cui Dio toglie la vita;
ma sono vivo, e non posso mostrare
tanto dolore come se morissi.
Al bene o al male di amore sono pronto,
ma purtroppo Fortuna non me ne dà occasione:
mi troverà ben sveglio, con la porta aperta,
e le darò un’umile risposta.

Voglio ciò che potrà costarmi caro,
questa speranza mi è conforto dei mali;
io non chiedo che alla mia vita manchi
un evento fatale: Dio me lo mandi presto.
Allora, non si dovrà più prestare fede
a ciò che Amore fa in altri e non in me:
il suo potere si mostrerà in atto,
le mie parole le proverò con i fatti.
Amore, io vi sento più di quanto vi conosca,
sicché il peggio di voi mi rimarrà;
più vi conosce chi sta senza di voi:
al gioco dei dadi vi paragonerò.

Da: Ausiàs March, Pagine del Canzoniere, a cura di Costanzo Di Girolamo, Milano, Luni (“Biblioteca medievale”), 1998.

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/ausias-march/

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