Tutti, almeno una volta, abbiamo incontrato I tre moschettieri e i suoi personaggi indimenticabili. Anch’io ho amato quel libro, l’ho letto da ragazza, forse a dodici o tredici anni, innamorandomi di Athos e di D’Artagnan e detestando, come molti, la perfida e intrigante Milady. In quel romanzo appariva soprattutto come un’antagonista: una donna bellissima e manipolatrice, capace di sedurre, ingannare e uccidere.
Milady il libro di Adélaïde de Clermont-Tonnerre uscito da poco in Italia pubblicato da e/o (tradotto da Alberto Bracci Testasecca) ribalta completamente quella prospettiva. Senza trasformarla in una santa o in una vittima ideale, come ha dichiarato l’autrice stessa in molte interviste, prova a restituirle complessità e voce, le zone d’ombra rimangono molte, ma diventano comprensibili alla luce della sua storia. Fin dall’inizio la sua vita è segnata da violenze e soprusi: quando la incontriamo bambina, ha appena assistito allo stupro e all’assassinio della madre e della balia. Arriva a sei anni, infreddolita e affamata, alla porta di padre Lemaitre, con le scarpe ancora sporche di sangue. Da quel momento la sua esistenza sarà una continua lotta per sopravvivere e per difendere la propria libertà.
Chi la ama davvero finisce per morire o abbandonarla; gli altri, invece, cercano di controllarla, di possederla, di trasformarla in qualcuno che lei non vuole essere. Milady impara così a difendersi con le armi che possiede: l’intelligenza, la seduzione, la determinazione. Nel romanzo Milady diventa finalmente soggetto della propria storia: soffre, cade, si rialza, ama e viene tradita, ma continua a sperare nonostante tutto. Ama il conte de la Fere – che poi sarà solo Athos – ama Lord de Winter, e nonostante tutto, quasi alla fine della sua breve esistenza, si innamora ancora, del capo delle guardie del Cardinale Richelieu. E ama infintamente suo figlio. La vita però le restituisce sempre dolore e violenza, ed è proprio da quelle ferite che nasce la sua capacità di reagire, di proteggersi e talvolta di vendicarsi.
Nel romanzo, ritroviamo anche D’Artagnan, ormai vicino alla fine della sua vita, durante l’assedio di Maastricht. Raccontando la storia di Milady al suo attendente, rilegge gli eventi con nuovi occhi e lascia emergere dubbi e rimorsi per quel giudizio forse troppo affrettato, per quella che oggi potremmo definire una sorta di femminicidio ante litteram.
Milady è uno splendido romanzo di cappa e spada in chiave moderna, avvincente come lo sono state le storie dei Tre Moschettieri. Vincitore del prestigioso Prix Renaudot 2025, è il ritratto potente di una donna libera che, per sopravvivere in un mondo dominato dagli uomini, è costretta a giocare una partita pericolosa. Milady emerge come una figura tragica e affascinante, capace di farci riconsiderare una storia che pensavamo di conoscere già. “Credo che Alexandre Dumas, che era un grande seduttore, ne sarebbe stato pazzo” (cit. dell’autrice)
Carola Messina
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