“Ridateci Portnoy!” aveva letto su un cartello mentre camminava in una tranquilla stradina alberata del Connecticut. E lui, un sorriso sornione di rimando, ripensò a quando un quarto di secolo prima era uscito Lamento di Portnoy, a come era stato accolto dalla società, auspice de Il grande romanzo americano. Il perbenismo cieco di rabbinica ispirazione aveva gridato all’Inganno. Uno scrittore ebreo americano che parla a ruota libera di sesso nei dettagli più intimi, come se fosse lì a impartire una specie di Lezione di anatomia, farcita di istinti, pulsazioni ancestrali, desideri che non avrebbero dovuto essere confessati.

E invece lui, lo scrittore, si era seduto sul lettino dello psicoterapeuta e aveva ripercorso tutto il fallimento del suo primo matrimonio, la frustrazione di avere accanto una donna che non sopportava più, il rimpianto per Quando lei era buona. E quegli incontri vissuti realmente avevano dato il pretesto per scrivere il suo monologo, in cui Alexander Portnoy svela, senza pudore, tutte le sue morbosità sessuali sullo sfondo di tradizioni ebraiche che, proprio in virtù dei loro divieti, avevano contribuito a disegnarla così quell’esistenza piena di passioni maniacali, La controvita, come la chiamava lui.

Attraverso quelle sedute aveva appreso ad essere così come era, a Lasciar andare i propri istinti, farli vagare e renderli tutti maledettamente reali. Uno scrittore non può provare vergogna, si ripeteva, e pure se il pubblico reagisce con Indignazione alla tua scrittura, tant’è, devi correre questo rischio ed essere autentico fino in fondo. Non censurarti mai.

C’erano personalità che per scrivere una biografia usavano Lo scrittore fantasma, lui sapeva invece che per mettere su foglio bianco qualcosa di memorabile, o quanto meno molto schietto, occorreva essere onesti nel manifestare i propri desideri, al costo di incassare il titolo di Professore di desiderio. Bisognava assumersi le proprie responsabilità. E lui se le assumeva tutte, diamine se lo faceva! E lo faceva oltre il groviglio delle pulsazioni, dei desideri, a declinare nelle varie forme La macchia umana che marchia il subconscio di ognuno dando forma ad una sorta di Everyman in perenne ricerca del modo per sentire le proprie voglie e magari soddisfarle. Lo faceva anche valicando i confini delle spinte inconsce per approdare ad un sentire collettivo, umano e politico. La sapeva lunga quello scrittore lì.

La mia vita di uomo sosteneva “è sempre passata attraverso l’identificazione tra me autore e i miei alter ego. Dalla pubblicazione de Il lamento di Portnoy tutti pensano che i miei desideri come persona corrispondano a quelli che ha il personaggio. Ma non è così. Il sesso è d’altronde poco presente in molti dei miei romanzi, molto più presente la politica direi. Mi hanno quasi additato per avere pianificato Il complotto contro l’America ebraica, per via delle confessioni senza filtri di Alexander Portnoy che è un ebreo americano. Io sono solo americano. E per mia natura non posso fare a meno di interessarmi di politica, tanto da spingere mia moglie a profetizzare, Ho sposato un comunista!”

E immaginiamo L’umiliazione che avrà sentito, come americano, ai tempi della guerra del Vietnam, si sarà scagliato contro quell’invasione impugnando una penna, più invasato del suo Zuckerman scatenato. L’aveva dissacrata la sua terra a stelle e strisce, senza concederle nulla di idilliaco, l’atmosfera idealizzata ma negata di una Pastorale americana che non ci sarebbe stata mai. La Nemesi storica che avrebbe assegnato a tutti una specie di castigo collettivo, quando sarebbe giunta l’ora. E lui non poteva fare a meno di sentirla quell’ora incedere a passo spedito, senza possibilità di appello, un procedere senza cambio di rotta che avrebbe fatto emergere L’animale morente che era in lui. Come in tutti noi. Il fantasma esce di scena, si sarà ripetuto più volte verso la sera della sua esistenza. Lui che scrittore fantasma non era mai stato, ma che aveva passato la vita a scrivere incessantemente, sette giorni su sette durante la stesura dei suoi romanzi.

E adesso che non c’è viene proprio voglia di rimpiazzarlo quel cartello che gli era tanto piaciuto con un’altra scritta: Ridateci Philip Roth!

Angela Vecchione

 

Gli altri romanzi di Philip Roth sono:
La nostra gang (Our Gang, 1971)
Operazione Shylock: una confessione (Operation Shylock: A Confession, 1993)
Il teatro di Sabbath (Sabbath’s Theater, 1995)

Philip Roth è presente nella classifica dei 20 migliori libri degli ultimi 20 anni con Pastorale americana.