Sì, è vero che Franco Arminio si muove in continuazione, gira per i paesi, incontra persone, parla con loro e le ascolta; ma poi si ferma, e scrive. Questo libro (Stato in luogo, Transeuropa, 2012) definisce già a partire dal titolo lo stato d’animo con il quale affronta il paese di cui parla, che potrebbe essere il suo, ma non solo.

Rispetto ad altri libri, soprattutto quelli in prosa, questo sembra essere stato scritto quasi da fermo: la sensazione è quella di muoversi dentro uno spazio limitato, e di muoversi poco. Ogni particolare – strade, facce, panchine, cantine, palloni, vestiti – viene messo in prospettiva e diventa un indagine delle proprie passioni ed emozioni.

I versi sono scritti con una lingua semplice e colloquiale che non sembra poesia, e invece ad ogni pagina accende una luce che è propria della poesia («Io respiro assieme al mio paese/mi aiutano i gatti/ i morti al cimitero»).
Ad ogni angolo è possibile intuire la presenza di gesti che nel tempo non sono svaniti ma sono rimasti lì, si sono stratificati e cristallizzati in un gesto perenne che in ogni istante si può rivivere («Via orologio vecchio era molto lunga./chi abitava all’inizio vedeva il tramonto/molto prima di quelli che lo vedevano/ alla fine.»).

Senza versi eclatanti, senza pose, la scrittura crea fotografie, immagini che non sono semplici descrizioni o esercizi di nostalgia, ma indagini sulla vita e sulla morte; creano intimità con le cose di cui si parla e suscitano desiderio per una vita fatta di piccole cose («la poesia serve se ti aiuta a dire cose come queste. il mistero che c’è nella pochezza»).

Carmelo Vetrano

 

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