Vita e letteratura sono universi incongrui? Territori che appartengono a diversi domini, che rispondono a leggi, istanze e bisogni divergenti? Oppure sono insiemi che si intersecano, che convergono e si completano? Ed è forse possibile ravvisare nelle spie della scrittura canali che siano in grado di condurre agli anfratti della mente di chi, quella scrittura, l’ha concepita? Si può spiegare l’emergenza della parola letteraria attraverso gli abissi della coscienza creativa? Vita e letteratura sono spazi complessi, che disperdono le risposte in una polisemia crescente, che mai si risolve del tutto, ma che è piuttosto il luogo del dubbio e della perplessità: come in una fantasmagoria di ombre e di specchi.

Un caso esemplare in cui vita e scrittura sembrano tenersi costantemente in un sottile campo di tensione è quello relativo all’opera poetica di Amelia Rosselli. L’autrice rappresenta perfettamente la figura – troppo spesso stereotipata – del poeta tormentato: capace di trasfigurare l’impasto caotico delle proprie sofferenze in versi luminosi, strazianti e decisivi. La vita di Rosselli (nata a Parigi nel 1930) è scandita da quello che potremmo definire un lungo apprendistato al dolore (che si lega contemporaneamente e indissolubilmente a una sua rielaborazione artistica). Non soltanto perché l’infanzia dell’autrice risultò segnata tragicamente dal trauma della morte del padre (l’esule antifascista Carlo Rosselli, ucciso in Francia insieme al fratello Nello da sicari di Mussolini nel 1937), ma anche perché l’intera sua esistenza si caratterizzò per una condizione permanente di inquietudine e sradicamento. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1949, cominciò a manifestare seri turbamenti psichici, che culminarono in un precoce esordio del morbo di Parkinson (a soli trentanove anni) e nella diagnosi di una schizofrenia paranoide, mai realmente accettata dall’autrice. La drammatica parabola esistenziale di Rosselli si esaurì con il suicidio nel 1996, in seguito a una depressione in cui era disperatamente caduta.

La scrittura poetica dell’autrice serve allora come scandaglio delle zone d’ombra della propria mente, delle storture di una storia allo stesso tempo personale e collettiva: è una sonda gettata nei turbinii della tempesta. Una scrittura dell’inconscio. Parafrasando Lacan, che concepiva l’inconscio come linguaggio: la parola personale, laddove non è parola parlata (riuso improprio di porzioni frasali cristallizzate, imparate a memoria e rigettate bulimicamente), è sempre inserita in un corpo a corpo tra desiderio e sofferenza. Rosselli struttura la sua opera all’interno di questa precisa prospettiva ermeneutica: una ridefinizione dei propri mali, una ricerca perpetua della loro origine e l’anelare a una possibile via di fuga.

Come leggiamo in questo frammento struggente tratto da Variazioni belliche, prima raccolta pubblicata dall’autrice, nel 1964: «Se per il caso che mi guidava io facevo capriole: se per / la perdita che continuava la sua girandola io sapevo: se / per l’agonia che mi prendeva io perdevo: se per l’incanto / che non seguivo io non cadevo: se nelle stelle dell’universo / io cascavo a terra con un tonfo come nell’acqua: se per / l’improvvisa pena io salvavo i miei ma rimanevo a terra / ad aspettare il battello se per la pena tu sentivi per / me (forse) ed io per te non cadevamo sempre incerti nell’avvenire / se tutto questo non era che fandonia allora dove rimaneva / la terra? Allora chi chiamava – e chi rinnegava?».

Altra caratteristica essenziale della poetica rosselliana è la ricerca plurilinguistica che affianca la stesura delle raccolte della maturità. Un plurilinguismo che nasce in seno alla sua caratura di scrittrice internazionale: di esule, di straniera o – come lei stessa si definì in alcune occasioni – di rifugiata politica. Nata, come si è detto, a Parigi (dove la sua famiglia si era trasferita per fuggire dalle persecuzioni fasciste), dopo l’assassinio del padre e dello zio si sposta con il resto della famiglia, prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. In gioventù si trasferisce a Londra, e qui porta a termine un incostante e personalissimo percorso di studi letterari e filosofici. Negli anni Cinquanta è in Germania, paese in cui perfeziona gli studi musicali (altro elemento centrale nella formazione artistica di Amelia Rosselli) presso la famosa scuola di Darmstadt (nella quale si portava avanti l’eredità della musica dodecafonica di Schoenberg).

Il quadro complesso di questo percorso artistico e letterario definisce perfettamente il carattere apolide, composito e idiolettico della poesia di Rosselli. Una personalità attenta a recepire stimoli artistici di vario genere e di varia matrice: perfettamente inserita al centro dei sommovimenti culturali dei decenni centrali del Novecento. Tanto grande e consapevole questa condizione di scrittrice cosmopolita, da portarla a guardare con sospetto e ironia lo sperimentalismo della neoavanguardia italiana dei primi anni Sessanta: «a me, che avevo già letto Joyce in inglese e conoscevo i surrealisti in francese, sembravano riunioni un poco accademiche».

Lo sperimentalismo e il plurilinguismo di Rosselli, invece, nascono da un incontro di prima mano con il fervente ambiente culturale europeo e statunitense di quegli anni, e da una conoscenza familiare con il francese e l’inglese (lingue materne ancor prima dell’italiano, recuperato soltanto tardivamente e mai padroneggiato, nel parlato, quanto le altre due lingue). L’esito di questo processo creativo conduce a una rielaborazione naturale di materiali letterari di diversa origine: da Dante a Rimbaud, da Leopardi a Paul Celan, da Sylvia Plath (peraltro tradotta dalla stessa Rosselli) a Samuel Beckett. Allo stesso tempo, questo processo plurilinguistico si dispiega nell’opera dell’autrice per mezzo di una scrittura capace di attraversare con facilità e dimestichezza i differenti idiomi nazionali. Si veda, per esempio, questo brano esilarante e sperimentale tratto dal Diario in tre lingue, contenuto in Primi scritti 1952-1963: «Montale-Proust / italian stornello popolare / greek-latin prose / Joyce, frantumazione / Surrealismo (french) / classici / argots / Chinois / strutture lingue straniere / eliot-religious».

Un ultimo elemento da prendere in considerazione per provare a definire nel suo insieme la poetica dell’autrice è la presenza all’interno della sua scrittura di una fortissima vocazione musicale. Abbiamo già ricordato come la musica fosse stata una componente centrale nella formazione artistica di Rosselli, ma essa si presenta altresì nelle pieghe della sua stessa scrittura poetica. Osserviamo, in questo senso, alcuni versi tratti dall’oscuro poemetto La libellula, dove le anafore sembrano incalzarci secondo un andamento musicale ossessivo: «Dissipa tu se tu vuoi questa debole / vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa / tu il pudore della mia verginità; dissipa tu / la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige, / dissipa il remo che batte sul ramo in disparte. / Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa / tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero / troppo elevato di richieste che m’agonizzano: / dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa / tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna, / ma io non ti trovo, o non oso dissiparmi. Dissipa / tu, se tu puoi, se tu sai, se na hai il tempo / e la voglia, se è il caso, se è possibile, se / non debolmente ti lagni, questa mia vita che / non si lagna».

La poesia di Amelia Rosselli si rivolge secondo un ritmo martellante e travolgente. La parola si svapora, il significato si illanguidisce, perde i referenti e i punti di riferimento: per ritrovarsi, infine, in tutta la sua necessaria e ineluttabile potenza espressiva. È la struttura musicale della poesia rosselliana che ci incanta nella sua dimensione oracolare: oscura come è oscuro l’inconscio, e al contempo attraversata da lampi e fantasmi, da una musica che è la stessa che innerva le contorsioni della psiche. Una scrittura dell’inconscio che in questo modo diventa – ed è sempre stata – una musica dell’inconscio: un ditirambo di folle sregolatezza, che continua a pulsare vitale nelle briglie, nei metri e nelle forme di una partitura poetica.

Andrea Borio

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