Se chi scrive si traveste, allora Agatha Christie è stata la regina del travestimento letterario. Chi pensa di non conoscere la scrittrice inglese Mary Westmacott, si sbaglia. Il suo romanzo più famoso, Ritratto incompiuto, è un dramma solitario di una donna abbandonata che abbandona tutto e si trasferisce su un’isola deserta. È la storia di Agatha Christie. Anche perché l’ha scritto Agatha Christie.

“Basta romanzi polizieschi, volevo cambiar genere. Così, con qualche senso di colpa e una buona dose di compiacimento, mi accinsi a scrivere un romanzo che intitolai Giant’s Bread. La musica era il tema del libro, e questo faceva affiorare a tratti la mia scarsa conoscenza specialistica del campo. Comunque fu accolto favorevolmente dalla critica e, per essere un’opera prima, perché tale risultava, ebbe un certo successo di vendita. Lo firmai col nome di Mary Westmacott e per quindici anni riuscii a tenere nascosta la mia identità.”

Prima che scrittrice di successo, la Christie era una donna fragile e spesso depressa, alla costante ricerca di punti di riferimento maschili forse per la morte troppo precoce del padre (quando lei aveva 11 anni); forse per quel martirio che subiscono le persone che sanno talmente bene cosa vogliono da ostinarsi a perseguirlo facendosi del male. Dannandosi, fino a usare un nome falso per raccontare la propria natura.

Nata nel Devon nel 1890, di cognome faceva Miller. Era figlia di un americano, morto in un incidente, e di un’irlandese con doti da medium. Nella primissima infanzia, sua madre le proibì di imparare a leggere, costringendo la figlia a farlo da sola all’età di 5 anni. Adorava Piccole donne e la poesia inglese. Aveva amici immaginari e preferiva la compagnia degli animali a quella dei bambini. Insomma, una vera scrittrice inconsapevolmente eccentrica sin dalla tenera età.

Sin da ragazza era abituata a viaggiare. Prima in Francia dove studiò e poi in Egitto, a Il Cairo, che raggiunse a vent’anni con la madre malata. Qui ambientò il suo primo romanzo, Snow Upon the Desert che non conobbe i favori dell’editoria. I suoi primi lavori letterari si concentravano molto su temi legati all’esoterismo, ai mondi lontani, all’avventura. “Fate solo ciò che vi incanta. L’istinto è una cosa meravigliosa. Non può essere spiegato, né deve essere ignorato”. La scrittura era il suo modo di esplorare l’ignoto. Quel mistero quotidiano che poi diventerà la sua ossessione, sostegno imprescindibile nell’invenzione dei noti alter ego letterari: Miss Marple e Monsieur Poirot.

Leggendo i suoi gialli, più famosi e non, si intravede un punto di vista di vetro: come se la scrittrice sia sempre presente in scena ma attraverso un vetro. Dentro questo vetro, apparentemente infrangibile, si intravede la donna che vive in maniera caotica ogni giorno, compresi i suoi amori. “La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi”, diceva di sé.

Fu nel 1912 che conobbe Archie Christie, aviatore qualificato ma senza un soldo proprio come lei che non portava in dote granché. Secondo la sua autobiografia, è stata “l’eccitazione dello sconosciuto” che li ha attratti entrambi. Si sposarono alla vigilia di Natale del 1914, dopo che entrambi ebbero un’esperienza in guerra: Archie in Francia e Agatha tra gli aiuti volontari in un ospedale della Croce Rossa a Torquay. Fu qui che cominciò a scrivere le storie di Poirot. Ma Poirot e il mistero di Styles Court, il suo primo poliziesco terminato nel 1916, trovò la luce letteraria solo nel 1919. Un anno palindromo e fortunato: nasce la sua unica figlia, Rosalind, a Londra dove si era sistemata, dopo la guerra, con il marito. Anche per onorare il bisogno di serenità della moglie scrittrice, la famiglia nel 1925 aveva preferito la campagna a Londra. Dopo la morte della madre, in preda a una solitudine vitrea, Agatha però faticava a scrivere. Il suo matrimonio era teso per la tristezza, al punto da interrompersi quando Archie si innamora di una sua compagna di golf. Archie era un appassionato giocatore di golf, Agatha no. Una notte di inizio dicembre, sopraffatta dal dolore, Agatha lasciò Rosalind e la casa alle cure delle cameriere senza dire dove stesse andando. La sua auto fu trovata abbandonata la mattina dopo a diverse miglia di distanza. Ne conseguì una ricerca a livello nazionale. Agatha aveva preso il treno per Harrogate e si era nascosta nello Spa Hotel, “travestendosi” da Theresa Neale, cioè usando lo stesso cognome dell’amante di suo marito. Dopo essere stata riconosciuta dal personale dell’hotel, non riusciva a ricordare chi fosse quell’Archie che era arrivato a prenderla. Affetta da amnesia post-traumatica, tornata a casa, iniziò alcune cure psichiatriche. Senza reddito e senza ispirazione per scrivere, dopo il divorzio da Archie nel 1928, Agatha e la figlia si rifugiarono alle Canarie, dove terminò Il mistero del treno blu e scrisse il primo romanzo di Mary Westmacott, che le diede una buona rendita finanziaria.

Una delle sue ambizioni era viaggiare sull’Orient Express. Nel 1928 partì per Baghdad, restandone incantata. L’anno successivo ci tornò e incontrò l’archeologo Max Mallowan, molto più giovane, che diventò il suo secondo marito nel 1930. La relazione funzionò basandosi soprattutto sulla distanza: Max era spesso in viaggio per siti archeologici, la Christie restava a Londra scrivendo con ardore. Di regola Agatha scriveva due o tre libri all’anno, sfruttando l’atmosfera del Medio Oriente non solo nei famosi romanzi ma anche in racconti rimasti minori. La seconda guerra mondiale vide Max ottenere un lavoro in tempo di guerra al Cairo, mentre Agatha rimase in Inghilterra, scrivendo e facendo volontariato in una farmacia londinese. Ormai la sua conoscenza dei veleni, ostentata nei romanzi, era diventata un punto di riferimento anche per gli stessi medici che la interpellavano per risolvere casi di intossicazione da tallio. Lei i veleni li capiva bene. Non solo quelli organici, anche quelli emotivi. Nei suoi romanzi, l’amore non è innocentemente sacrosanto. I suoi intrecci romantici sono interrotti da tendenze omicide da parte di un coniuge o dell’altro, oppure i due amanti si struggono con considerazioni anticonvenzionali sulla famiglia che uccide con un veleno naturale.

Durante la ripresa post-bellica, all’apice del suo successo, Agatha era delusa dalla Christie. “Penso che la gratitudine che si prova nei confronti della vita non sia mai tanto forte e vitale come in questi anni. Ha la concretezza e l’intensità dei sogni, e a me sognare piace ancora molto.” Non si sentiva libera di creare. Gli anni ’50 la videro coinvolta soprattutto nelle produzioni teatrali. L’ultima apparizione pubblica risale alla prima cinematografica di “Assassinio sull’Orient Express”, nel 1974, dove l’autrice notò che i baffi di Poirot non erano abbastanza fastosi. Dopo una carriera di grande successo, Agatha morì in pace il 12 gennaio 1976. Di lei restano un centinaio tra romanzi, racconti, opere teatrali e non si contano gli adattamenti delle sue storie al cinema e in tv. La sua vita interiore resta un mistero, l’unico meravigliosamente caro a se stessa: “Mi piace vivere. È capitato anche a me di essere in balia di una profonda disperazione, di un’infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria”. 

Alessandra Minervini

Agatha Christie e la rivalutazione di (un) genere

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