Alla fine della storia, la bambina che è diventata una donna fa saltare tutto in aria: la casa materna, l’infanzia, l’infanzia che i suoi genitori non le hanno permesso di vivere. Tutto quello che stava lì, sulla superficie del disegno per l’ausiliaria del giudice: nonno, nonna, mamma, lei a una tavola apparecchiata (l’addomesticamento), e sotto la scritta “La Mia Famiglia”. Tutto avviene come in un sogno: al risveglio la donna ritrova un enorme caos nella casa, come se per quel gesto, commesso in uno stato di trance, avesse avuto ancora bisogno di anonimato. È la scena madre che racchiude il senso profondo di Atto di famiglia, il romanzo in cui Carati esplora le macerie dei legami domestici. Non dovrei cominciare da qui e svelarvi il finale. Eviterò di svelare quello che viene prima, il corso degli eventi. La fine – l’esplosione di sacchi di farina, libri e giocattoli giù dagli scaffali, l’intero mobile a parete tirato a terra in una furia liberatoria, la stessa con cui anni prima si era avventata sulla madre – mi riporta a una sequenza della regista belga Chantal Akerman in Saute ma ville, il suo saggio cinematografico. Per Akerman l’esplosione nella cucina, dopo il disordine e i gesti eccessivi in un remake stridente di un film muto di Chaplin, era un suicidio: la cucina salta in aria. Schermo nero. Qui no, solo liberazione e devastazione di quello spazio di “pedagogia nera”. Un segno di vitalità. Perché? Non ne sono certa. Me lo sono chiesta. Perché lì dentro la donna ha lasciato la bambina immaginata dalla madre (in simbiosi con la mamma buona immaginata dalla bambina); perché lì dentro anche la madre aveva lasciato la bambina immaginata, a sua volta, da sua madre. Le storie si ripetono, le umiliazioni di ieri avverano quelle di oggi: qualcosa torna a galla per la madre dopo il bar dell’albergo e, per la figlia, il tempo di un assaggio proibito. I fantasmi, purtroppo, restano.

Dico che non sono certa perché questi personaggi che Carati mette in scena in Atto di famiglia sono comprensibili eppure sfuggenti, come i dolori, le attese e le parole vecchie e nuove. Perché Carati sa che svelarli completamente è assurdo, ridicolo e, ovviamente, impossibile. Siamo un mistero a noi stessi. O semplicemente perché la verità è impossibile da formulare, essendo una somma di gesti, emozioni, azioni perlopiù minime, ripetute, noiose anche, ricevute e compiute, che si susseguono nel ricordo, si accavallano e si confondono. Un racconto che deve ricominciare continuamente, nonostante la stanchezza di ripeterlo, perché se non lo ripeti muore.

Eppure, nonostante la crescita e l’esplosione, non c’è speranza in questa storia; c’è solo dolore, che si trasforma ma non cambia, ed è assolutamente uguale a se stesso, perché il dolore non conosce gradazioni. Quando torna, e torna, è integro. Ci sono le verità che sono solo versioni: “questo esiste solo nella registrazione”, dice l’avvocata divorzista che ha difeso il padre, eppure, quando un ragazzo la tocca, la figlia si spezza come una bambola inanimata. Perché oltre alle verità (perché non importa cosa è successo, ma solo la possibilità che sia accaduto), ci sono i corpi che si scagliano, colpiscono e sono colpiti, che di fronte all’intimità si bloccano. I corpi che custodiscono i traumi.

La madre e quell’umiliazione quando scende dal treno e il futuro marito la guarda: le crollano gli occhi perché già si è pentito di averla scelta. Lei ha accettato tutto dai suoi genitori, quindi troppo; da qui la furia, tutta la furia repressa. Loro le hanno imboccato cosa è giusto e cosa no, cosa si può vivere e cosa è tabù: il revancismo, la necessità di creare disagio al marito e alla figlia, le registrazioni, le punizioni a cui la costringeva la madre. Ferocia subita e ferocia agita, esausta. Alla fine della sua storia, di quella della madre, non c’è trionfo ma solo consunzione. L’inverno è un sollievo (quando sei già morta dentro, nessuno può più farti del male).

Il marito, un uomo apparentemente ordinario, si è lasciato dominare mentre la moglie fuggiva per la carriera, e si è occupato della bambina. Tradisce la moglie: relazioni occasionali, foto, video. È un narcisista, trasgressivo, ha paura della moglie, viene picchiato dalla moglie; poi le registrazioni, la vergogna perché si comporta da “mezzo uomo”, il masochismo, i giochi di coppia. Lui ha sempre saputo che la moglie era pronta a trasgredire. Se per la moglie la separazione ha liberato una rabbia, per lui ha attivato zone cieche: le sue fantasie sessuali sono state il suo atto sadico, l’ha costretta a spolpare gli ossicini. E poi lui, che non riesce ad abbracciare la figlia e la scansa. La debolezza può anche essere un’arma. La luce dell’estate è spaventosa: accelera la decomposizione.

La bambina esercita il suo diritto al risarcimento, gioca la parte della poverina e ha i suoi vantaggi. Vorrebbe cancellare ogni scena: pratiche segrete per acquietare il corpo, minimizzare, ma l’angoscia non passa. Impara a mentire, a parlare a tutti della sua famiglia felice, a fare a pezzi la madre in una specie di vendetta; subentra il disordine del corpo. Il gelo è più vicino all’inverno, è una gradazione in più: la vita sotto può solo rompersi o sciogliersi.

Non c’è perdono dopo; ma Carati non ci dice cosa c’è, solo che per la figlia il tributo ai genitori è finito: lei ora sta lì, vive. C’è qualcosa che viene a galla mentre la figlia parla con l’avvocato, ma non sappiamo cosa. Un taglio, e la riflessione finale: una storia vale l’altra, e l’adesione al consiglio dell’avvocata. Con cinismo l’avvocata svela le regole del gioco degli adulti, la svincola dal tribunale familiare, dalla necessità di far capire la verità ai genitori. Ma è un’emancipazione spietata, che calpesta tutto.

Carati scrive la storia, e la scrive proprio frammentando, dividendo la narrazione in parti: la versione del padre, quella della madre, quella della bambina che ha aderito alla sceneggiatura imbastita dagli adulti, anch’essa ingranaggio di quel meccanismo (non ci sono vittime assolute), e quello che resta alla donna che la figlia è diventata. La storia sta nel passaggio da una versione a un’altra; non è la somma di quello che ognuno ha vissuto e nascosto, ma solo crepe, quella specie di vertigine, di incredulità nel passaggio da una storia a un’altra. C’è incongruenza tra le versioni (questo padre c’era oppure no al parto?) e cecità, ovvero l’incapacità di vedere come ognuno di loro possegga uno spiraglio dell’altro, di come le versioni si incastrino e combaciano. Il potere assoluto dell’adulto di turno rispetto alla bambina, i solipsismi, le storie chiuse di ibernazioni emotive. I punti deboli di ogni racconto, i suoi buchi, i suoi abissi. E quelle frasi che intaccano il racconto: si facevano del male anche quando erano felici; non l’aveva voluto eppure acconsentiva; sei stata molestata? Frasi che sono confessioni che però non si aggrappano da nessuna parte. L’assenza di tenerezza. La scrittrice è il testimone, the enlightened witness (di Alice Miller), come accadeva già con Rosy, il romanzo precedente; il suo compito è dire alla ragazzina (reale o fittizia) “io ti vedo, la tua sofferenza è reale”. Carati ha questa meravigliosa inclinazione: cercare le storie degli altri, guardarle e farle esistere.

Questa è la storia di una brutta separazione in cui si è giocato sporco, puntando all’annientamento dell’altro con tribunali, denunce e accuse di molestie su minore. Ma la distanza non ci fa sentire al riparo. Perché qualcosa di questa crudeltà c’è anche nelle famiglie cosiddette normali: la violenza del sistema familiare, domestico. Quella complicità nell’incapacità di proteggere, di fare scudo, in cui tutti cadiamo per difendere le nostre piccole miserie, tutte quelle piccole cose che non sopportiamo dell’altro. “Ma chi ti credi di essere?”, diceva Alice Munro (titolo di una raccolta della scrittrice canadese). Ridimensioniamo i bambini, giriamo gli occhi d’amore di fronte alla loro lucidità, piccole umiliazioni, messe in scena, per non dover guardare i nostri fallimenti, piccoli o grandi, peraltro assolutamente umani.

Loro, i figli, sono una specie di segnaposto di un amore instabile – tutti gli amori lo sono –, sono fatti di quella illusione, è il loro nutrimento; e a volte guardarli fa male.

Silvia Acierno

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