Il libro dell’antropologo Andrea Staid, La casa vivente (add editore, 2021), non è un libro per tutti. O meglio, non è un libro per tutti quelli che si occupano di cultura materiale, poiché la sua trattazione finirà inevitabilmente per mettere in crisi i concetti stessi di “cultura” e di “materiale” su cui si basano molte riflessioni sul tema.
E lo fa a partire da uno degli oggetti umani per eccellenza: la casa.
“Friedensreich Hundertwasser, artista e architetto di origini austriache, affermava che l’uomo possiede tre pelli: la propria, gli abiti e la dimora. Tutte e tre devono rinnovarsi, crescere e mutare. Se la terza pelle, ovvero la casa, non cresce e non si modifica con le altre, si irrigidisce e muore, come la cute secca.”
Nel mondo contemporaneo, transculturale e globalizzato, sull’orlo di un collasso climatico, l’idea di casa deve necessariamente cambiare a partire dalla sua stessa concezione. Ma riflettere sull’idea di casa, avverte Staid, vuol dire prima di tutto riflettere sulla cultura che quella casa costruisce, poiché “non costruiamo il mondo in un certo modo in virtù di ciò che siamo, ma in virtù delle nostre concezioni”. Vale a dire che “costruiamo culturalmente”.
La casa, dunque, più di ogni altra entità materiale, è costruita in funzione di come intendiamo le nostre relazioni con l’ambiente e lo spazio sociale intorno a noi, di ciò che consideriamo importante in termini simbolici e valoriali, delle rappresentazioni secondo cui concepiamo lo spazio.
Da antropologo ed etnologo quale è, Andrea Staid inizia perciò un appassionato racconto di viaggi in mondi e culture altre attraverso le case costruite e abitate in questi luoghi. Ovviamente diversissime da quelle proprie della società occidentale.
Racconta di essersi trovato in un villaggio di palafitte tra le comunità indigene Dzao e di aver mostrato agli abitanti del luogo alcune fotografie del suo appartamento situato al settimo piano di un edificio milanese. La loro attenzione si è subito rivolta alla spessa porta d’ingresso. Quando Andrea Staid ha spiegato loro che, dove abitiamo noi, quando entriamo o usciamo di casa chiudiamo quella porta a chiave, la domanda inevitabile è stata: “E non avete paura?”.
Si comprende subito, allora, che l’oggetto porta, e di conseguenza quello di spazio interno ed esterno assumono un significato completamente diverso in culture diverse. Là dove c’è un bisogno di proteggersi dagli altri esiste invece un bisogno di connettersi con la comunità senza la quale l’esistenza stessa sarebbe forse impossibile o quantomeno precaria.
Alla luce di queste riflessioni l’idea della casa contemporanea per eccellenza, “l’appartamento”, appare come una forma di esclusione dal mondo circostante, dallo spazio esterno, dal mondo animale e vegetale e soprattutto dagli altri esseri umani. “Eravamo fatti per l’esterno, per montagne, praterie e foreste” e invece ci siamo ritrovati in case che “le leggi del mercato e della burocrazia hanno scelto per noi”. E non è affatto detto che queste scelte siano le migliori. Soprattutto se intendono la casa come un bene di consumo e non come un bene d’uso, se non considerano l’abitare come una condizione intermedia tra lo spazio e il tempo in cui viviamo.
Un intero capitolo del libro è perciò dedicato all’architettura vernacolare e spontanea diffusa in tutto il mondo: le gamme in Norvegia, le black house delle isole Ebridi, la izba russa, la minka giapponese, le tolek africane e tanti altri tipi di case che bisogna andare a cercare su Google perché probabilmente mai sentite e mai viste e per rendersi conto di quanto siano perfettamente inserite nel territorio circostante, magistralmente pensate per rispondere alle condizioni di clima e di luce dei luoghi.
Dopo aver abitato in tante di queste sapienti costruzioni, Andrea Staid non è stato più lo stesso. Perché, citando Gilles Clèment, in fondo “solo il viaggio apre le porte di una casa di cui credeva di avere le chiavi”. E così nell’ultima parte del libro, che da saggio si fa quasi romanzo di formazione, l’antropologo racconta di come, una volta tornato da queste esperienze nel mondo, ha deciso di lasciare la sua casa a Milano, quella con la porta che faceva paura agli indigeni, per traferirsi in una vecchia casa in pietra, sui monti liguri, “dove si arriva solo a piedi servendosi di ripide scale”. Cambiare casa, però, ha significato prima di tutto cambiare vita: dedicarsi all’autoproduzione del cibo, sperimentare forme di socialità collettiva, recuperare il senso del tempo e dello spazio.
E da homo sapiens ha scelto di diventare homo faber.
“Tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali”.
È evidente che il senso di tutta la trattazione non è convincerci ad abbandonare tutti quanti le nostre case cittadine per andare a vivere nel bosco. Il senso ultimo di questo libro è un invito a riflettere sul senso dell’abitare, inteso come relazione inscindibile tra uomo, spazio e tempo e sull’oggetto casa in quanto tale.
È questo il motivo per cui, perciò, un libro del genere può interessare a chi si occupa di design. Andrea Staid ci induce a recuperare una relazione di conoscenza profonda con le cose della nostra vita. Chi ha costruito quegli oggetti, con quali materiali e perché, con quale storia e quale tradizione? Quali logiche politiche ed economiche ne determinano la loro definizione?
Perché questa cultura delle cose, intesa come riscoperta del processo di creazione e costruzione, è l’unica possibilità che abbiamo per ritornare ad essere parte organica di un habitat. Se pure tecnologico, virtuale e contemporaneo.
Loredana La Fortuna
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