Le stanze dell’addio di Yari Selvetella è la cronaca del viaggio nel dolore del lutto e della morte (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome) affrontato dallo scrittore dopo aver perso la sua compagna, mamma di tre bambini, a causa di una malattia tanto rapida quanto devastante.

I protagonisti principali sono  l’Autore, l’Uomo con i Baffi e il Giovane ragazzo del Bar e nella loro alternanza, a essere sincera, spesso mi sono persa, ma ho sentito quello spaesamento come necessario per potermi immedesimare, seppur in minima parte, in quello dell’autore e poterlo seguire nel suo labirinto di dolore. Un po’ come quando a Berlino si entra nel Giardino dell’Esilio del Museo Ebraico di Daniel Libeskind, e attraverso l’inclinazione delle verticalità di alberi e cemento si prova un senso fisico di smarrimento e instabilità, comune a tutti gli esiliati. Leggendo si viene catapultati lì, in un esilio di dolore da cui però si può uscire affermando il proprio diritto alla vita, che è diritto ad amare.

E in fondo Yari è stato improvvisamente e imprevedibilmente esiliato in una terra fino ad allora sconosciuta, senza null’altro che il suo dolore, unica bussola nel disorientamento di una sofferenza enorme e potente, un insaziabile Minotauro che pretende ancora e ancora dolore.

Ma ciò che veramente ho amato è stata l’assenza  di una domanda: mai, in tutto il libro, ci si chiede “Perché? Perché a me/noi?”. Questo è un atteggiamento raro quanto prezioso, spiegabile credo con la forte connessione alla vita dello scrittore e, mi è sembrato, della sua splendida compagna. Solo chi è davvero vivo sa nel profondo della coscienza (senza in realtà neanche averne consapevolezza) quanto la morte e la vita siano legate.

Mi ha ricordato quando, nella mia esperienza di counsellor, mi sono trovata ad accompagnare una mamma ad affrontare il dolore per la morte del suo bambino dodicenne (all’epoca coetaneo del mio). Era una donna che definiremmo semplice e , come spesso succede in queste persone, di una saggezza innata. Neanche lei nei nostri incontri chiese mai “Perché?”. C’era in lei un senso di accettazione della morte che ha solo chi ha profondamente accettato la vita, il che non esclude assolutamente il dolore della perdita e della mancanza, ma lo colloca in una dimensione umana e quindi universale, e in quanto tale ci indica la direzione per uscirne.

Credo che questo approccio alla morte, in una società che la esibisce ma nello stesso tempo la nega profondamente, rappresenti un piccolo punto di luce che indica una strada. Almeno per me.

Monica Regnoli

 

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