Nozze d’oro – Seconda parte

“Maybe Aunt Sally’s bread is coming back to her after all,” said his wife. “People used to be hard on Lovell. But I always liked him and I’m real glad he’s turned out so well.”  Lovell came back to the Stetsons’ the next evening. In the interval he had seen Aunt Sally and Uncle Tom. The meeting had been both glad and sad. Lovell had also seen other people.  “I’ve bought Uncle Tom’s old house from Peter Townley,” he said quietly, “and I want you folks to help me out with my plans. Uncle Tom and Aunt Sally ain’t going to spend their golden wedding in the poorhouse–no, sir. They’ll spend it in their own home with their old friends about them. But they’re not to know anything about it till the very night. Do you s’pose any of the old furniture could be got back?”  “I believe every stick of it could,” said Mrs. Stetson excitedly. “Most of it was bought by folks living handy and I don’t believe one of them would refuse to sell it back. Uncle Tom’s old chair is here to begin with–Aunt Sally give me that herself. She said she couldn’t bear to have it sold. Mrs. Isaac Appleby at the station bought the set of pink-sprigged china and James Parker bought the grandfather’s clock and the whatnot is at the Stanton Grays’.”  For the next fortnight Lovell and Mrs. Stetson did so much travelling round together that Jonah said genially he might as well be a bachelor as far as meals and buttons went. They visited every house where a bit of Aunt Sally’s belongings could be found. Very successful they were too, and at the end of their jaunting the interior of the little house behind the apple trees looked very much as it had looked when Aunt Sally and Uncle Tom lived there.  Meanwhile, Mrs. Stetson had been revolving a design in her mind, and one afternoon she did some canvassing on her own account. The next time she saw Lovell she said:  “We ain’t going to let you do it all. The women folks around here are going to furnish the refreshments for the golden wedding and the girls are going to decorate the house with golden rod.”  The evening of the wedding anniversary came. Everybody in Blair was in the plot, including the matron of the poorhouse. That night Aunt Sally watched the sunset over the hills through bitter tears.  “I never thought I’d be celebrating my golden wedding in the poorhouse,” she sobbed. Uncle Tom put his twisted hand on her shaking old shoulder, but before he could utter any words of comfort Lovell Stevens stood before them.  “Just get your bonnet on, Aunt Sally,” he cried jovially, “and both of you come along with me. I’ve got a buggy here for you … and you might as well say goodbye to this place, for you’re not coming back to it any more.”  “Lovell, oh, what do you mean?” said Aunt Sally tremulously.  “I’ll explain what I mean as we drive along. Hurry up–the folks are waiting.” 

When they reached the little old house, it was all aglow with light. Aunt Sally gave a cry as she entered it. All her old household goods were back in their places. There were some new ones too, for Lovell had supplied all that was lacking. The house was full of their old friends and neighbours. Mrs. Stetson welcomed them home again.  “Oh, Tom,” whispered Aunt Sally, tears of happiness streaming down her old face, “oh, Tom, isn’t God good?”  They had a right royal celebration, and a supper such as the Blair housewives could produce. There were speeches and songs and tales. Lovell kept himself in the background and helped Mrs. Stetson cut cake in the pantry all the evening. But when the guests had gone, he went to Aunt Sally and Uncle Tom, who were sitting by the fire.  “Here’s a little golden wedding present for you,” he said awkwardly, putting a purse into Aunt Sally’s hand. “I reckon there’s enough there to keep you from ever having to go to the poorhouse again and if not, there’ll be more where that comes from when it’s done.”  There were twenty-five bright twenty-dollar gold pieces in the purse.  “We can’t take it, Lovell,” protested Aunt Sally. “You can’t afford it.”  “Don’t you worry about that,” laughed Lovell. “Out west men don’t think much of a little wad like that. I owe you far more than can be paid in cash, Aunt Sally. You must take it–I want to know there’s a little home here for me and two kind hearts in it, no matter where I roam.”  “God bless you, Lovell,” said Uncle Tom huskily. “You don’t know what you’ve done for Sally and me.”  That night, when Lovell went to the little bedroom off the parlour–for Aunt Sally, rejoicing in the fact that she was again mistress of a spare room, would not hear of his going to the station hotel–he gazed at his reflection in the gilt-framed mirror soberly.  “You’ve just got enough left to pay your passage back west, old fellow,” he said, “and then it’s begin all over again just where you begun before. But Aunt Sally’s face was worth it all–yes, sir. And you’ve got your two hands still and an old couple’s prayers and blessings. Not such a bad capital, Lovell, not such a bad capital.”  


«Forse, in fin dei conti, il bene che zia Sally ha fatto le sta tornando indietro,» disse sua moglie. «La gente è sempre stata dura con Lovell. A me invece è sempre piaciuto, e sono davvero contenta che sia venuto su così bene.»

Lovell tornò dagli Stetson la sera seguente. Nel frattempo aveva visto la zia Sally e lo zio Tom. L’incontro era stato insieme triste e pieno di gioia. Lovell, però, aveva avuto modo di incontrare anche altre persone.

«Ho comprato la vecchia casa dello zio Tom da Peter Townley», disse piano, «e voglio che mi aiutiate a realizzare il mio piano. Lo zio Tom e la zia Sally non passeranno le loro nozze d’oro all’ospizio dei poveri, eh no. Festeggeranno a casa, con i vecchi amici intorno. Ma non devono sapere niente fino alla sera stessa. Secondo voi, possiamo recuperare qualcuno dei vecchi mobili?»

«Credo proprio che si possa recuperare tutto, fino all’ultimo pezzo», disse la signora Stetson con entusiasmo. «La maggior parte l’han comprata delle persone che abitano qui vicino, e non credo che uno solo si rifiuterebbe di rivenderla. La vecchia poltrona dello zio Tom, tanto per cominciare, è qui da noi, me l’aveva data la zia Sally. Diceva che non sopportava l’idea di venderla. La signora Isaac Appleby, alla stazione, ha preso il servizio di porcellana con i fiorellini rosa, James Parker ha comprato l’orologio a pendolo del nonno e il resto della roba è dagli Stanton Gray.»

Nelle due settimane successive Lovell e la signora Stetson andarono in giro insieme così spesso da far dire ironicamente a Jonah che per quanto riguardava i pasti e i bottoni tanto valeva che fosse scapolo. Passarono da ogni casa in cui si potesse trovare anche una sola delle cose di zia Sally. Ed ebbero così tanto successo che, alla fine delle loro scorribande, l’interno della casetta dietro i meli sembrava di nuovo quasi com’era ai tempi in cui la zia Sally e lo zio Tom ci vivevano.

Nel frattempo la signora Stetson rimuginava sul da farsi, e un pomeriggio prese delle informazioni per conto suo.

Quando rivide Lovell, gli disse: «Non ti lasceremo fare tutto da solo. Le donne qui penseranno a preparare il rinfresco per l’anniversario e le ragazze addobberanno la casa con la verga d’oro[1]

Arrivò la sera dell’anniversario di nozze. Tutti a Blair erano coinvolti nel piano, perfino la direttrice dell’ospizio dei poveri. Quella sera zia Sally guardava il sole che tramontava dietro le colline e le lacrime le rigavano il viso.

«Non avrei mai pensato di festeggiare le mie nozze d’oro all’ospizio dei poveri», singhiozzò.

Zio Tom le posò la mano nodosa sulla spalla curva e tremante, ma prima che potesse dire una sola parola di conforto, Lovell Stevens fece il suo ingresso. «Su, mettiti il cappellino, zia Sally», ordinò allegramente, «e venite via tutti e due con me. Ho una carrozza pronta per voi… e tanto vale che salutiate questo posto, perché non ci tornerete mai più.»

«Lovell, oh, che cosa vuoi dire?» disse zia Sally con voce tremante.

«Te lo spiego mentre andiamo. Forza, vi stanno aspettando.»

Quando arrivarono alla vecchia casetta, la trovarono tutta illuminata. Entrando, zia Sally gridò. Tutti i vecchi arredi erano tornati al loro posto. E ce n’erano anche di nuovi, perché Lovell aveva provveduto a tutto ciò che mancava. In casa si erano raccolti gli amici di lunga data e i vicini. La signora Stetson diede loro il benvenuto.

«Oh, Tom,» sussurrò zia Sally, mentre lacrime di felicità le bagnavano le guance avvizzite, «oh, Tom, non è buono il Signore?»

Fu una festa regale, con una cena come solo le donne di Blair sapevano preparare. Ci furono discorsi, canzoni e racconti. Lovell rimase in disparte e passò tutta la sera ad aiutare la signora Stetson a tagliare le torte nella dispensa. Ma quando gli ospiti se ne furono andati, lui si avvicinò a zia Sally e a zio Tom, seduti accanto al fuoco.

«Ecco un piccolo regalo per le vostre nozze d’oro», disse Lovell con un certo imbarazzo, mettendo un borsellino in mano a zia Sally. «Credo che qui dentro ci sia abbastanza per non dover più mettere piede all’ospizio dei poveri, e se non basterà, ce ne sarà dell’altro quando questi saranno finiti.»

Il borsellino conteneva venticinque scintillanti monete d’oro da venti dollari.

«Non possiamo accettare, Lovell», protestò zia Sally. «Non puoi permettertelo.»

«Oh, non preoccuparti per questo», rise Lovell. «Lag­giù a ovest gli uomini non fanno gran conto di un gruzzoletto così. Io vi devo molto più di quanto si possa pagare in contanti, zia Sally. Dovete prenderlo: voglio sapere che, ovunque io sia, qui c’è una casetta con due cuori buoni che mi aspettano.»

«Dio ti benedica, Lovell», disse zio Tom con voce strozzata. «Non sai che cosa hai fatto per me e per Sally.»

Quella notte, quando si ritirò nella cameretta accanto al salotto, perché zia Sally, felice di avere di nuovo una stanza per gli ospiti, non volle nemmeno sentir parlare dell’albergo della stazione, Lovell indugiò lungamente davanti allo specchio dalla cornice dorata.

«Ti resta giusto il necessario per pagarti il viaggio di ritorno a ovest, vecchio mio», disse, «e poi si ricomincia tutto da capo, proprio da dove avevi iniziato. Ma l’espressione di zia Sally valeva tutto, sissignore. E hai le mani su cui contare, e le preghiere e le benedizioni di una vecchia coppia. Non è poca cosa, Lovell, non è poca cosa.»


[1] La Verga d’Oro (Solidago) con i suoi caratteristici fiori giallo oro è una pianta che fiorisce a fine estate ed è considerata un simbolo di buona fortuna e prosperità. Nell’epoca vittoriana, il fiore era usato come decorazione per la celebrazione delle nozze d’oro, simboleggiando la durata e il valore del legame.

Traduzione di Luisa Campedelli

A Golden Wedding, 1909
Nozze d’oro

Nel racconto Nozze d’oro Lucy Maud Montgomery narra una storia apparentemente semplice ma densa di significati morali e umani, specchio della sua visione della vita e della responsabilità individuale nel mondo. Il racconto ruota attorno al gesto di Lovell Stevens, che decide di restituire dignità e serenità a zio Tom e zia Sally nel momento più delicato della loro esistenza, facendo sì che l’anniversario delle nozze d’oro da momento umiliante si trasformi in celebrazione autentica e dignitosa. L’autrice si sofferma quindi sul sentimento di gratitudine come valore capace di attivare il riscatto personale e come elemento propulsivo di forze virtuose e aggregatrici nella società.

Il tema della riconoscenza verso chi ha accolto, protetto e offerto affetto e guida nell’infanzia è strettamente legato alla biografia dell’autrice. L. M. Montgomery, rimasta orfana di madre da piccolissima, fu cresciuta dai nonni in un ambiente severo ma profondamente formativo. Come Lovell, Lucy Maud riconobbe per tutta la vita il peso degli insegnamenti ricevuti durante l’infanzia e la loro influenza nella propria crescita morale e creativa. Nel racconto, il bene ricevuto non risulta mai astratto o dato per scontato, ma viene restituito attraverso azioni concrete, in linea con la concezione etica molto radicata nella cultura presbiteriana in cui L. M. Montgomery era cresciuta.

Elemento centrale del racconto è il tema della dignità in vecchiaia e in povertà. Zia Sally non soffre tanto per la mancanza di mezzi quanto per l’umiliazione di essere costretta all’ospizio dei poveri. L. M. Montgomery mostra una profonda empatia verso questa condizione, probabilmente maturata anche attraverso l’osservazione della fragilità e delle difficoltà materiali che caratterizzavano la vita di molte persone anziane nelle comunità rurali canadesi dell’epoca. La casa restaurata e restituita ai suoi proprietari diventa simbolo dell’identità personale, della continuità della vita e della legittimità, un tema ricorrente anche in opere come Anna dai capelli rossi, dove lo spazio domestico rappresenta appartenenza e sicurezza.

Il racconto stimola una riflessione sull’importanza della comunità che si mobilita silenziosamente e senza esitazione per sostenere l’iniziativa di Lovell. Questa visione solidale della società rispecchia l’ideale montgomeryano di una comunità rurale fondata sulla cooperazione e sulla responsabilità reciproca, spesso idealizzata nelle sue opere come contrappeso alle difficoltà della vita. Anche questo aspetto trova riscontro nella biografia dell’autrice, che visse a lungo in piccoli centri dove i legami sociali erano essenziali per la sopravvivenza materiale ed emotiva.

Infine, il sacrificio di Lovell, il quale per poter ricambiare il bene ricevuto deve impegnare i risparmi accantonati fino a quel momento lavorando come manovale. Secondo L. M. Montgomery il valore di una persona non si misura dal successo materiale raggiunto ma dalla rettitudine morale. Questa idea attraversa tutta la sua produzione e si collega anche all’esperienza personale di scrittrice: la vera ricchezza risiede nella capacità di fare il bene e di mantenere fede ai legami affettivi più autentici.

Nozze d’oro di Lucy Maud Montgomery si inserisce pienamente nel clima culturale e morale ereditato dall’età vittoriana, periodo che, pur essendo formalmente concluso con la morte della regina Vittoria nel 1901, continuò a influenzare profondamente la società canadese nei decenni successivi. Il Canada, giovane nazione della Confederazione (1867), conservava nelle comunità rurali i valori tradizionali, come il senso del dovere, la rispettabilità morale, la centralità della famiglia e l’importanza della comunità. La celebrazione delle nozze d’oro riflette un’idea tipicamente vittoriana del matrimonio come istituzione fondata sulla stabilità, sulla durata e sulla rispettabilità sociale più che sulla passione romantica. Zio Tom e zia Sally non sono presentati come una coppia idealizzata in senso sentimentale e frivolamente romantica, bensì come due persone che hanno condiviso una dura vita di lavoro, sacrifici e responsabilità reciproche. Questo modello di unione corrisponde perfettamente all’unione matrimoniale secondo l’etica vittoriana: il valore di un matrimonio si misurava in base alla perseveranza e all’adempimento del dovere dei coniugi e non con l’espressione dell’intensità emotiva e sentimentale.

E ancora. Il tema dell’ospizio dei poveri richiama una realtà sociale concreta dell’epoca. In Canada, come nel Regno Unito, l’assistenza agli anziani indigenti era spesso affidata a istituzioni pubbliche percepite come ultima risorsa e luoghi di perdita della dignità personale. L’umiliazione provata da zia Sally non è quindi individuale, ma rappresenta una mentalità diffusa che vedeva nella povertà una vergogna morale. La situazione si presta a dare un quadro della tensione vittoriana tra carità cristiana e stigma sociale della miseria.

Lovell Stevens incarna l’ideale vittoriano dell’autosufficienza e dell’ascesa sociale attraverso il lavoro. Partito senza mezzi, riesce a migliorare la propria condizione grazie alla fatica e alla perseveranza, in linea con il mito del self-made man di puritana strutturazione, particolarmente radicato nel contesto canadese dell’espansione verso ovest, verso le regioni occidentali del Canada tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Infine, il gesto di Lovell assume un valore etico profondamente vittoriano: la restituzione del bene ricevuto come dovere morale. La ricchezza non è condannata, non è da stigmatizzare, ma perde significato se non è accompagnata dalla consapevolezza e dalla responsabilità sociale. In questo senso, Nozze d’oro riflette una visione del mondo in cui il successo individuale trova giustificazione solo quando si traduce in beneficio collettivo grazie alla generosa condivisione nel momento del bisogno.

Nel panorama della narrativa anglofona tra XIX e primo XX secolo, Lucy Maud Montgomery occupa una posizione peculiare, collocandosi idealmente tra la tradizione vittoriana e una sensibilità più moderna. Il confronto con autrici come Louisa May Alcott, George Eliot ed Elizabeth Gaskell permette di cogliere meglio le specificità della sua scrittura e il motivo per cui la critica l’ha a lungo sottovalutata.

Come Louisa May Alcott, Montgomery è stata spesso associata alla letteratura per ragazzi e alla formazione morale. Anna dai capelli rossi presenta affinità evidenti con Piccole donne: entrambe le opere mettono al centro giovani protagoniste femminili vivaci e non conformiste, che crescono all’interno di un contesto familiare e comunitario. Tuttavia, mentre Alcott costruisce un modello educativo esplicitamente didattico, legato ai valori repubblicani e protestanti americani, L. M. Montgomery adotta un tono meno prescrittivo e più lirico. L’educazione di Anna non avviene tanto attraverso regole morali quanto attraverso l’immaginazione, il linguaggio e il rapporto con il paesaggio. Questa differenza contribuisce a rendere L. M. Montgomery meno facilmente classificabile come autrice didattica, ma anche più difficile da collocare sul piano critico.

Il confronto con George Eliot evidenzia invece un divario nella ricezione della critica. Eliot, considerata una delle grandi figure del realismo vittoriano, ha affrontato temi come il dovere, la moralità e la vita provinciale con un impianto filosofico esplicito e una struttura narrativa complessa, come ben si evince nel suo romanzo più noto, Il mulino sulla Floss, o in Middlemarch, tra gli altri. Montgomery tratta temi analoghi, la comunità rurale, la responsabilità morale, il sacrificio individuale, ma li esprime attraverso forme narrative più semplici e più accessibili. Racconti come Nozze d’oro mostrano come L. M. Montgomery condivida con Eliot l’attenzione per l’etica quotidiana e per le conseguenze morali delle azioni, pur rinunciando alla profondità speculativa che ha garantito a Eliot un riconoscimento canonico più immediato.

Elizabeth Gaskell offre forse il paragone più illuminante. Come Montgomery, Gaskell è attenta alle dinamiche comunitarie, alla solidarietà e alla dignità delle classi vulnerabili. Nei romanzi di Gaskell, tuttavia, la questione sociale è affrontata in modo più esplicito e conflittuale, mentre Montgomery tende a risolvere i problemi attraverso l’intervento morale dei singoli e la cooperazione collettiva. In Nozze d’oro, ad esempio, la povertà non diventa denuncia strutturale del sistema, ma occasione per riaffermare valori come la gratitudine e la responsabilità personale.

In sintesi, mentre Alcott, Eliot e Gaskell sono state riconosciute come autrici serie grazie a un esplicito impegno morale, filosofico o sociale, Montgomery è rimasta a lungo confinata in una dimensione più limitata e popolare. La critica contemporanea ne ha tuttavia rivalutato l’opera, riconoscendo che dietro l’apparente semplicità si nasconde una riflessione profonda sull’etica quotidiana, sulla condizione femminile e sul valore della comunità. In questo senso, Montgomery non è inferiore alle sue contemporanee, ma rappresenta un approccio diverso nel raccontare la complessità del reale, un approccio più discreto e meno conflittuale, forse, e tuttavia certamente efficace e altrettanto significativo.

A Golden Wedding (1909) di Lucy Maud Montgomery – prima parte

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