Preparate i bagagli: zaino comodo, con dentro solo l’essenziale, abiti pesanti, scarpe adatte per camminare.

Destinazione? Guatemala.

Eviteremo le mete turistiche più gettonate, come Città del Guatemala, la caotica capitale; o Antigua, l’ex capitale coloniale, pulita ed elegante nel susseguirsi di bar e di caffè all’occidentale; eviteremo persino i siti archeologici dell’antica civiltà Maya. Toccheremo di sfuggita le rive del lago Atitlán, “ombelico del mondo”, il più profondo dell’America Latina e uno dei più belli del pianeta, ma solo per caricarci dell’energia e della spiritualità necessarie per immergerci in un altro Guatemala, meno conosciuto.

È il Guatemala che sta “sotto i suoni gracchianti delle radio che trasmettono musica americana, dietro ai locali che pubblicizzano tour per conoscere le grandezze maya, a fianco di meravigliose esposizioni di prodotti artigianali, profumo di caffè e tortillas a qualsiasi ora, sotto le foto negli aeroporti dove volti sorridenti di donne e bambini nei loro vestiti tipici accolgono turisti affamati di etnicità e di folclore, di ritualità e manufatti tradizionali”.

È il Guatemala delle Terre Alte, un ambiente di alta quota, dalla natura lussureggiante e suggestiva ma dal clima ostile, con piogge frequenti ed escursioni termiche elevate. 

È il Guatemala dei pueblos delle piccole comunità indigene, raggiungibili soltanto su strade dissestate, a bordo di tuk tuk o di camionetas inquinanti e rumorose. Questi caotici villaggi dall’economia agricola dei campesinos si caratterizzano per le loro strade fangose, ai cui lati si accumulano mucchi di plastica e di rifiuti; le case con il pavimento in terra, i tetti di lamiera e le pentole accatastate alla rinfusa; i cavi della luce aggrovigliati ai pali; i mercati improvvisati, dove donne vestite in trajes tradizionali e bambini scalzi vendono verdure tipiche e stoffe colorate; l’odore di pioggia misto a quello del cibo da strada e del caffè. 

È la Guatemala profunda: quella degli emarginati, dei dimenticati, degli invisibili. Quello di un’umanità silenziosa e silenziata, che porta addosso la ferita provocata dalla guerra civile (1960-1996) e dalla sistematica politica genocida, da decenni di sfruttamento, umiliazione e violenza perpetrati nell’indifferenza dell’attenzione internazionale. Regna, qui, una povertà invisibile, che sfugge agli indici, ai numeri, alle descrizioni, che non si identifica soltanto nella malnutrizione, nella mancanza di acqua potabile, strade, trasporti, scuole, ospedali, sicurezza: la povertà invisibile di chi non ha voce e non ha volto, né opportunità per esprimersi. In questo Guatemala incompreso, dove i turisti non vanno, s’incontra tuttavia un’umanità che lotta per mantenere la propria dignità, la propria cultura, le proprie lingue (sono circa ventuno, infatti, le lingue maya soppiantate dallo spagnolo e dall’inglese).

Sarà Alice Schellino la guida in questo viaggio. Antropologa laureata all’Università di Torino, insegnante di italiano L2 per conto di diversi progetti di accoglienza, responsabile di bottega equosolidale, Alice ha visitato il Guatemala in tre viaggi che l’hanno profondamente segnata.

Il primo, tra il 2010 e il 2011 in preparazione della tesi di laurea, vissuto come ospite in una famiglia di Comitancillo, è stato quello dell’iniziazione, della scoperta, della meraviglia, ma anche della solitudine e dell’estraneità.

Il secondo viaggio, tra il 2012 e il 2013, è stato il momento di una ricerca più matura e consapevole, con visite a diversi progetti legati al commercio internazionale equo solidale, progetti finalizzati a valorizzare prodotti e attività tradizionali come la tessitura e il caffè, e a dar voce alle donne, in particolare alle vittime di violenza, emarginate in quanto povere, in quanto donne e in quanto indigene. Di questi progetti, Alice ha potuto apprezzare le intenzioni positive e le speranze, ma anche rilevarne i limiti, in particolare la difficoltà di conciliare le richieste del commercio equosolidale internazionali (prezzi, concorrenza, gusti dei consumatori, divieto del lavoro minorile) con lo stile e i ritmi di vita delle comunità indigene (comunità dove, ad esempio, l’apprendimento di un’arte e di un mestiere come la tessitura avviene tramite uno scambio generazionale tra nonne e bambine, e il lavoro rappresenta una valida alternativa alla scuola, quando la scuola non c’è). È forse per il senso di impotenza e di sfiducia che questo secondo viaggio rappresenta per lei quello dell’allontanamento, della frattura.

Infine nel 2020, il terzo viaggio, quello del ritorno e della riconciliazione sia con le terre maya che con se stessa. Attratta in quelle terre come da un richiamo irrefrenabile, Alice è ripartita consapevole che “recuperare il Guatemala avrebbe significato per lei recuperare la sua parte più profonda, raccoglierla dal buio e dal silenzio in cui l’aveva confinata e permetterle di crescere”. In questo terzo viaggio, Alice ha conosciuto e collaborato con realtà, come scuole e biblioteche, sorte in pueblo distanti e diversi, ma collegate da un obiettivo comune: promuovere il diritto all’istruzione per i più piccoli e un’educazione che parta dal basso e che colmi le lacune dei programmi ministeriali (dove le lingue maya non sono utilizzate e lo studio della storia mira a giustificare la politica genocida e la superiorità del mondo occidentale), che dia voce agli indigeni e li renda forti dai margini, coscienti delle proprie radici e dei propri diritti. 

“Culturalità”, “marginalità”, “estraneità” sono le parole chiave per descrivere l’esperienza e gli stati d’animo che ne conseguono.

Grazie alla sua cultura e alla sua anima da antropologa, infatti, Alice ricerca, con i tanti pueblo visitati, un “dialogo culturale”, fatto non solo di parole – un po’ in spagnolo, un po’ in inglese, un po’ sforzandosi di imparare le varianti linguistiche maya -, ma soprattutto di sguardi, di osservazione diretta sul campo, di ascolto empatico e silenzioso, di immersione nelle realtà locali e negli ambienti, di lavoro manuale, di partecipazione diretta alla routine e alla ritualità quotidiana delle comunità.

Si tratta, appunto, di comunità che vivono “ai margini”, fuori dagli itinerari turistici ma anche fuori dall’attenzione internazionale, vittime di discriminazione sociale e di svariate forme di dominazione culturale; comunità ignorate, dimenticate o fraintese, che proprio “dai margini”, tuttavia, cercano strade di riscatto e di speranza.

Alice vorrebbe dialogare con quelle comunità in maniera diretta, senza mediazioni e senza filtri; spesso però, gli sguardi e i commenti che gli abitanti dei pueblos le rivolgono, l’indifferenza innaturale e ostentata, ma anche la riverente ammirazione la fanno sentire straniera ed estranea a quel mondo. Pochi le fanno domande o dimostrano curiosità per il suo essere lì; pochi entrano in confidenza con lei e hanno il coraggio di aprirsi e raccontarle la propria storia; ai loro occhi, lei resta pur sempre la ricca gringa straniera con i privilegi che nessuna donna dei pueblo potrebbe mai ricevere. Solo nel terzo viaggio Alice troverà più apertura e coinvolgimento; ma prima, l’adattamento culturale è destinato a procedere a singhiozzo, con un’alternanza tra momenti di profonda immersione e altri di solitudine, di distanza e anche di nostalgia e di rimpianto per casa propria, per la famiglia, per il proprio mondo di provenienza.

Sono stati, per Alice, tre viaggi affascinanti, ma non facili. A pesare su di lei, non sono solo le difficoltà di adattamento al clima e alla povertà dell’ambiente; i momenti di solitudine, di disagio, di estraneità, di nostalgia di casa; la necessità di farsi carico di storie “pesanti” di sfruttamento, violenza, emarginazione, storie da cui, di tanto in tanto, Alice sente il bisogno di sgravarsi, di alleggerirsi. Sono viaggi che la rendono vulnerabile, che le provocano fratture interiori e crisi di identità, che l’hanno portata a chiedersi il senso del suo essere donna e del suo essere antropologa. Questi tre viaggi, tuttavia, insieme alla successiva attività di scrittura di questo libro, le hanno permessi infine di imparare ad amare i margini, ad amare l’estraneità, di ricomporre i suoi frammenti, insomma di ritrovare se stessa.

Viaggi non facili, dunque. Per questo, Viaggiare il margine è un libro non facile. È un libro che scava, che provoca, che sconvolge, che emoziona, fa piangere, fa indignare, che non lascia indifferenti. È un libro che non può essere letto alla leggera, distrattamente. È un libro che va centellinato, studiato, sottolineato, annotato a margine, riletto anche più volte. Una lettura e un viaggio, una lettura di viaggio che non è per chiunque, ma che ha il potere di toccare il cuore di chi, come Alice, è disponibile ad aprirsi alla conoscenza e al dialogo culturale; e di chi, come Alice, è disponibile a lasciarsi scavare nel profondo, a fare i conti con la propria fragilità e le proprie fratture, a mettersi in discussione in una sincera e spietata ricerca di sé.

Silvia Oppezzo