«Io sono una persona antipatica.
Sono aliena, sono impresentabile.
Sono esigente col mondo, non vorrei che le cose fossero come sono,
ma conoscendo del mondo solo le parti infime e dando giudizi che invece riguardano tutto,
finisco per sembrare e per essere ingiusta, e così preferisco non parlare.
Io sono in contraddizione continua con me stessa.»
«Com’è stata la passeggiata?»
«Ortese.»
«Com’era la mostra?»
«Ortese.»
«Il film ti è piaciuto?»
«Mi è sembrata una storia molto Ortese.»
È Ortese un’esperienza piena di grazia. Ortese è qualcosa che ha un corrispettivo nel mondo reale, che diventa imprescindibile già dalla prima volta in cui ti imbatti nelle sue parole. Cosa sono le parole e le storie di Anna Maria Ortese l’hanno scritto molte persone molto prima di me. Ancora succede. Molto bene. (Certe volte mi domando se e quanto ne sarà felice dell’attenzione che le dimostriamo post mortem, o meglio quanto le sarebbe piaciuto riceverla in vita.)
L’ho conosciuta attraverso i suoi libri più famosi. Ma è in quelli cosidetti minori, meno conosciuti, meno letti, meno instagrammati, che ho capito di amarla. È nei racconti di Angelici dolori (di cui ho già scritto su questa rivista) e nelle prose saggistiche che ho capito che il suo sguardo rinomina il mondo e una volta che lo intercetti non solo lascia un’impronta ma diventa l’unico modo giusto in cui guardare e sentire determinati aspetti, semplici o complessi, dell’esistenza.
In Piccole Persone c’è un capitoletto sulla malinconia che se l’avesse scritto un uomo lo troveremmo nelle antologie scolastiche o nei tomi universitari di filosofia. Sì, perchè l’immaginario di Ortese ha basi filosofiche, di quella filosofia che è una contraddizione in termini a volte per quanto sincretica e, per gli stessi motivi, risulta invece una rivelazione ontologica.
«C’è un sentimento acuto e confuso, indolore e pieno di mite dolore, del vivere, che si chiama malinconia. (…) E così, quei popoli che hanno una calma malinconia sono nel colmo, in verità, della loro fioritura, anche se li vedi poveri e tristi. (…) Il lusso delle cose, come delle speranze, e le determinazioni, è l’orrendo.»
Il tomo è agile nella forma meno nel contenuto. Se qualcuno soffre davanti alla ratio delle cose, soffrirà molto. Ma ne varrà la pena.
Anna Maria Ortese nelle rare foto che la ritraggono appare spesso con gli occhi invisibili dentro gli occhiali scuri. Quel suo sguardo, pieno di pudore, con uno spessore protettivo in meno degli altri, smosse prodigiose lotte sociali ante litteram. Ne Le piccole persone raccoglie i principali interventi della scrittrice sui costumi sociali e politici dell’Italia del suo tempo dal 1940 al 1997. Leggendolo si scoprono tutte le anime della scrittrice, compresa quella di attivista animalista che si batteva contro la vivisezione, la caccia, l’abbandono degli animali senza risparmiare critiche feroci a intellettuali e politici falsamente progressisti. Dietro la pacatezza a cui comunemente viene associata traspare una rabbia, fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che rende il suo pensiero inafferrabile, generato da una cassandra mille spanne sopra tutti.
Una menzione speciale merita, a questo proposito, il capitolo che dà il nome al libro.
«Ritengo gli animali Piccole Persone, fratelli diversi dell’uomo, creature con una faccia, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero e una sensibilità chiusa, ma dello stesso valore della sensibilità e del pensiero umano, soltanto lo esprimono al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi.»
Umile con gli umili, intollerante con i padroni. Di sé scrisse di sentirsi libera e sola come un gatto. Se c’è una dote che distingue chi è destinato a scrivere e chi piega il suo destino ala scrittura è la capacità di scavare a fondo. Ortese scava senza sentire il peso della terra infilarsi sulle unghie, la polvere sporcarle i vestiti, il buio toglierle la determinazione. Scrivere è come sognare, è un atto privato. Diceva, avendo molta ragione. Calvino la definiva «zingara assorta in sogno», una che sogna ma non dorme. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere, e si esprimeva, come una persona. Questo suo essere così umana l’ha destinata per sempre alla scrittura. Non aveva scelta. L’ha resa la dea delle piccole persone, una donna piena di grazia. La sua scrittura è etica, ripara il destino delle anime incapaci di fare del male e per questo, ecco sì, destinate a essere ferite. Destinate al dolore, queste piccole persone, sono consapevoli della propria condizione. Prede facili della miseria, sono attratte dalla bellezza. Le piccole persone si esiliano da sole. Nel 1967 Ortese vince il Premio Strega, con Poveri e semplici, e dichiara di accettarlo per soldi. Quella dei soldi è una mancanza che la ossessiona. Dopo lo Strega compra casa e sceglie Rapallo come esilio volontario, dove vivrà con la sorella fino alla morte nel 1998. Continuerà a scrivere fino alla fine, fedele ai suoi temi più cari.
«Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri:
quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo
la più fastidiosa espressione della nullità,
nella più arretrata e insignificante delle nazioni.»
Nel 1928 si trasferisce a Napoli, dove intraprende gli studi da autodidatta senza frequentare circoli ufficiali. Tempo dopo all’amico poeta, Dario Bellezza, in proposito scriverà: «Spiegarti questo orrore segreto di partecipare alla cultura italiana di buon livello – è impossibile. Sai, sarebbe come rientrare malvestiti e invecchiati in una casa di potenti – dove tutti sono sempre vestiti in modo impeccabile, e soprattutto sono rimasti gli stessi».
Nel 1933 viene colpita dalla perdita del fratello Manuele, un dolore che la spinge a rinchiudersi nella scrittura; scrivendo ritrova se stessa, seppure a frammenti. Da questa sofferenza inaccettabile nascono le sue poesie (pubblicate da Empiria) a cui segue l’opera prima, Angelici dolori, nel 1937 l’anno in cui perde il secondo fratello Antonio, suo gemello. Il suo rapporto con la scrittura è mimetico, una seconda pelle che si cuce addosso. Se crediamo in una distinzione netta tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo giusto tra le due pulsioni che animano la disillusione letteraria.
Il secondo saggio di non fiction con cui è doveroso conoscere la grazia di Anna Maria Ortese è Corpo Celeste. In questo saggio apre i cassetti più intimi: il suo rapporto con la scrittura, la sua polemica con la politica italiana, la sua amarezza per la condizione misera in cui versava la sua vita e perfino alcune osservazioni sulla asfissiante ristrutturazione del suo appartamento. Un ritratto intimo che emoziona per la semplicità con cui la scrittrice si mette a nudo.
«Creare è una forma di maternità; educa, rende felici e adulti in senso buono.
Non creare è morire e, prima, irrimediabilmente invecchiare.»
La scrittrice può e deve essere annoverata fra la schiera di quei nostri profeti laici troppo spesso mal interpretati o piegati a logiche di mercato che con il talento non hanno nulla a che fare. In Corpo celeste svela tutta la sua aura di profetessa laica, regalandoci un passepartout di resistenza civile, prettamente umana. Una denuncia universale del vizio di forma. Ortese, che talvolta sembra Cassandra, talvolta Sibilla, interiorizza e ripropone le paure e le angosce collettive di un’Italia che dopo la guerra ha provato e tentato di diventare moderna. Anna Maria Ortese non è interessata all’arte in quanto tale ma al valore che l’arte concede alla vita come testimoniano i suoi scritti. Se la immagino nel Corpo celeste la vedo come una santa che non suda. Le storie – sosteneva – si impossessavano di lei a tal punto da non sapere dove andrà. Il suo lettore conosce bene la sensazione di sperdimento, di leggera vertigine che lo coglie nel racconto. Ortese è narratrice più di sguardi, di atmosfere, di emozioni. E di misteri inafferrabili, di metamorfiche rivelazioni. Visionaria è l’aggettivo che lei stessa ha avvalorato per la sua cifra letteraria. Nonostante la sua desolata filosofia, la scrittrice che nell’introduzione si dichiara venuta dal nulla, che «non sa cosa ha voluto, né chi è», non ha mai cessato di sognare la natura gentile, la restituzione del diritto alla gioia e alla giustizia di tutti gli esseri viventi. L’idea del male nei testi di Anna Maria Ortese e la consapevolezza della sua inevitabile presenza sulla terra, nella natura e nella storia, il male inteso come sofferenza, dolore e infelicità avvicina la nostra scrittrice al pensiero di Leopardi e Victor Hugo, due autori molto amati.
«I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono.
Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi.
Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale.
Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco».
La sua idea di “tornare a casa” scrivendo ce l’ho incollata addosso, l’ho scritta sui muri del mio appartamento con il pennarello indelebile. Perché se è vero che scrivere è tornare a casa allora è vero, soprattutto, il contrario: non scrivere è non stare in nessun luogo, non scrivere è non essere. L’ho letto, non ho capito tutto. Questa mancanza di comprensione totale mi è bastata per amarla e, in quanto innamorata, per sentirmi ogni giorno meravigliosamente meno di lei. Meno giusta, meno grata, meno profonda, meno Ortese. Ma anche meno diversa.
«Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene».
Alessandra Minervini
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