Il libro I diavoli dell’Averno (Solferino, 2025) di Antonio Castaldo racconta una strage dimenticata, una stagione di violenza razzista e criminale e la crisi profonda del giornalismo che avrebbe dovuto illuminarle entrambe. Al centro c’è Castelvolturno, 18 settembre 2008: sei giovani lavoratori africani uccisi da un commando camorristico travestito da polizia. Intorno, un territorio abbandonato, una comunità marginalizzata, un Paese che archivia in fretta ciò che disturba.
Castaldo torna su quei fatti per ricostruirli, ma soprattutto per interrogarne il destino pubblico. La strage diventa il punto di partenza di un’indagine più ampia sul modo in cui la violenza viene raccontata, metabolizzata, infine neutralizzata. Il problema non è soltanto ciò che accade, ma come e per quanto tempo resta visibile. Quando i riflettori si spengono, quando la cronaca smette di fare rumore, restano i morti, i superstiti e un silenzio che pesa quanto le responsabilità.
Il cuore politico del libro sta nella riflessione sul giornalismo. Castaldo racconta dall’interno un mestiere che ha progressivamente perso spazio, tempo e radicalità. Le redazioni precarie, la corsa al titolo, la compressione delle storie complesse in formati consumabili producono un’informazione che registra l’evento ma raramente lo attraversa. In questo vuoto si consuma l’oblio: le vittime diventano numeri, i contesti si sfaldano, le cause strutturali restano intatte.
In I diavoli dell’Averno emerge così una stanchezza della narrazione che precede persino la dimenticanza. Le storie vengono raccontate, senza durata; circolano, non sedimentano. La strage di Castelvolturno diventa emblematica anche per questo: non perché sia stata poco raccontata, ma perché è stata esaurita in fretta, consumata fino a perdere forza interrogativa.
Castaldo scrive contro questa fatica strutturale del racconto. Contro un giornalismo che sostituisce l’approfondimento con l’aggiornamento continuo e scambia il flusso per comprensione. Il suo ritorno ostinato sui fatti, sui luoghi, sulle parole segnala una scelta precisa: rallentare, tornare, accettare la complessità come unica forma possibile di responsabilità narrativa.
L’inchiesta sulla strage si intreccia alla biografia dell’autore, cronista cresciuto in provincia, formato sul campo, abituato a sostare nei luoghi e a fare attrito con la realtà. Il suo allontanamento dal giornalismo non viene raccontato come una scelta individuale, ma come l’esito di un sistema che rende sempre più difficile un racconto capace di tenere insieme cronaca, memoria e conflitto sociale. Scrivere diventa allora un modo per continuare a fare giornalismo fuori dalle sue forme istituzionali.
Il Lago d’Averno, nei Campi Flegrei, assume una funzione simbolica centrale. Porta dell’Inferno nella mitologia classica, oggi diventa il luogo in cui si addensano storia, potere e rimozione. Castaldo lo attraversa come si attraversa una soglia: per mostrare come l’inferno non appartenga al mito, ma alla realtà di territori segnati dall’abbandono, dal razzismo normalizzato, dall’intreccio tra criminalità e assenza dello Stato. Il lago riflette un Paese che preferisce non guardare a lungo ciò che lo mette in discussione.
Lo stile del libro segue questa tensione. Reportage, memoria personale, riflessione storica e mitologica si sovrappongono senza cercare una linearità rassicurante. La scrittura rifiuta la neutralità e dichiara il proprio coinvolgimento. Raccontare significa prendere posizione, assumersi una responsabilità etica nei confronti dei fatti e delle persone che li hanno subiti. La strage di Castelvolturno emerge così come il prodotto di una gerarchia delle vite, di un sistema che decide chi è degno di attenzione e chi può essere dimenticato.
I diavoli dell’Averno chiama in causa anche chi legge, chi informa, chi seleziona le notizie e accetta che alcune storie restino sullo sfondo. Il libro mostra che l’indifferenza non è mai neutra e che il silenzio, in certi casi, diventa una forma di complicità.
In un tempo che consuma rapidamente le tragedie, Castaldo sceglie la permanenza, la lentezza, il ritorno ostinato sui luoghi e sulle parole. Scendere all’inferno significa restare dove il racconto si interrompe, dove il giornalismo ha smesso di fare domande. È lì che questo libro continua a cercare un senso, e a ricordare che raccontare è ancora un atto politico.
Lea Iandiorio
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