06 luglio 2017

La guerra in casa_Luca Rastello

Qual è l’algoritmo della memoria? Può uno sguardo, una voce, una parola o un’emozione essere la risposta che cerchiamo nella rete infinita di dati che compongono il nostro vissuto? Vorrei poter attingere ai miei ricordi inserendo delle keyword e aprire con quelle chiavi i cassetti della memoria. Sbirciarci dentro, e ritrovarmi. E ritrovarti, Luca.

Si sa, affinché una qualsiasi ricerca conduca a risultati efficaci è essenziale un’accurata selezione di parole chiave. Ecco, partirei da qui. Ti cercherei alla voce ‘amico’, ma anche ‘maestro’ e ‘compagno di viaggio’ e poi, giusto per farti incazzare, digiterei nella mia ideale finestra di ricerca anche la parola ‘intellettuale’.

Invio le mie chiavi e aspetto le risposte.

Al primo posto, senza troppi giri di parole, la tua voce in grassetto sottolineato che rimanda al mittente l’offesa più grande: “Intellettuale lo dici a tua sorella!”

Provo ad aprire la pagina e trovo una classe di giovani holdeniani entusiasti e un po’ sbruffoni ammutolita di fronte al tuo sdegno. Avevi un bagaglio di conoscenze che ammaestrava con voce semplice le nostre inquietudini. Sapevi sciogliere i nodi complessi della politica internazionale svelando interessi e connivenze, ne raccontavi gli intricati retroscena trasformandoli in narrazioni avvincenti. Amavi i Balcani in ogni loro espressione: il cibo, la grappa, la letteratura. E amavi parlarne, mentre io amavo ascoltarti. Un affabulatore, un professionista della narrazione, un imbonitore di anime curiose. Uno scrittore, un giornalista, un saggista. Insomma, qualunque cosa. Ma non un intellettuale: troppo infarcito di certezze, troppo lontano dalla vita.

Il secondo risultato è la tua Uno color carta da zucchero che percorre le strade accidentate della ex Jugoslavia con a bordo noi quattro. Tu il maestro e noi tre gli allievi, in viaggio attraverso paesi bombardati, ponti crollati, paesaggi desolati, frontiere, dogane, incontri emozionanti e fughe da pericoli improvvisi. Tu alla guida che racconti di elfi e di Islanda, noi che ascoltiamo rapiti. “Un paese è salvo finchè c’è magia, che è innocenza, che è come essere bambini” dici. Poi ti guardi intorno, indichi il paesaggio devastato dalla guerra “Qui hanno dimenticato che gli elfi esistono, e che non bisogna infastidirli”. Io che ti chiedo di ascoltare Fossati, tu che detesti le consonanti trascinate che puntellano i versi delle sue canzoni, io che insisto, tu che lanci la cassetta dal finestrino della tua Uno color carta da zucchero. Io non ti ho mai perdonato quel gesto.

E poi ci sei tu, al terzo posto tra i risultati più rilevanti della mia ricerca. Anzi non ci sei.

È l’8 luglio del 2015, sono al Monumentale di Torino. Arrivo dal lavoro, accaldata e senza fiato. I dolori alla schiena sono insistenti, ma non ci bado. C’è tanta gente… me ne rallegro. Poi scopro con un certo orrore che ci sono diverse sepolture, ingressi distinti, invitati separati. Ti aspetto all’ingresso principale. Ci sono alcune facce note. Meno di quante mi aspettassi. Conto le assenze e mi stupisco. Te ne vorrei parlare, “Perché non sono qui?” Sono tante le cose che vorrei dirti. Vorrei chiederti scusa. Per non essere venuta alla festa per l’uscita dell’ultimo libro. Per non averti cercato quando è iniziato il tuo ultimo giro in ottovolante (così chiamavi i cicli di chemioterapia). Per non aver saputo coltivare negli anni questa nostra amicizia. Coltivare sì, coltivare. Sporcandosi le mani, piegando la schiena, faticando e sudando, così si alimentano le amicizie. Io con te non l’ho saputo fare. Mi sono lasciata distrarre dalla piccola quotidianità, mi sono persa quei pezzi di me che tu conoscevi e apprezzavi (magari anche esagerando un po’). Vorrei ringraziarti per avermi fatto leggere La guerra in casa prima ancora che diventasse un libro. Per l’omaggio che hai fatto alla nostra amicizia consegnandomi quei capitoli ancora in bozze. Per avermi raccontato di Srebrenica facendomi piangere e incazzare. Mi hai regalato storie che sono diventate parte di me.

Vorrei dirti tutto questo mentre l’afa mi annebbia i pensieri. Ti cerco tra la folla. Mi aspetto di vederti sorridere in mezzo ai tuoi amici. Ma tu non vieni. Sono qui per salutarti, ho creduto ingenuamente che bastasse la comunione di persone che ti hanno amato, che mettere insieme i nostri dolori ti avrebbe portato tra qui. Magari non vivo e reale, ma vicino e sentito.

Ho imparato quel giorno e noi giorni che l’hanno seguito che non avrei mai potuto abbracciare le tua assenza.  Ero li, davanti al Monumentale ad aspettarti. Ma tu non sei venuto.

Premo il tasto canc. Annullo lettera dopo lettera le chiavi di ricerca. I ricordi tornano in ordine a popolare la memoria sedimentata. E l’algoritmo rimanda solo assenza.

Giovanna Giovannozzi

A come Srebrenica è un testo teatrale di Giovanna Giovannozzi, Roberta Biagiarelli, Simona Gonella nato dopo il viaggio in Bosnia con Luca Rastello ricordato nelle parole di Giovanna Giovannozzi. Da quasi venti anni Roberta Biagarelli porta in scena questa narrazione civile per tenere viva la memoria dell’ultimo genocidio compiuto in Europa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Roberta Biagiarelli scrive: “In Italia ancora troppe poche persone sanno cosa è accaduto a Srebrenica 20 anni fa, nel luglio del 1995, non si studia sui libri di scuola. Manca ancora oggi una piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa tutta per questo luogo dove è stata scritta una delle pagine più oscure del Novecento. Il Memoriale delle vittime di Srebrenica a Potocari non è ancora un memoriale europeo, dolore e vergogna nascono come gemelli, e chiedono che l’Europa si ripensi a partire da un’altra prospettiva, quella appartenente all’umano.”
Così abbiamo deciso che questo testo mai pubblicato in Italia sarà scaricabile da questa pagina fino all’11 luglio giorno in cui avvenne il genocidio a Srebrenica.
Grazie a Roberta Biagiarelli per il lavoro di questi venti anni e a Giovanna Giovannozzi per aver condiviso i suoi ricordi con tutti noi e per aver scritto questo testo che non ci sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stato il suo incontro da allieva con il maestro e poi amico Luca Rastello.

 

27 giugno 2017

Due anni fa un articolo di Repubblica annunciava che Luca non c’era più e lo diceva con questo titolo che mi colpì molto: Luca Rastello, il lungo addio degli amici di tutte le vite.

Il 27 giugno di venti anni fa io sono stata parte di una delle vite di Luca Rastello, una di cui si conosce poco o niente.

Il 27 giugno 1997 Exlibris veniva registrata al Tribunale di Avellino e dopo un anno di “prova” diventava ufficialmente una rivista. Per essere registrata una rivista aveva bisogno di un Direttore Responsabile che fosse un giornalista. Io non lo ero (e non lo sono) e quando ho dovuto cercarne uno, la mia amica Sara B. mi propose di chiederlo a Luca Rastello.

Io Luca l’avevo incrociato un anno prima nei corridoi della Scuola Holden. Lui era lì come docente a tenere un seminario sul libro Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek. Io non avevo frequentato quel corso, ma i miei compagni che lo fecero capirono subito che davanti a loro avevano una persona speciale. Un giornalista, uno scrittore, un uomo appassionato. È impossibile descriverlo con una sola parola o immagine, lui era un uomo che non raccontava semplicemente (gesto già di per sé complesso se lo si fa bene), ma lui osservava, viveva, agiva, sbagliava, studiava, andava avanti. In uno degli ultimi libri che ha scritto insieme ad Antonio Pascale dal titolo Democrazia: come può fare uno scrittore? (Codice Edizioni) diceva “La tensione alla verità (il senso politico pure) non va raccontata, va praticata: lo scrittore deve togliersi la toga e farsi cittadino.” Lui era quello che predicava: era cittadino e poi scrittore.

Tornando alla “nostra” piccola storia.

Per me lui era un eroe moderno. Una persona che aveva contribuito a salvare dei profughi della guerra in ex-Jugoslavia portandoli in Italia e salvandoli dall’atrocità del conflitto (quel conflitto a due passi da casa) mentre la nostra vita andava avanti normalmente: questo faceva di lui un eroe moderno.
Perciò all’inizio mi vergognai di fargli quella proposta. Lo chiamai e gli chiesi se aveva voglia di essere il Direttore Responsabile di questa rivista nata al Sud ma di fatto realizzata da giovani provenienti da tutta Italia. Lui stimava Sara (con cui fece un viaggio insieme ad altri compagni in ex-Jugoslavia) e accettò perché lei garantì in qualche modo. Ma Luca fece di più nel tempo: mi parlò tanto, mi consigliò, mi rimproverò, mi sostenne, ma mi lasciò libera di continuare la mia strada. E poi venne ad Avellino, passò qualche giorno con noi e si presentò alla città dove raccontammo pubblicamente di questa nuova avventura.

Luca era generoso. Era lì con noi ragazzi (quelli che vedete in foto) quasi sconosciuti in una città a lui nota solo per la DC e per le vecchie partite di calcio Avellino-Toro. Lui in quei giorni (in quella foto) faceva parte di noi perché Luca credeva negli altri, senza retorica. Quella serata fu speciale. Lui amava raccontare e noi eravamo incantati ad ascoltare. Non ricordo (e questo mi dispiace un sacco) tutte le cose che furono raccontate. L’unico ricordo che ho è sentimentale (e kitsch di kunderiana memoria, direbbe Luca) come tutto questo racconto: era nata da poco sua figlia Elena e ne parlava con un amore immenso. Era un racconto spontaneo, senza filtri. Elena l’ho vista due volte: la prima volta in foto da bambina e la seconda da donna due anni fa al Cimitero. Entrambe le volte l’ho vista sorridere.

Ora che exlibris20 è tornata non potevo non ricordare Luca e ci saranno ancora altri due momenti per farlo su questo spazio. I ricordi scelti sono quelli personali, non dell’intellettuale, ma della persona. Perché io sono riconoscente a Luca: lui era quel tipo di persona, intelligente acuto ma capace di parlare con tutti; era in grado di trasmettere sapere anche solo raccontandoti una storia mentre ti accompagnava in macchina a casa.

Luca Rastello va ricordato e studiato come intellettuale. E tante persone lo fanno benissimo. La sua lucidità sul presente è importante oggi più che mai.

A noi che abbiamo fatto un pezzo di strada insieme (magari anche poco noto) va il compito di ricordarlo nel suo essere uomo e intellettuale. Amico e maestro.

Lea Iandiorio