Vita e opinioni di questo libro riportate dal suo autore, che non è un gentiluomo e nemmeno più quell’uomo, ammesso che a diciassette anni, quando inizia la storia di questo libro, si possa essere uomini.

L’inizio

C’è stato che dopo diciasette quasi diciotto anni dalla sua prima edizione Fuck vitalogy today viene rimesso a disposizione dei lettori e quando io un giorno capisco che questa cosa accade penso subito guarda un po’ che strana coincidenza che questo mio primo libro, che non è un romanzo ma in fondo lo è perché comprende due romanzi brevi uguali ma diversi dato che il primo La vita è una sospensione di tempo è il romanzo di un gruppo di ragazzi, con la voce di un gruppo che viene fuori da un dialogo continuo, e il secondo che fornisce anche il titolo al libro intero è la storia di uno solo di quei ragazzi (forse), con la voce di uno solo, in una stanza sola e quindi visto le capacità non mie ma della forma romanzo si può ben dire che questo libro è un romanzo coincidenza, e che la coincidenza di cui parlavo invece prima sta nel fatto che si torni a leggere di questi ragazzi dopo quasi diciotto anni e questo mi fa pensare che il primo di questi romanzi che compongono il libro che senza fallo aveva bisogno di entrambi i romanzi io lo scrissi di getto proprio che stavo appunto per compiere diciotto anni il mese appresso e invece non li avevo ancora quando, non saprei bene dire il perché e per come ma questo è successo, quell’agosto invece che darmi da fare per riparare due materie, greco e chimica, che mi avevano dato da riparare a settembre, a me era sembrato che per riparare un po’ la mia vita, anche se questo lo penso solo mentre scrivo allora e quasi per caso perché in fondo scrivere è proprio questo che ti fa sentire a volte, cioè non che ripari la tua vita ma che dentro tutte quelle azioni mentali e fisiche che servono per scrivere ci stai proprio bene, è necessario che  io mi metta a scrivere e in capo a quindici giorni mi trovo manoscrivendo a Tratto Pen ad aver riempito vari quaderni a quadretti piccoli come tuttora faccio quando scrivo i miei libri e una settimana dopo circa centoquaranta cartelle dattiloscritte a macchina che mi fanno dire che qualcosa nella vita avevo combinato fino ad allora.

Succede anche che, avendolo scritto io, a questo romanzo che è quasi tutto un dialogo ininterrotto tra ragazzi e dove rileggendolo mi pare di capire che più che d’amore come pensavo di stare scrivendo si parli di amicizia, non ci penso più nel senso che lo metto in uno dei miei cassetti abbastanza contento di averlo scritto e senza pensare che tutto sommato ero stato bravo visto che avevo diciassette anni a scrivere questa cosa che mi era pure piaciuta a rileggerla però era mia in quanto l’avevo scritta e basta, anche in quanto un paio di anni prima avevo scritto un’altra cosa, tra una poesia pessima e l’altra, che era anche quella secondo me un romanzo per la precisione una specie di fantasy e di avventura forse un po’ troppo influenzato dai fumetti che leggevo in particolare Martin Mystere e che narrava tutta una storia assai goffa su Agarthi o Agartha o come si chiama quella città dove starebbe il re del mondo e poi un giorno che avevo riletto quella cosa che stava ancora sui quaderni perché non l’avevo battuta a macchina evidentemente sospettando qualcosa come invece nel caso de La vita è una sospensione di tempo non sospettavo, giustamente quella roba lì insomma l’avevo catapultata molto romanticamente dentro non so quale caminetto a capodanno credo un po’ schifato e non ci avevo pensato più, la cosa stavolta era sostanzialmente diversa ed era come un segreto tra me e i quaderni.

Dopo due anni

Tra una cosa e l’altra passano due anni, che avevo trascorso a dire il vero come un non bel periodo, sapete tutti che l’adolescenza insomma è cosa così bellissima e assai tremenda e micidiale a volte, e dunque mi ritrovo con sorpresa di nuovo per le mani La vita è una sospensione di tempo (che in realtà ancora chiamavo Contromovimento come poi non è più successo perché ogni mio libro per prima cosa ha un titolo e so già dove finisce anche se non so tutto quello che ci sta in mezzo) e leggendola mi dico, forse un po’ commosso anche non so bene se per averla ritrovata come se fosse una cosa che io avessi cinquant’anni e quella roba l’avessi scritta da giovane e invece ne avevo diciannove quasi venti ed erano passati solo due anni ma come venti, e in effetti mi chiedo chissà che fine hanno fatto quei ragazzi e chissà anche lì perché comincio a scrivere Fuck vitalogy today cioè il secondo romanzo del libro che avrei pubblicato e che avete letto e sembra che tutti quei ragazzi siano in giro più o meno come prima ma a me interessa sapere cosa succede solo ad uno di questi e questa storia in altri sei mesi la scrivo. Mentre scrivo la storia di uno solo mando ad un editore, e uno solo che non è poi tanto grande ma ha appena pubblicato un libro di enorme successo che parla di ragazzi, la storia che parla del gruppo di ragazzi per sapere più che altro chissà cosa dice un editore di una storia del genere uguale ma diversa da quella che tanto successo ha avuto senza pensare al successo ma solo a quei preziosi ragazzi che mi interessavano assai di più del successo che per me era fin da allora una cosa che mi pareva che a me se fosse mai accaduta nella vita mi sarebbe accaduta da morto.
Siccome l’adolescenza, che sfocia poi nel fatto che divento un ragazzo di più di vent’anni, mi tiene molto impegnato con una serie di emozioni abbastanza forti e complicazioni varie di rapporti di idee di amore e morte e recisioni e connessioni e mutamenti e tutta quella roba che conoscete bene, quando finisco di battere a macchina Fuck vitalogy today l’anno appresso dopo averlo letto e corretto diverse volte mi rendo conto che questa cosa di scrivere è importante assai per me e che mi piacerebbe continuare a scrivere lì nel 1995 che arriva con tante cose su cui però ho le idee confuse, e per fortuna non sono l’unico ad essere confuso ma pare che anche gli editori o almeno il primo con cui entro in contatto non è che abbiano una vita lineare e logica tant’è che un giorno mi chiama senza presentarsi bene l’editore a cui ormai un anno e mezzo prima avevo mandato il primo romanzo e mi dice come se mi conoscesse e ci fossimo parlati una sacco di volte allora domani ci vediamo alle dieci a che ora arrivi con il treno (pare che io dovessi essere su un treno l’indomani per raggiungere un città a circa 350 chilometri dalla mia) e io continuo a ripetere scusa ma tu ho capito che ti chiami Massimo ma chi sei perché io non so di che cosa stai parlando e dove diavolo dovrei essere perché io non sono mai stato in quella città, non mi risulta che nessuno mi abbia avvertito che domani sarei dovuto essere su un treno e se è per un lavoro mi scuso ma ho mandato tanti curricula dovresti farmi mente locale, al che il tizio del telefono in un roboare di  non sai, non ti hanno chiamato, due tre nomi che dovrebbero essere famosi per me, la parola libro, editore, antologia, ti abbiamo scelto e via dicendo salta fuori che un curatore non si capisce se quello maschio o quello femmina alla fine ha scelto per la pubblicazione in un’antologia di giovani scrittori una parte del mio romanzo che io non avevo mandato per quello dato che non sapevo nemmeno ci fosse in corso la scelta di giovani scrittori per quell’antologia che riprendeva un vecchio progetto di uno scrittore che si chiamava Tondelli e che io avevo letto sempre sulla scorta del famoso  libro di successo e delle informazioni che avevo su quella casa editrice a cui avevo mandato il romanzo La vita è una sospensione di tempo perché aveva un bel nome tutto sommato più che per discorsi letterari veri e propri formatisi nel mio cervello sulla casa editrice.

Simone Battig

In questa maniera che mi sembrava strana un poco approdo dunque nella città del mio a quanto pare editore e conosco un po’ di persone e quell’editore che più che un editore mi sembra un uragano filosofico e succedono in due giorni un sacco di scene a pensarci molto cinematografiche e discussioni vertiginose e un po’ alcoliche oltre alla conoscenza di una persona che anche lui è sempre giovane scrittore ma ha quindici anni più di me e che nel giro di un anno siccome è  appena diventato editor di un’altra casa editrice stavolta di Roma mi propone di pubblicare i miei due romanzi assieme in un libro unico che a momenti esce prima della famosa antologia che esce a fine 1996 mentre il mio primo libro Fuck vitalogy today esce nell’estate del 1997 che io ho ventidue anni e tra leggere e scrivere tutto il mio tempo, a parte il servizio civile, mi sembra che non mi basti mai per fare e scrivere tutto quello che ho da dire e quindi il periodo diventa veramente convulso anche perché io a ventidue anni non avevo mai ben riflettuto sul fatto che pubblicare un libro volesse dire più o meno essere alla mercé di tutti proprio perché quella cosa che tu tenevi nel tuo cassetto improvvisamente prende una vita tutta sua negli occhi e nelle parole degli altri e tu hai voglia a cercare di rimanere uno che vorrebbe solo scrivere.

Le cose che mi inquietano all’uscita del libro

Le cose che mi inquietano all’uscita del libro sono soprattutto le domande dei miei concittadini, soprattutto conoscenti, i quali quando apprendono che ho pubblicato un libro mi fanno una domanda in particolare che le connota tutte e mai mi sarei aspettato ed è la seguente:  dove lo trovo il libro?
A me pare singolare che uno non sappia che i libri si trovano più che altro in libreria o in biblioteca e non dal macellaio però pare che questa sia una domanda abbastanza diffusa nel 1997 nella mia città e anche in altre città e da parte di altri conoscenti estemporanei così io rispondo diligentemente che lo si trova nelle librerie e se è finito si ordina e anche che no non ho copie da vendere personalmente perché l’editore da contratto me ne ha date dieci si ma le ho regalate già a familiari e amici e anzi me n’è rimasta solo una e già la cosa mi roderebbe parecchio a pensarci seriamente perché intanto non si capisce se la mia casa editrice che è prestigiosa e ha un bellissimo catalogo rimarrà in piedi e chissà mai io quando lo recupererò così il mio primo libro in quantità ragionevoli che non una copia sola che potrebbe per dire finire mangiata o arrostita durante una delle mie crisi lisergiche di quegli anni.
In realtà mi distraggo facilmente da tutti questi pensieri in virtù del fatto che un po’ di gente mi chiama per intervistarmi alla radio o per i giornali e ogni tanto qualcuno mi dice che qualcuno ha scritto una recensione su un giornale del mio libro e allora io me le leggo e non sono brutte recensioni  anzi parlano del linguaggio del libro che è vertiginoso a sentirle e della naturalità della riproduzione dei dialoghi e delle scene e uno scrittore scrive pure sul mensile più in voga e alla moda di quegli anni per gli aspiranti scrittori che “… dal parlare, dal toccarsi, dallo stare nello stesso luogo e dal compiere i medesimi gesti di questi ragazzi, esce uno splendido, toccante, affettuoso romanzo sull’amicizia negli anni 90.” che è una bella cosa anche se io penso mentre leggo che l’amicizia dovesse essere la medesima, magari con gesti diversi, anche negli anni ottanta e settanta e più in là non vado perché ancora non ero nato ma più che altro dovrei ringraziare lo scrittore e stare zitto invece mentre sto scrivendo un nuovo romanzo perché ormai mi sono convinto che ho questa specie di malattia e veramente sento che il mio cervello è sempre svagato e concentrato contemporaneamente (per fortuna adesso un po’ meno ma le sofferenze sono peggiori se possibile) su questo fatto di coordinare le cose che mi attraversano scrivendole prima che scappino o muoiano anche se in realtà ne scappano e ne muoiono tantissime e mi rendo conto che il vero lavoro di uno scrittore è quello di lasciar andare e venire il lavoro di scrivere nelle sue cesure e che tutto non si può scrivere per forza e tutta la faccenda che ti deve stare a cuore è quella di imbroccare le pause facendo tirare il fiato a quei disgraziati che ti leggono e per cui tu devi creare un’approssimazione il più comprensibile che ti sia dato anche se io, in verità, comincio sempre più spesso a pensare che scrivere per pochi è meglio che scrivere per molti fatte tutte le tare del caso e adesso a quarant’anni posso dire che il Dossi di ragioni ne aveva ma a quel tempo sono più impegnato a difendermi dalle domande strane di alcune presentazioni che faccio e ad essere equivocato dai giornalisti al telefono come quando una giornalista di Roma per il Messaggero dopo tutta una pappardella che tenta di mettermi in mezzo tra il pulp, il minimalismo il cannibalismo e via dicendo mi chiede se il famoso libro di grande successo che parlava di ragazzi dell’altrettanto ormai famosissimo e ricchissimo giovane scrittore mi era piaciuto e io dico che si mi era piaciuto anche se in realtà facevo due altri nomi di scrittori italiani che apprezzavo maggiormente e lei se ne esce facendomi notare che potrei essere io il nuovo famosissimo (e si spera anche ricchissimo penso io) nuovo scrittore giovane ormai famosissimo al che io sorrido alla cornetta e avendo conosciuto coincidenza l’ormai famosissimo scrittore un paio di mesi prima proprio andando a trovare il mio primo editore uragano filosofico et maestro di vita scombinata ma intensa (grazie a lui avevo in fondo composto l’unicum che era il mio primo libro adottando una stesura finale che avevo implementato con tre lettere e corretto di due o tre virgole) le rispondo ironico di no perché io sono più alto intendendo proprio che lui famosissimo giovane scrittore era forse uno e sessantotto e io uno e ottantacinque, battuta che mi sembrava assai spiritosa ma a leggerla come la mise lei sul giornale poteva anche suonare che io pensassi di ritenermi letterariamente più alto e quindi superiore al famosissimo giovane scrittore, cosa che mi ha sempre lasciato perplesso e che mai più ho avuto occasione di spiegare e per questo da allora resomi conto dell’equivocità delle mie parole sui giornali sempre sono rimasto diffidente e assai ritroso nel parlare dei miei libri anche perché come ripeto spesso se volevo parlarne chi me lo faceva fare di anno in anno a stare chino su quadernetti a quadretti a farmi venire il polso dolorante per scrivere blu e nero su bianco quello che volevo raccontare?

La scrittura è un combattimento

È del tutto evidente quindi che in quello strano periodo della mia vita quello che si consolida in me è principalmente l’idea del combattimento, la scrittura mi rendo ben presto conto è combattimento e che se anche c’era qualcuno che mi diceva che avevo talento il talento da solo non sarebbe bastato perché l’altra cosa fondamentale era darsi una disciplina e io già sospettavo che la disciplina che io avevo per volontà prima o poi negli anni sarebbe stata intaccata da tutte quelle chiacchiere e quindi era importante che io cominciassi a pesare le chiacchiere in chiacchiere utili e chiacchiere inutili perché di tempo non ce n’è tantissimo nella vita che uno poi si sveglia a quarant’anni e appunto come me ora ha quarant’anni e per fortuna a vederla adesso non sono poi insoddisfatto di come ho selezionato le chiacchiere perché da tante persone ho avuto parole bellissime che mi hanno dato linfa e gli altri sono riuscito abbastanza ad evitarli con il fatto purtroppo che quelli delle chiacchiere inutili solitamente sono quelli che nella nostra società presente economica sociale e culturale sono quelli che più o meno detengono questo potere liquido che un po’ ci imprigiona e che solo la letteratura agendo negli anni intacca veramente per strani percorsi che adesso non è il caso di elencare qui ma insomma provate a immaginarveli anche voi che se ci pensate bene tutto quello che vi gira intorno è perché l’abbiamo creato prima in letteratura ma certo io non lo pensavo a ventidue anni quando uscì questo mio primo libro e non scrivevo nemmeno così come sto scrivendo adesso che lo posso fare ma io non scrivo così se leggerete i miei prossimi libri che usciranno se usciranno, questa è finzione che è parte fondamentale della letteratura se uno vuole scrivere e la finzione uno scrittore ce la deve avere sempre presente non solo per le storie ma per il suo stile la sua voce di scrittore che è unica come noi siamo unici come persone mentre oggi come oggi la signora che faceva la spesa all’ipermercato con me stamattina sembrava volesse dirmi parlandomi di sua figlia che ha appena pubblicato un libro che sia gli scrittori che le persone sembra che lottino tutte per essere il più possibile gli uni simili agli altri e soprattutto dei simili che se la ridono il più possibile perché bisogna ridere per non piangere visto come siamo messi e io annuivo mentre ordinavo un etto di prosciutto cotto per i toast  dovendo anche pensare vivaddio a  questa santissima cosa del contenuto extra per l’edizione ebook di Fuck vitalogy today  e ad una assurda storia di famiglia con certi miei zii che non mi faceva sentire molto bene con la gastrite, e che se me lo dicevano quando uscì per la prima volta il libro che un giorno anch’io sarei uscito in ebook (che badate bene considero una buona cosa ma per capire perché e per come dovete leggere il secondo contenuto extra che trovate nell’ebook) assieme al mio primo libro mica ci avrei creduto anche perché nel 1997 la parola ebook forse in Italia la usavano in due o tre e io non ero tra questi anche se avevo già letto Walter Siti prima che diventasse famoso o famigerato e per fortuna cominciavo a leggere cose veramente interessanti non solo di narrativa ma ad esempio un sacco di roba che aveva a che vedere con la scienza, da Hofstadter  a certi fisici tutta roba divulgativa si ma mica semplice che poi intervallavo con letture ancora più assurde che si vede proprio che mi hanno formato e ancora non ho capito bene se bene o male come I racconti di belzebù a suo nipote di Gurdjieff che ne parlavo giusto ieri con mia moglie oppure per fortuna un sacco di libri bellissimi che ho sempre fatto una fatica del demonio a trovare nelle nostre librerie e ancora oggi non è mica che pensate che io quando vado in libreria sia sereno, no non sono sereno perché non trovo praticamente quasi mai il libro che avrei voglia di leggere e anche perché ‘sti libri cominciano ad essere un po’ troppi da leggere anzi da leggere sono sempre pochi  è che per leggere quelli giusti (anche se io ormai sono assai allenato e ho i miei metodi che sono abbastanza sicuri almeno una volta su tre) devi superare questa montagna di carta inutile di pisciate fuori dal vaso in tutte le direzioni, scusate il francesismo d’epoca, sullo scibile umano ma senza il sufficiente delirio di onnipotenza che la letteratura richiede, e così leggete dalla cucina alla meditazione mistica passando per il noir trafelato tipo serie televisiva e tutto quello che sembra conforme che in fondo va bene per la maggior parte di noi sembra e allora però tu ti senti non conforme e  quello che pensavi a ventidue anni che ti eri preso una brutta malattia con questa tua smania di scrivere non è tanto distante dal vero ma che ci puoi fare se come diceva Rilke e chi sei tu per contraddire Rilke lo si fa per necessità e non per altro e saresti anche felice se la tua necessità fosse quella di vivere in barca a vela ancorata nella tua isola tropicale manovrando un satellite artificiale per la distruzione di massa nel caso ma esageri sempre quando pensi a robe di questo tipo per via appunto della tua malattia che quando entra in contatto con la dimensione sociale non è neanche così originale ma pazienza non hai mai pensato che con migliaia di anni di letteratura alle spalle l’originalità esistesse e infatti poi l’hai capito bene e l’hai scritto anche che tutto sta nel come e che i limiti sono ben precisi (ma anche qui dovete leggervi Neogenesis e sono fatti vostri andarlo a trovare ora come ora) per gli esseri umani.
Dunque più o meno succede questo nella nascita di questo libro quasi diciotto anni fa pubblicato e scritto da me che non avevo ancora diciotto anni  e se la coincidenza non vi piace dimenticatevela perché è solo una coincidenza nonostante tutto.
Non è detto nemmeno, invero, parola che non usiamo più perché abbiamo perso il valore di verità confondendoci dopo che abbiamo letto male Einstein, che questo sia quello che penso a proposito di una storia che in fondo sono due storie che tagliano fuori tante altre storie con l’unica maniera che ho trovato di raccontarle quando avevo quasi diciotto anni e tanti problemi non me li ponevo nemmeno mentre adesso che la malattia ormai è definitiva lo so per certo e per niente oscura so che scriverei le stesse cose naturalmente avendo il tempo per scrivere uguale un libro che ho già scritto quando sono piuttosto impegnato a sopravvivere e a scrivere il romanzo che m’impegna già da sei anni a fasi molto alterne perché nel frattempo è successo un po’ di tutto e promette di tenermi ostaggio a suo piacere per i prossimi sei almeno senza che io trovi la forza di mandarlo a spasso il che mi rende piuttosto impraticabile credo la vita moderna che non sente assolutamente la necessità che io mi dedichi a questo con la scusa che credo di avere il male della scrittura, quando potrei benissimo vendere case o pacchetti energetici di vario tipo molto ecosostenibili invece di consumare penne inchiostri carta ed elettricità perché adesso i libri li batto a computer e non a macchina facendo la figura di quello poco ecosostenibile, per motivi discutibili che hanno a che fare con cose che interessano a pochi fino a che non interessano ad un numero di persone talmente grande che se fossi ancora vivo quando succederà probabilmente mi scoccerebbe pure e quindi vedete che tutto è molto complesso e non è che bastano poche pagine per parlare seriamente di un libro che è il tuo primo libro ma chissà, in quello che una volta si chiamava inedito lo specchio si allarga ancora e diventerà tutto più chiaro su quello che ho scritto e scrivo anche se, invero, visto che è un altro libro e se potrete mai leggerlo comunque non si scriverà certo più come si è scritto Fuck vitalogy today.

Simone Battig

N.B.: questo testo è stato scritto dall’autore per l’edizione ebook del libro pubblicato da Laurana Reloaded che oggi però non più disponibile.