Je ne suis personne quand j’écris. Je cherche”. La Annie Ernaux che cerchiamo nel testo che segue e negli altri che compongono questa monografia dedicata alla scrittrice francese premio Nobel nel 2022 sarà un po’ diversa. Ancora da scoprire. Perché anche quando leggiamo, la scrittrice è un’entità mobile e sfuggente, che corrisponde liberamente ad ogni lettore. Almeno qui vorrei mettere da parte tutti quei tratti che tendono a farne una specie di canone, un ritratto rigido. Non parlerò di tutto quello che si dice della sua scrittura, l’écriture plate, lineare, semplice, accessibile, dura come pietre, senza fronzoli e sentimentalismi, della scrittura come una lama di coltello, delle parole ridotte all’osso. Degli stereotipi (della maternità ecc.) che cadono sotto il peso delle sue parole. La vergogna sociale, il femminismo, il riscatto, lo spessore politico e sociale del suo percorso narrativo. Tutto questo è già stato detto e studiato.

Je ne suis personne quand j’écris. Je cherche” sarà il filo che intreccerà i testi a lei dedicati, brevi saggi e racconti di un gioco di specchi.

Il coltello di cui ci parla Ernaux in L’écriture comme un couteau (La scrittura come un coltello, L’Orma, trad. Lorenzo Flabbi, 2024 n.d.r.) non è la scrittura affilata e tagliente ma solo l’atto pericoloso (écrire dangereusement) di recidere tutto quello di cui però non bisogna liberarsi, le verità secondarie e inferiori che sono ugualmente nobili, gli scarti quotidiani che bisogna portare dentro, i monconi che altrimenti resterebbero senza voce, il posto, l’avvenimento, gli anni, i gesti, le parole, le immagini da cui proveniamo, la classe a cui apparteniamo per nascita perché altrimenti sarebbe un tradimento, che è l’opposto di tradire nel senso di rivelare involontariamente le proprie origini da tenere nascoste. Tutto quello che ci resta incollato addosso, una tara, l’appartenenza nonostante il salto sociale, anche se quel paesino da cui proveniamo è un punto lontanissimo, nonostante il linguaggio che abbiamo imparato a parlare, le parole fiorite, un certo vocabolario, le buone maniere. L’appartenenza che traspare nei gesti grossolani o raffinati. Quella che è stampata nel corpo, che passa da corpo a corpo, di generazione in generazione. Una forma di memoria che ci attribuisce comunque un posto nel mondo, e ci prospetta un certo destino contro cui lottiamo o ci arrendiamo. Una memoria che rimonta alla notte dei tempi (jusqu’à l’oubli) e che si perderà nella notte dei tempi, che è una specie di nulla (Toutes les images disparaitront, scrive Ernaux in quel prologo potente a Les années, – Gli anni, L’Orma, trad. Lorenzo Flabbi, 2015, n.d.r.) in cui in fondo altre immagini e altre infanzie immemori e cieche prenderanno il posto.

Da qualche parte c’è il tempo, gli anni appunto che si sfumano in un alone dorato: ed è con il tempo che scrive Ernaux. Il tempo e le immagini che contengono particelle impazzite di tempo che stanno dove non devono più stare. Ad un certo punto qualcosa cambia. Tutto cambia. Soprattutto la scrittura, la ragione della scrittura ed il suo fine ultimo. Per Ernaux la scrittura non può essere una finzione ma deve dire la verità dell’esperienza umana, almeno dell’esperienza di uno di noi. Dire che Ernaux ha compiuto la svolta dalla fiction all’autofiction sarebbe riduttivo però, toglierebbe forza alle sue intenzioni, quella radicale di “fuire la fiction”.  Allo stesso modo dire che Ernaux ha messo a punto una nuova maniera di scrivere, l’auto-socio-biografia sarebbe fuorviante (come se solo il nuovo, la novità in una specie di consumismo letterario sia degno di premi e nota) e poi sempre alla ricerca di un nuovo genere, una scatola in cui contenere e classificare quello che si dà.

Tutto accade quando scrive e poi riscrive il romanzo su suo padre, La place (Il posto, L’Orma, trad. Lorenzo Flabbi, 2014 n.d.r.). Quando quelle pagine diventano La place. Prima c’è una anonima donna qualsiasi, alta, dai bei tratti, un po’ goffa, una ragazzotta di provincia che studia lettere a Rouen, docile e troppo aggressiva. Poi c’è Annie Ernaux quella che si rincorre nei suoi libri, nelle foto di un photojournal, quella che appare nei filmini del super otto in una catena di immagini nitide che si sostituiscono le une dopo le altre, da cui il tempo, le parole e le emozioni sembrano fuggire, come se si svuotassero. Prima c’è la stanza, la chambre di Rouen in cui tutto è accaduto, dans le désir de faire tenir dans ce dimanche et dans cette chambre, toute une vie jusqu’à vingt ans (L’événementL’evento, L’Orma, trad. Lorenzo Flabbi, 2019 n.d.r.).  Il tremore proletario appena dissimulato ai corsi universitari, la donna che rinnega con tutta se stessa l’immobilità e la noia del sogno delle brave ragazze di allora, fragili e vaporose, la famiglia, la spesa, dietro una carrozzina con dentro un prolungamento della pupée, eppure ci sta andando verso. La donna gelata, la donna che appartiene ad un’altra stirpe di donne, “mes femmes à moi, elles avaient toutes le verbe haut, des corps mal surveillés, trop lourds ou trop plats, des doigts rampeaux, des figures pas fardées du tout ou alors le paquet, du voyant, des grosses taches aux joues et aux lèvres”. C’è la drogheria di quel paesino normanno di Yvetot, la miseria o la semplicità e il desiderio di riscatto; c’è un’infanzia umile e fuori del comune, perché è mamma che lavora infaticabile e papà è in cucina.

Annie Ernaux, giugno 2012. PAOLO VERZONE/VU per « LE MONDE »

In Écrire la vie, quasi un resoconto, le foto si susseguono in ordine cronologico come nel più classico degli album di famiglia in bianco, nero e seppia. Le didascalie del diario invece portano i ricordi, li fissano in modo disordinato, dipende da quando affiorano, al diavolo l’ordine temporale. Eventi che separano il passato dal presente, tagli, separazioni, quando smetti di proiettarti nel futuro e cominci a guardarti alle spalle. Indietro, strano modo di avanzare come per inerzia. In mezzo la scrittura che è una forma di approssimazione: avvicinarsi a quello che non si può sentire perché il tempo è andato, puoi solo sentire diversamente quello che hai sentito una volta, cette autre chaire dans un temps disparu che è come ricordare un ricordo, un doppione, anche di te stessa, “ressentir maintenant ce que je pouvais éprouver alors n’est plus possible”.

Je m’efforcerai pardessus tout de descendre dans chaque image. Jusqu’à ce qui j’aie la sensation physique de la rejoindre”. E allora la scrittura si compone come una natura morta perché quegli eventi quei frammenti di vita sono stati recisi: strane terminazioni nervose, da cui non cola il succo. In altre lingue si dice Still Life, che poi la vita è sempre “silenziata”, la bellezza è nascosta, sta in quel “quasi”: quel piccolo dettaglio che si manifesta a volte, spesso, che si trasforma in arte a volte, spesso. Ellisse, iperbole, overdose o balbuzie. In quel quasi la stessa cosa, “l’expression c’est comme si j’y étais encore traduit spontanément de façon si juste”. La sensazione di aver raggiunto l’altra vita, che però non è mai la stessa cosa “car le bouleversement que j’éprouve en revoyant des images n’a rien à voir avec ce que je ressentais alors, c’est seulement une émotion d’écriture”. Perché la scrittura non è la vita, e quel quasi è la linfa che manca, che la scrittura cerca come un tarlo: è quel desiderio comunque frustrato attorno a cui si costruiscono i suoi romanzi. “J’étais revenue passage Cardinet en croyant qu’il allait m’arriver quelque chose“, quando anni dopo l’aborto, Ernaux ritorna a quel passage parigino e si accovaccia in un wc di un bar come se da quel corpo potesse uscire ancora qualcosa.

La scrittura è quella cosa che prende il posto del sogno, che è una specie di ipersogno, è l’anello tra le cose indicibili e il linguaggio. Tra l’instabilità della memoria e la pagina. La scrittura è una porta di accesso alle immagini, quelle dei giorni dell’aborto (Les armoires vides, L’évenement), immagini in cui ci si può solo immergere senza poterle analizzare davvero (che senso avrebbe poi analizzarle?). Ernaux può solo avanzare nel corridoio di formica, raggiungere l’immagine, quella giovane donna con un feto di tre mesi penzoloni tra le gambe. J’étais une bête.

Perché in quelle immagini c’è quell’io che, come spiegano Heidegger, Arendt e Cavarero, si dà alla nascita e che in qualche modo non smettiamo di inseguire, di perdere e afferrare e trasformare. Quell’io che gira a vuoto, quasi inutile. C’è l’io narrante, una specie di asse temporale che da sempre si racconta la sua storia. E il tempo che altrimenti si perderebbe per l’eternità. Quel tempo le cui note sono il ricordo e l’oblio.

Quel tempo che ci tiene nelle sue pieghe, l’ordine del tempo che in noi è sempre e solo disordine. Che ti arriva per immagini che si accumulano nel tempo, scorrono come un filmino. E assieme alle immagini, le parole attaccate alle persone, stupidi giochi di parole che sono l’unica cosa che resta di una persona, le parole che non esistono più, le espressioni che si usavano nel paesino, in famiglia, tra gente non istruita, le parole del gergo maschile per nominare il sesso, le parole delle canzoni, le citazioni annotate nei quaderni e nei diari, le parole dei genitori.

Cos’è il tempo per Ernaux e come si intreccia alla sua scrittura? Mi sembra di averlo capito leggendo Hélène Cixous, filosofa, fondatrice di una delle prime scuole di studi di genere, contemporanea di Ernaux. Quel suo modo di incatenare la frase in un andirivieni senza troppe punteggiature, senza maiuscole, che produce parole come riridere, questomiricorda… Quando ritrova come racconta in Hiperrêve una vecchia foto che ritrae sua madre assieme a lei e alle altre due figlie, madre che è stata figlia e figlie che sono madri scrive: sarò stregata, sarò trasportata sei anni indietro, cioè a ieri, cioè a oggi, attraverso le pagine il tempo si sarà scambiato.

È “il tempo futuro passato del futuro tempo passato che non può tornare.”

Silvia Acierno