La linea del corpo non si confonde con quella del cuore, più frastagliata. Sono davvero stata una ragazzina innamorata? I ragazzi, oggetto di curiosità, imprescindibili compagni di fantasticherie, hanno un nome e un volto? Molti me li invento prendendo spunto dai libri.

Ho qui tra le mani La donna gelata. Ho qui tra le mani un ritratto spietato e una lucida osservazione della società, che fa della donna un personaggio secondario, a tratti debole e, in ogni caso, sempre rivolto alla risoluzione o assorbimento dei problemi altrui, come se per una donna non ci fosse nulla, proprio nulla, di più importante, di personale, di ego riferito.

Ho riscritto l’incipit di questo testo più volte. Mi capita così quando l’emozione e l’indignazione mi attanagliano. Sono una che vive di passioni. Spero possiate perdonarmi.

Sono giorni, mesi, anni in cui volti noti dell’intellighenzia italiana e televisiva confondono femminismo e maschilismo, dimenticando che nel primo caso trattasi di movimento sociale e culturale e nel secondo solo di una aberrante, inutile e sterile supremazia e presa di potere.

La Ernaux lo sa bene. La Ernaux lo sa da sempre. Lo sa prima di tutte noi.

Stiamo parlando di una scrittrice che negli anni Settanta ha militato nel movimento femminista e scriveva articoli politici su Le Monde; stiamo parlando di una donna che chiese alla casa editrice Gallimard di rimuovere dalla copertina dei suoi libri qualsiasi riferimento a un particolare genere letterario.

Quindi no, La donna gelata non è solo un romanzo dal sapore di flusso di coscienza in cui si descrive l’educazione sentimentale, sessuale e i tabù di una ragazza di quella generazione lì. No.

É un’opera completamente innovativa, una scrittura senza giudizio, senza metafore. Uno studio sociologico e intergenerazionale. Chi non si è messa una volta in disparte per evitare di far troppa luce su di sé? Chi non ha congelato la carriera per la paura che non si potesse integrare con la vita privata? Chi tra noi non ha sofferto di sensi di colpa, almeno una volta, per una riunione durata oltre il consueto, con i figli a casa? E di desiderio sessuale senza amore? E di tradimento? E di fatica? E di rapporti matrimoniali finiti ma trascinati perché una donna non deve sfasciare una famiglia? E di “sei nervosa, Hai il ciclo?” Di non riuscire a conciliare tutto? Di sentirci inadeguate perché si è nate per essere mogli, madri e tuttecose insieme?

 “Mi sembrava di non avere più un corpo, solo uno sguardo posato sulle facciate dei palazzi, sul cancello della scuola Saint-François, sul cinema Savoy dove davano ho dimenticato il titolo. Sono finiti senza che me ne accorgessi i miei anni di apprendistato. Dopo arriva l’abitudine. Una somma di intimi rumori, macinacaffè, pentole, una professoressa sobria, la moglie di un quadro che per uscire si veste Cacharel o Rodier. Una donna gelata.”

Ma non solo La donna gelata.

La scrittura tutta della Ernaux è atto politico, è rivendicazione, che quindi si tramuta in arma ed è sottile, affilata, tagliente, proprio come un coltello. Nella similitudine si radica in profondità il concetto, oltre la valenza puramente retorica: il coltello non è un oggetto, ma sintetizza una presa di posizione simbolica, indica la distanza oggettivante da affidare alla scrittura per far assumere alla vita una forma letteraria che non la tradisca. Non potrebbe esserci maniera più esatta e incisiva per definire lo stile di Annie Ernaux, la scrittrice francese insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 2022.

Lei stessa lo dichiara in questo libro-intervista con Frédéric-Yves Jeannet, pubblicato per la prima volta in Francia da Gallimard nel 2011 con il titolo La scrittura come un coltello e ora portato in Italia da L’Orma editore nell’ottima traduzione di Lorenzo Flabbi, voce italiana di Ernaux, che ne firma anche la postfazione.

Affondare come una lama nelle cose, passando dal privato al collettivo, ecco la formula inconscia dell’auto-socio-biografia. L’uso della lingua piatta e affilata è una forma di aderenza concreta al reale, ai suoi rapidi fotogrammi, osserva Ernaux ribadendo così il proprio legame autoriale con la fotografia che per lei rappresenta «il tempo allo stato puro. Potrei stare ore davanti a una foto come davanti a un enigma». C’è una componente materica e oggettiva nella scrittura dell’autrice francese che affascina e credo sia stata ancora troppo poco indagata; infatti non possiamo comprendere appieno la rivoluzione letteraria di Annie Ernaux senza tenere conto del lavoro profondo da lei compiuto sulla forma scritta. Il suo è stato uno dei premi Nobel per la Letteratura più meritati degli ultimi anni, perché Ernaux non è semplicemente una “scrittrice”, è nello specifico una scrittrice che ha inventato una maniera di scrivere coniando un nuovo genere letterario e anche un nuovo stile. Questo libro-intervista, una sorta di Frantumaglia per usare un termine caro a Elena Ferrante, con cui Ernaux ha molte analogie, ci permette di comprenderlo aprendoci le porte della sua officina di scrittura. Le parole «sono pietre», la cosiddetta écriture plate (scrittura piatta) è l’idea che diventa atto trasfondendosi nell’aderenza completa a un ideale capace di concretizzarsi. In questo libro, Annie Ernaux ne rintraccia l’origine e soprattutto rivendica l’utilizzo del genere auto-socio-biografico, ovvero l’intenzione di usare la propria soggettività per «individuare, per svelare, meccanismi o fenomeni più generali, collettivi».

Quanto ho goduto con queste letture. Quanto mi sono sentita capita, incazzata, ferita e riconoscente di non essere sola, mai, nel processo di scoperta di sé, e di emancipazione e di liberazione dalla paura. In queste eterne e faticose salite di ritorno costante a noi stesse, alla fine, c’è l’aria buona, il panorama, le gambe muscolose.

E i libri belli sul cuore.

Sono già io, quel volto.

Natalia Ceravolo