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Anno 0 | Numero 3 | Novembre 1996

Il romanzo Ninfa plebea scritto dal napoletano Domenico Rea è ricco di dialettismi campani che regalano il vero sapore della terra del Sud, in particolare della realtà dell’Italia meridionale nel periodo del dopoguerra. I protagonisti di questa storia sono il senso del destino e le assurde costruzioni mentali che ci si crea per puro pregiudizio nei confronti degli altri; e infatti le due figure centrali del libro, donna Nunziata e sua figlia Miluzza, non sono altro che le marionette mosse dalla fantasia di Rea per farci scoprire il mondo dell’entroterra del Sud dove vive l’ignoranza e la cattiveria. Siamo nel dopoguerra, donna Nunziata vive in un piccolo borgo del salernitano, Nofi, ed è sposata con un uomo a cui però non è fedele. Ha una figlia adolescente, Miluzza, che, forse a causa dei tabù sessuali dell’epoca, comincia con le sua amichette a saziare i primi stimoli sessuali masturbandosi. Miluzza vive in un mondo in cui gli uomini approfittano della sua innocenza giustificandosi con il famoso detto (ancora noto nella nostra cultura): “tale madre tale figlia”. Si sentono, quindi, in diritto di poter godere della sua sessualità nascente imponendole il consenso, accordato loro a causa della giovane età. Durante un rapporto sessuale la madre muore a causa di un’emorragia. Le immagini di questa cruda scena resteranno per sempre impresse nella mente di Miluzza. Da questo momento in poi comincia l’odissea di Miluzza che per una serie di strane combinazioni sembra subire lo stesso destino della madre. Si imbatte in un uomo ricco di cui diventa amante e mantenuta. Questa sua nuova condizione dà il diritto agli uomini del paese di credere che debba concedersi anche a loro. Miluzza subisce uno stupro descritto da Rea in maniera cruda e lucida che rende chiaro al lettore quanto possa essere cattiva la gente. Miluzza comincia a vivere giorni tremendi, terminati solo con l’arrivo della guerra che fa evacuare il paese, ma che le porta in casa l’amore di un soldato. È con quest’ultimo che fugge in un luogo in cui nessuno conosce la sua storia; sposata a chi non sa nulla della sua vita. Nessuno cerca di conoscere chi davvero è Miluzza, per la società in cui vive è già segnata, nessuno sente il bisogno di conoscerla a fondo, perché tutti credono che sapere di sua madre basti. Rea presenta Miluzza attraverso i pregiudizi della gente come ragazza bella e in fiore; ragazza che riesce a trovare la vera serenità solo a contatto con la sua terra o col profumo che sente attraversando ogni giorno la via che la porta a casa sua, a ritorno dal lavoro. C’è da sottolineare l’abilità dell’autore nell’aver saputo rendere vive le cose più semplici e le reazioni della gente. Per esempio, nel libro Rea parla delle carciofe mammarelle, ovvero quelle grandi e tenere definendole un cibo quasi diabolico perché sostiene che il fatto di mangiarne la parte molle, foglia a foglia, e di non saziarsi mai, aumenti il desiderio sessuale di chi le mangia. Giustifica con questo le avventure sessuali degli abitanti del paese durante una festa religiosa che cade proprio durante il periodo di germogliazione delle carciofe.

A ritmo del così tanto menzionato zucchete-zucchete, dell’atto sessuale così chiamato in paese, scorrono gli avvenimenti della storia che si legge tutto di un fiato. Questo romanzo finisce col divenire uno spaccato della vita della gente comune, di chi subisce l’ostilità e la meschinità della gente e di chi invece, anche su piccole cose, finisce con alimentarle. Nel suo paese Miluzza è vittima dei pregiudizi e quindi considerata una “poco di buono”; abitudine di questo Sud incattivito dalla guerra e dalla povertà che giudica le persone solo dagli atteggiamenti. Per vivere bene con gli altri, bisogna imparare ad andare oltre le apparenze e considerare l’altro nella sua individualità: è questa la grande vera lezione del romanzo di Rea.

Maria Grazia Mottola

 

Domenico Rea è un narratore e saggista italiano. Nei suoi racconti e romanzi più significativi (Spaccanapoli, 1947; Gesù, fate luce, 1950, premio Viareggio; Quel che vide Cummeo, 1955; Una vampata di rossore, 1959; Il re e il lustrascarpe, 1960) e nell’azione drammatica Le formicole rosse (1948), R. ha espresso con vigorosa immediatezza i moti e i fermenti passionali, le speranze e i furori protestatari della plebe napoletana. Ha sviluppato la stessa tematica con toni saggistico-narrativi o memorialistici in Ritratto di maggio (1953, resoconto nostalgico di un anno di scuola), in L’altra faccia (1965, che contiene anche poesie) e in Diario napoletano (1971). Dopo un lungo silenzio, ha pubblicato, nel 1985, Il fondaco nudo, una raccolta di racconti che, oltre a confermare una rara coerenza di ispirazione, dava prova di un’ulteriore maturazione stilistica. Nel 1992 Rea è tornato al romanzo con Ninfa plebea (premio Strega), in cui la rinnovata capacità di invenzione si indirizza verso un erotismo sospeso tra realismo ed elaborazione fantastica.

 

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ninfaplebeaDomenico Rea
Ninfa plebea
Mondadori, 2002
168 p.
€ 9,00

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