Anno 1 | Numero 6 | Marzo 1998

BASHO (1644-94)

Vieni, andiamo,
guardiamo la neve
fino a restarne sepolti.

Profumo d’autunno –
il cuore si strugge
per la stanza dalle quattro stuoie

Vecchio stagno,
salto e tonfo –
una rana.

 

BUSON (1715-83)

Rugiada sul rovo,
spine
bianche pungenti.

Il mio villaggio –
libellule,
bianchi muri logori.

Profumo di susino
cinge
la luna.

 

YONE NOGUCHI (1875-1947)

Un tempio vicino alle nubi.
Scorrono giorni e pene.
Che sento, fratelli?

Il cielo lontano,
il bianco maroso a distanza,
e la vastità di Mondo e vita.

Le stelle cadute
risalgono in cielo?
Le rugiade sull’erba.

 

Mentre la poesia Occidentale s’inerpica e incespica, da sempre, nell’affanno del dicibile, nell’accumulo di denominazioni ed esplicazioni (un dire affannoso e turbolento, un dimenarsi ed esaurire ogni sentimento e sensazione e situazione), tutto ciò appare semplicemente estraneo al Giappone, terra di stuoie di bambù e ciliegi in fiore. L’Haiku – il componimento poetico tipico dell’antico/silenzioso ed ancora del moderno/ rombante/ industrializzato Giappone, diciassette sillabe appena suddivise in tre versi, è al contrario apertura all’indicibilità, breve movimento lungo il puro e semplice piano dell’essere naturale. Il sentire del piccolo arcipelago era ed è rimasto il pulsare esclusivo di stagioni e di climi (Luna d’autunno/ marea spumeggiante/ che arriva fino al cancello), l’alternarsi perpetuo di luna e sole, l’attesa di pioggia e neve, nel perfetto equilibrio di ogni elemento, nella più disarmante semplicità.

La poesia-via alla verità (Kado), come nell’insegnamento degli antichi maestri Zen, ed alla scoperta di sé come parte imprescindibile del Tutto-Natura-Universo, è essenzialità. E l’Haiku, baluardo di quell’essenzialità a noi sconosciuta, diciassette sillabe appunto, dai maestri Basho (1644-94) e Buson (1715-83) sino a Yone Noguchi (1875-1947) ed ai suoi Haiku in lingua inglese, composti fra i boschi della California e i grattacieli di New York, è lo specchio anzi è la durezza stessa ed insieme la morbidezza della Natura nel suo involversi e fiorire ciclico, il calco sillabico dell’inutilità e necessità del Suo procedere, levità che non è il soggiornare alla superficie dell’Essere ma l’addentrarsi, seppur timido, nel profondo e dinamico suo sommovimento. Qui la poesia raggiunge la vetta insperata della pura inutilità che è somma gratuità e dunque perfetta comprensione ed immedesimazione nel procedere e nell’essenza del mondo. Ebbene, l’Haiku, scarno e raccolto, comprensibile e misterioso come qualsiasi fenomeno naturale, non manca di incidere nel cuore la traccia che l’atteso rivolo di pioggia segna sulla terra essiccata da lunghi mesi di siccità, traccia quasi invisibile ma beata e commovente.

Elena Varvello

 

Poesie Zen a cura di Lucien Stryk e Takaschi Ikemoto, Grandi Tascabili Economici Newton

Diecimila fogli vaganti nell’aria, Yone Noguchi, Haiku giapponesi, Traduzione di Gabriella Rovagnati, Lanfranchi Editore.

 

Per approfondire:
http://www.treccani.it/enciclopedia/haiku/
http://www.exlibris20.it/haiku-gocce-di-notte/

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AA VV
Poesie zen
Newton Compton, 2018

A cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto
Introduzione di Rossana Campo

128 p., brossura
€ 4,90

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