Anno 1 | Numero 9 | Giugno 1998

L’autore è certo il meno adatto a parlare del suo libro. Anche quando ha concluso la sua fatica, gran parte delle emozioni restano all’interno della storia che ha raccontato, impigliate forse per sempre in quella che è stata l’iniziale visione della vicenda. Saranno invece proprio i personaggi, una volta terminata la storia, a rivendicare la libertà di essere anche altro, poter vivere cioè concretamente quella oggettività (che certo non significa necessariamente qualità, ma semplicemente diritto a esserci), un diritto che ogni personaggio guadagna con non poca fatica durante tutto l’arco di quello che chiamiamo processo creativo. E questo, proprio a garanzia del lettore, che così può iniziare il suo personale attraversamento del libro, libero di stabilire limiti e connotati di una comunicazione che è e deve restare aperta, individuale.

Ora, per quanto riguarda la mia esperienza rispetto a questo libro in particolare, devo dire che il coinvolgimento emotivo è stato almeno il doppio e, quindi, per il lettore, doppiamente fuorviante se volessi troppo interferire con le mie interpretazioni.

Per questo proverò piuttosto a raccontare le emozioni, quelle che hanno preceduto e, alla fine, provocato il bisogno di raccontare questa storia. E stato il terremoto dell’80, quello che ha devastato l’Irpinia, a dare a me uno scossone, tanto forte da costringermi a scrivere. Quando, qualche giorno dopo quel terribile avvenimento, ho rivisto la casa che era appartenuta alla mia famiglia, dove ho trascorso la mia infanzia e parte dell’adolescenza, sono stati proprio i muri aperti, le crepe, gli squarci, a far venir fuori tutti i miei fantasmi, riproponendoli con tale forza e vividezza da spingermi a fissare sulla carta segni colori odori, incalzata da un timore oscuro e ossessivo, la paura di non poter più riafferrare e quindi di perdere, assieme alle pareti, alle pietre, alle cose, anche una parte determinante di me stessa. Così sono nati (o rinati) i miei personaggi, quelli cosiddetti reali e quelli metareali, i loro doppi tripli nomi, la loro capacità di esserci, di sopravvivere o restare solo semplici proiezioni della mente, comunque accomunati da una precarietà generale che fa da sfondo alle loro diverse vicende, e che non appartiene solo alla natura (a volte matrigna) ma alla sostanza dell’anima, alla fragilità che la compone e che la costringe, per non soccombere, a inventarsi un’eterna mobilità, e quindi a restare inafferrabile, che certo non sanerà un’uguale e sottesa richiesta di sensibilità.

Il mio coinvolgimento per questo libro è almeno il doppio, dicevo. E non solo perché affido a queste pagine la mia richiesta di comunicazione, ma perché confido che queste stesse pagine contengano la forza e la capacità di suggerire innanzitutto il mio sentimento di appartenenza a questi luoghi, ai fatti, alla gente che descrivono.

 

La bio nel 1998

Giuseppina De Rienzo è nata a Napoli, dove vive e lavora. Laureata in Lingua e letteratura inglese, s’interessa di letteratura comparata e didattica delle lingue. Oltre a racconti, articoli e saggi in giornali e riviste, ha pubblicato il romanzo La pianura del circo (1988, premio “Città di Atella” – opera prima) e la raccolta di poesie Eri tu cavallo (1996, premio speciale “Procida – Isola di Arturo”).

La biografia nel 2018

Giuseppina De Rienzo, napoletana, laureata in Lingue e Letteratura Inglese presso l’Orientale di Napoli, ha pubblicato i romanzi La pianura del circo (premio narrativa opera primaCittà di Atella”); Passo d’Ombre (selezionato al Premio Strega;  premio Insula Romana); La scirocca (finalista premio Argentario donna); Vico del Fico al Purgatorio (selezionato al Premio Strega  2008; premio Cilento); la raccolta di racconti Il mare non ha mai viaggiato (Manni, Premio Procida -Isola di Arturo – Elsa Morante, sezione “Com’è profondo il mare”; Terre di latte (2018) e, tra le raccolte di poesia, Laggiù la stregònia (2005). Ha collaborato a quotidiani e riviste scrivendo articoli, racconti, saggi.
Ha collaborato col Corriere del Mezzogiorno, edizione napoletana del Corriere della Sera. Attualmente scrive per il Mattino.
http://www.giuseppinaderienzo.com/

 

Una pagina da “Passo d’ombre”

Savina non rispose.

Il capomastro le trotterellava dietro, sbracciandosi. – È tutto pronto, la ruspa, gli operai, i picconi…

Affannando, seguendola passo passo, aspettava solo l’ordine per cominciare, saltellando, mantenendo il tono paziente. – Allora, che mi dite?

Ma lei, come se non avesse orecchie, come una mula testarda continuava in direzione del portone di casa. – Tornate domani – disse soltanto, senza voltarsi.

L’uomo abbassò le braccia. Era una pazzia non mettere mano ai lavori! lui non se ne faceva una ragione, proprio non capiva. E smaniando, per spiegare meglio, a grandi gesti ancora indicava le crepe che allacciavano i muri in una ragnatela arida, le tegole franate proprio in cima al tetto, e gli uomini, che senza più discorsi sedevano muti accanto ai picconi.

– Tornate domani – disse invece Savina, lasciando a un gesto della mano la responsabilità e i significati della risposta.

L’uomo la guardò perplesso. – Casa vostra se ne cade! – ricominciò a sbraitare, ancora lanciando occhiate alla ruspa che aspettava vicino alla cunetta, ancora mostrando i muri scalcinati i vetri rotti la selva al posto del giardino. – Una vergogna, anche per voi! proprio in piazza… – sconsolato, cercava di invogliarla con le case nuove, addobbate di plastica e alluminio.

– E poi, non ci fate perdere l’appalto… – il tono era di supplica mentre alludeva agli uomini in disparte, le facce scure. Che ne poteva sapere lei, dei fatti del paese! ricostruire era un affare sporco, una tragedia ancora più terribile del terremoto, al comune c’era la graduatoria, e oramai si scannavano per avere i soldi dallo stato e farsi la villa più bella. Non c’era più vicinato, tutti nemici, uno contro l’altro. Il paese? irriconoscibile. I paesani? cattivi. Sì, perché il terremoto li aveva fatti diventare altro che cattivi, lupi! ecco, lupo contro lupo! peggio della città, perché irpino significava proprio lupo… E lei doveva ringraziare il padreterno se la facevano costruire. Certo che non sapeva! anni e anni da quel maledetto giorno e ancora tante famiglie aspettavano nei prefabbricati. Là dovrebbero stare i politici, fargli passare la vita in quelle baracche di stagno, con l’afa d’estate e il gelo d’inverno; solo così si capisce che significa.

 

La buffa usanza di apporre più nomi al momento del battesimo le parve finalmente piena di significati, quasi una divisione per accrescere, un suggerimento a più modi esistere 

Il libro nel 1998

Giuseppina De Rienzo
PASSO D’OMBRE
Avagliano 1997, pp. 207
L. 18.000

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