L’unico modo per non perdersi è appartenersi, tenersi la mano al buio. Con Chiara Antonella Lattanzi torna in libreria, dopo Cose che non si raccontano, sempre per Einaudi: una storia ambientata nella Bari degli anni 90 le cui protagoniste, due bambine e poi adolescenti, Chiara e Marianna, si muovono sostenendosi a vicenda, proteggendosi dalle loro famiglie disfunzionali.

Con la scrittura accurata e avvolgente che la contraddistingue, Lattanzi da corpo a una storia di amore e salvezza, violenza e tenerezza che squarcia il buio e l’angoscia ed esplora il sentimento dell’amicizia, soprattutto in un momento difficile e bellissimo quale è l’adolescenza.

Il romanzo inizia con una scena iconica e bizzarra: due bambine e un canarino fuori dalla gabbia. Il riferimento al cardellino di Donna Tartt, storia di amicizia e di riscatto viene quasi immediato…

“Ho avuto come dei “fari” che mi hanno ispirato nella narrazione e come succede spesso quando scrivo e sicuramente per questo romanzo, un mio riferimento – tra gli altri – è stato Il cardellino di Tartt di cui ho visto il film, in aereo ricordo, e mi sono innamorata del rapporto che avevano il protagonista Theo e il suo amico Boris, al confine tra l’affetto, l’amore e il tradimento. Ho anche pensato a Stephen King, uno dei miei autori preferiti e a Julian Barnes, che riesce a raccontare in poche pagine vite intere. Autrici come Goliarda Sapienza sono poi sempre con me, specie se scrivo storie di luci e ombre e di come trovare la propria strada”.

Il libro attraversa la vita delle due protagoniste, Chiara e Marianna, cresciute nella Bari degli anni ’90 partendo dalle scuole elementari e si sofferma sull’arco della vita più difficile, sfumato, quello dell’adolescenza, specie se si viene da due famiglie complicate…

“Volevo raccontare la storia di due bambine, poi adolescenti e poi donne, forse, che si salvano a vicenda in un mondo come quello in cui viviamo quotidianamente, fatto di molte ombre. Penso che abbia senso raccontare una storia quando come, citando Beppe Fenoglio, con Una questione privata, una piccola storia può diventare grande, cioè essere in grado di narrare qualcosa che appartiene a ognuno di noi. Penso che ciascuno in qualche modo ha delle famiglie disfunzionali alle spalle, chi più, chi meno, e tutti credo che abbiamo vissuto questo momento magico, incredibile, esagerato, fortissimo, bruttissimo, bellissimo che è l’amicizia nell’adolescenza… quando dico “Ti amo” ti amo per sempre, quando dico “Ti odio”, ti odio per sempre, quando ti prometto qualcosa è perché ti appartengo, ci apparteniamo. In un mondo di solitudini in cui alla fine nessuno ci può salvare, per contro io ho voluto dire l’opposto, dal momento in cui ho cominciato a scrivere di Chiara e Marianna, le ho viste come fossero una mano e non so di chi delle due, che si tende verso l’amica, l’amante, la fidanzata e la tira su dal pozzo”.

Nel romanzo emergono gli effetti del danno: quelli che si subiscono nel contesto famigliare, in forme diverse ma comunque lesive. Chiara subisce un danno evidente perché ha un padre violento, Marianna ha un padre apparentemente perfetto che però ha altre problematiche che lasciano un segno…

“Ci danneggiamo a vicenda e ci ricuciamo a vicenda: nel mio precedente romanzo, Cose che non si raccontano, quando io come tantissime altre donne ho subito la violenza ostetrica c’è sempre qualcuno che ti dice che lo sta facendo per il bene del figlio che deve nascere. Penso spesso che quel piccolo essere umano che si sta dicendo di voler tutelare, sarà un giorno un adulto ed è quindi la stessa persona che indietro nel tempo hai voluto proteggere: perché poi no? In fondo è la stessa persona. I bambini non dovrebbero mai avere quel senso di pericolo impellente, di paura eppure è chiaro che proprio loro ce l’abbiano, non avendo nemmeno gli strumenti per contrastarlo. Anche da  adulti portiamo quei segni, appunto gli effetti del danno. Ma è la condivisione con chi amiamo che può darci forza”.

Chiara e Marianna sono unite da un disagio comune eppure diverso, soprattutto la problematica che vive Marianna nel suo ambiente borghese perbenista è ben nascosta e  di cui non si può parlare assolutamente

“Entrambe non parlano a nessuno di quello che vivono a casa: pensano che nessuno può capirle. Sono le uniche depositarie di queste forme di violenza e siccome le cose più importanti sono le più difficili da dire perché manca un buon orecchio capace di ascoltare e accogliere, tendono a nascondere. Loro due sanno. E  si vedono”.

Nella simbiosi tra le due amiche, a un certo punto, arriva la figura di Lorenzo, primo amore di Marianna e detonatore di alcune dinamiche

“Il loro rapporto regge l’arrivo della trasformazione amorosa, perché Marianna farebbe per Chiara qualsiasi cosa ed è un personaggio estremo, esagerato, una che quando ti dice per sempre ci crede sul serio, rispetto all’altra, che invece è una persona che per salvarsi cerca di essere più misurata. Ma volevo raccontare anche il diritto di essere liberi di amare chi amiamo, contro ogni etichetta che oggi ci sovrastano, bisessuale, omosessuale… Ci sono dei tempi della vita in cui scegli quello che più è affine a te e non sei ancora dominato dagli stereotipi”.

L’adolescenza e la scoperta del corpo, la complicità e il sentirsi invincibili o fragilissimi e poi l’amicizia come legame che accende la luce…

“Volevo scrivere un romanzo di luce, nel buio. Di risate che ti danno i crampi allo stomaco, di complicità. Di riconoscimento. Queste due bambine non sono state viste dai genitori perché loro troppo impegnati a vedere e combattere il dolore famigliare con il proprio coniuge. Loro due, Marianna e Chiara, si vedono per la prima volta, reciprocamente. E si dicono tutto. Io non sono mai per dire ogni cosa nel rapporto con l’altro, perché secondo me, l’amicizia e l’amore si basano su quel che vuoi davvero dire, senza costrizioni magari ferendo, o ferendoti. Però secondo me, l’amico, l’amante, l’amore esige la totalità quando sei adolescente: si confonde tutto e si cerca la totalità nella condivisione”.

Quali sono le storie più potenti? Quelle di amicizia o quelle di amore?

“Ho sempre confuso i due piani, sono importanti allo stesso modo. Le storie di amicizia sono storie d’amore, quelle d’amore non sempre sono storie di amicizia ma sono comunque grandissime. Ma quelle che mi struggono sì, sono le storie di amicizia”.

Intervista a cura di Antonella De Biasi