Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


"Ovunque sulla terra gli uomini" di Marco Marrucci
Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti 2018

Lezione n. 8

Scrivere racconti

(Capitolo 1)

Se un racconto mi spaventa, mi piace. La sensazione di spaventare, dunque esitare e dubitare, è una calamita narrativa. Cosa mi spaventa? Non lo so, finché non leggo. In qualche modo, un racconto per colpirmi deve fare un po’ schifo o, se preferite, deve disturbarmi. I racconti di Marco Marrucci mi hanno disturbato non poco. Ovunque sulla terra gli uomini è l’esordio dello scrittore toscano che, come si legge nel retro copertina, ha mandato il manoscritto a Racconti Edizioni e la casa editrice li ha pubblicati. Questa forse è la prima cosa che disturba (nel bene): esistono ancora autori innocenti, capaci di scrivere e dunque meritevoli di pubblicare. Per cui: vietato mollare. La tenacia premia più del talento, in una storia. Il fatto che si tratti di racconti poi è il secondo effetto disturbante. Se c’è ancora, tra gli aspiranti esordienti, qualcuno che li ritiene di serie B faccia un passo indietro. Poche settimane fa ho visto circolare un elenco delle riviste letterarie italiane che pubblicano e sostengono i racconti degli esordienti. Si è finalmente sedimentata una tendenza letteraria che, a dirla tutta, era percepibile dieci/quindici anni fa. I racconti spaccano, sono concreti, sono brevi. Nei racconti opera la narrativa.

Trovo utile, per gli appassionati lettori e scrittori di racconti, l’insegnamento di Flannery O’Connor: Ho notato che i racconti dei principianti sono solitamente infarciti di emozioni, ma di chi siano queste emozioni spesso è difficile determinare. Il dialogo procede sovente senza il sostegno di personaggi che sia dato vedere, mentre il pensiero fuoriesce incontenibile da ogni angolo del racconto. Ciò avviene perché il principiante è tutto preso dai suoi pensieri e dalle sue emozioni, anziché dall’azione drammatica, ed è troppo pigro o ampolloso per calarsi nel concreto, dove opera la narrativa.”

Ho provato a leggere da purista la raccolta di Marrucci come se dovessi valutarla io, seguendo chiaramente l’ordine di lettura imposto dall’indice. Il primo racconto, Il diario di Manuelita (di cui poi fa da specchio, successivamente, Il diario di Rema) è la soglia che concede l’accesso al mondo dell’autore. Leggendolo, mi trovo davanti uno scrittore autentico, che sa andare oltre la cortina di sicurezza del proprio mondo. Proseguendo con il secondo racconto, Storia di Gombo e Tuya, ho ritrovato un elemento narrativo indispensabile per un racconto: l’oggetto magico. In questo caso si tratta del “fiore straordinario custodito nella coppa delle mani lorde di fango” che Gombo regala a Tuya e nel quale simbolicamente si raccolgono i destini di tutti i personaggi.

«Tuya, questo fiore è l’amore che io provo per te. Te lo regalo affinché tu possa prendertene cura, perché questo è il compito di una sposa, e affinché io possa vegliarti e proteggerti anche quando non ci sono, perché questo è il compito di uno sposo. Dissetalo, nutrilo, salvalo dalla grandine e dagli animali. Fa’ che viva in eterno, così che il mio amore per te non muoia mai».

La lettura del terzo racconto, Bocca d’Arno, mi ha fatto esclamare: hai capito Marrucci, non solo sa sconfinare ma riesce anche a rientrare dentro gli argini della (propria) vita che scorre. Infine, la decisione di pubblicarlo, l’avrei presa dopo la lettura del quarto racconto Contaminazione: è qui che la paura, lo spavento, il disturbante, lo schifo che fa di un racconto una meraviglia si sono manifestati. È qui che mi sono innamorata, qui dove:

Lo chef fissava con terrore la carcassa immonda che si era dischiusa insieme alla sua mano. Non riusciva a parlare. Gli tremavano le labbra. Un principio di nausea cominciò ad avvelenargli lo stomaco. E non era tanto per l’umore biancastro e purulento che aveva ceduto, o per il dibattersi ostinato delle zampette che ignoravano o combattevano l’evidenza della morte. Si trattava del rumore. Il rumore che facevano le blatte quando crepavano di morte violenta.

Finire la raccolta ha confermato due cose dell’esordio di Marrucci. La prima è che per scrivere bene un racconto bisogna immaginarlo come un romanzo, cioè dare tutto. Non risparmiarsi nell’uso della lingua, nelle esplorazione di territori lontani o (ancora meglio) inventati, nell’implosione di sentimenti sedimentati dalla rabbia e dal silenzio. Usare le parole giuste, non necessariamente poche, ma giuste. Per farlo è importante darsi un tema, un senso, una mappa. Seguire una strada e percorrerla fino in fondo, fino all’ultima frase dell’ultimo racconto che in Ovunque nelle terra gli uomini è un pensiero, una vertigine che lettore e autore attraversano insieme.

Poi la voce modulò una cadenza nuova, appassionante e invincibile come soltanto l’amore o il comandamento di un dio, e sulle spirali di questa musica sono costretta a gettare la matita e a chiudere il diario perché adesso le parole sono finite, sono finite davvero, alla maniera di un rivolo d’acqua che perviene all’essiccazione dopo una lenta agonia, e io sto già muovendo il primo passo oltre il bordo della voragine e verso il sacrario ammaliante del bosco a cui mi ha condotto una femmina di volpe, sono pronta ad accogliere la rivelazione che non saprò tramandare e che ho provato stupidamente a dire, ecco che s’alza una babele di ruggiti e pigolii e strida e bramiti e fusa e gorgheggi e latrati, eccomi scendere alla chiesa vergine insieme agli uomini che hanno ricevuto la chiamata e alle bestie innumerevoli che li guidano e li proteggono.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
I racconti



Flannery O’Connor, Nel territorio del Diavolo. Sul mistero di scrivere,
minimumfax 2010
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