Annie Ernaux a Cergy-Pontoise nel 1988. (Sophie Bassouls)

L’intera costellazione delle opere di Annie Ernaux sembra un progetto ordito a tavolino, dall’esordio nel 1974 con Gli armadi vuoti fino al premio Nobel per la letteratura ricevuto tre anni fa. Eppure, dubito che da quelle prime battute composte in un’epoca così lontana dal dilagare della non fiction, l’autrice francese immaginasse già di rendere la sua vita un romanzo a puntate, ripercorrendone le tappe principali a più riprese e in libri diversi.

Dall’apprendistato di moglie e madre al divorzio, dall’aborto clandestino alla passione erotica per un uomo più giovane, in Ernaux scrittura e vita convergono, sono l’una al servizio dell’altra, e ogni volta ci fanno ritrovare lì la sua voce cristallina, priva di orpelli, pronta a rendere pubblica la questione privata, universale l’esperienza più intima. “Essere dentro la scrittura per me significa aver l’impressione di poter agire più che in ogni altra situazione della vita, e dirmi ecco, qui sono nel posto giusto, dichiara l’autrice. E la narrazione, per essere tale, non necessita di eventi eclatanti: per lei infatti “non ci sono verità inferiori”.

E cos’è allora la scrittura se non un coltello – come il titolo dell’ultima pubblicazione tradotta in Italia da L’Orma editore – o meglio ancora un’affilata arma dalla doppia impugnatura: non solo volta a frugare dentro se stessi, come potrebbe sembrare a primo acchito – ma soprattutto intenta a “fare a pezzi la realtà”. Non solo strumento di comprensione individuale, ma collettiva, con la singola esperienza che si apre all’universale, la vita di una che diventa di tutte e tutti. Considerando se stessa e gli altri non tanto come un soggetto ma come il risultato di determinate condizioni sociali, la sua esperienza di donna e transfuga di classe ricorrono in tutti i suoi libri. Questo l’artificio della scrittura di Ernaux: vivere la scrittura, scrivere la vita.

Fuani Marino