Ingeborg Bachmann in un immaginario monologo indirizzato a Max Frisch

È senza dubbio colpa di Heidegger, Max, di tutto il tempo che ci ho speso sopra, prima e dopo la laurea. Di tutte quelle Scnhnapsideen, quei deliri che mi ha provocato. Solo Wittgenstein mi ha insegnato a superarle, le ricerche esistenziali.

Lo sai che il mio maestro, Victor Kraft, fece parte del Circolo di Vienna? Se i nazisti non avessero ucciso il professor Schlick sulle scale dell’Università, non sarebbero fuggiti all’estero, tutti loro, e forse Vienna sarebbe rimasta patria del pensiero, del positivismo. Ti dicevo Max, me l’ha trasmessa Wittgenstein, l’ossessione per la parola. Delimitare, certo, bisogna delimitare il dicibile. E anche quello che dire non si può. Inutile fare finta di nulla: nella poesia una certa ricerca del senso è sottesa, per quanto uno si impegni ad evitarlo. Finché ho scritto poesie quell’aura di misticismo non l’ho saputa togliere. Forse per questo sono passata alla prosa, tornata al teatro.

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Ich sage nicht: das war Gestern. Mit wertlosem Sommergeld in den Taschen liegen wir wieder auf der Spreu des Hohns, im Herbstmanöver der Zeit”.

Non dico: era ieri. Con in tasca una moneta estiva priva di valore stiamo sdraiati sul cascame della beffa, mentre il tempo fa le manovre autunnali

La storia ci ha costretto a dimenticare il nostro trauma personale, anche il più inficiante. La storia ci ha sfigurato con il grande male. Non dico era ieri, perché sarà sempre, da lì in avanti, almeno per noi che abbiamo scritto dopo quel tempo. Non so come saranno gli altri, Max, quelli che verranno, come diceva Brecht. Cosa scriveranno dopo di noi? Saranno meno delusi, meno anestetizzati, meno immersi nelle acque sporche del tempo. Pare incredibile: siamo sopravvissuti a tutto, a tutto quell’autunno dell’umanità. Ci siamo scritti fiumi di lettere con Paul Celan, fossero bastate a salvarlo. La lingua non ci ha salvato. E ancora provammo, io e te, come le foglie che cadono a ogni ritorno di stagione. Vergammo altre lettere, malgrado tutte quelle rimaste senza risposta, e scrivemmo altri libri, anche se delusi da ciò non ci era riuscito dire nei precedenti. Ma non scrissi più le poesie. Per loro il tempo non ebbe proroghe. Gli avverbi non sarebbero bastati, e le figure retoriche e il flusso assonante; lo vedi bene che la poesia non si realizza, non si realizza nel mondo per mano dei poeti.

Ci siamo conosciuti a Parigi, amati. Come si fa a usare questa parola, mi fa ridere se ripenso alla Bibbia, il peccato originale: un furto, un frutto, il serpente, l’atto… no il peccato originale dell’uomo è quel credere di toccare l’anima di un altro, di trovarla l’anima e di lasciarla intatta, di non torcerla, avvelenarla. Ci siamo incontrati, tu avevi pubblicato Homo Faber°, io avevo scritto Il buon Dio di Manhattan per il Bayerischer Rundfunk. Era chiaro, come stavamo. Cosa pensavamo dell’amore, Max. Tu avevi l’avevi descritto come incesto, diaspora. Come tragedia ancora una volta, e per sempre. Io nelBuon Dio, di quello scrivevo. Dell’eresia che è l’incontro, di quanto sia impossibile, e solitario, e come sia oscuro, sia disturbante. Fino a essere sovversivo, lo devi rinchiudere, isolare da tutto, temere. Ci dovevano rinchiudere prima, non dopo. Ci dovevano separare, ognuno nella propria stanza. Ma tutti vogliamo vedere. Con il corpo vogliamo vedere, e con il pensiero, il pensiero si pensa capace di vedere, Max. Il pensiero che si pensa, e non si crede (che ne direbbe Schopenhauer, di questa estensione che smette di contrapporre). La purezza non esiste: tutto si sporca, tutto si scontra con il reale. Tutto merita di finire in fiamme, come Jennifer nell’albergo. Prima che vengano gli scoiattoli, prima che lo decida l’Ordine, il Dio di Manhattan.

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JAN: Alles, sag alles!

JENNIFER: Rühr michnicht mehr an. Komm mir nicht zu nah. Ich würd Zunder sein.

JAN: Wie weit soll ich weggehen?

JENNIFER: Bis zur Tür. Aber leg die Hand noch nicht auf den Griff.

JAN (entfernt): Ich…

JENNIFER: Sprich nicht mehr zu mir, und umarm mich kein letztes Mal.

JAN: Tutto, devi dire tutto!

JENNIFER: Non toccarmi più. Non venire troppo vicino. Sarei una miccia.

JAN: Fino a dove devo allontanarmi?

JENNIFER: Fino alla porta: ma non porre ancora la mano sulla maniglia.

JAN: (da lontano): Io…

JENNIFER: Non mi rivolgere più la parola, e non mi abbracciare un’ultima volta.

Quanto ci speculeranno, dopo la mia fine, su quella de Il buon Dio: almeno me ne fossi andata banalmente, di malattia, come te. Abbiamo scritto, eppure sapevamo, c’erano già stati Orfeo ed Euridice, Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca, Edipo e Giocasta. Ci siamo amati sapendo che non era possibile.

Fossi nata a Vienna, invece che a Klagenfurt, al Wörthersee. Sono una provinciale, una che puzza di villeggiature. Ho provato a tornare, a cercare una connotazione al mio essere austriaca: era tutto trasformato, com’è successo che sono nata al lago?

Entrambi figli della lingua tedesca Max, cresciuti all’ombra della Grande Germania; l’annessione del mio paese e la neutralità del tuo si toccano, come fanno gli estremi. Ci consideravano tra i rappresentanti dell’avanguardia letteraria, ma è a Roma che abbiamo imparato a vivere almeno un po’: la sera a braccetto, i vicoli, le fontane, quel colore che hanno cieli, che grazia hanno i cieli! A te dava fastidio non parlare l’italiano, e ti dava fastidio che invece io mi sentissi a casa in quella lingua che non serviva per scrivere, ma per capire. Tu stavi meglio a Zurigo, eri padrone, padrone della lingua e della letteratura.  Mi arginavi. Hai ammirato il talento di una donna, ma nessuna donna può dimostrare fino in fondo il proprio talento al fianco di un maschio. I tuoi grandi occhiali d’osso, quadrati come la tua mascella; ho sempre pensato che il tuo volto fosse quello de Il giudice e il suo boia°° di Dürrenmatt. Tu mi giudicavi, anche in silenzio, con uno sguardo. Te l’ho mai detto? Te l’avrò detto, quando non ero lucida, con tutti quei sonniferi, le pasticche, mi dicevi smetti le pasticche, die Tabletten, Verdammt. Sembrava tutto più accettabile, e più esprimibile. Ci avevo tentato a Berlino, di smettere con le pasticche, in una città che era come me, divisa in due. Ma preferivo Roma, perché a Roma la lingua della scrittura non mi ingabbiava.

Quando ho scritto Tre sentieri per il lago, c’eravamo già lasciati da un po’. E in quel libro agli uomini, non chiedevo più niente. Non c’era più da chiedere, né da recriminare. Sono le cose piccole, le coincidenze, che fanno rete nella nostra vita. La verità è accettabile: pure la conoscevamo già, e l’abbiamo ignorata. In Tre sentieri ho scritto quel racconto, Occhi felici: parla di Miranda, che è miope e tutto sommato, considera il proprio difetto un dono. Lei si innamora di Josef, forse non lo vede chiaro, la sua percezione rimane uno schizzo, o un abbozzo, del suo aspetto reale.

***

Lei non ha nessun bisogno di vederlo come gli altri coi contorni tanto netti: lei non squadra nessuno, non fotografa la gente con uno sguardo occhialuto, ma se la dipinge in un modo tutto suo, frutto d’altre impressioni; e Josef, in fondo, le è perfettamente riuscito, sin dal primo momento. Si è innamorata di lui a prima vista, anche se tutti gli oculisti del mondo, su questa prima vista, scuoterebbero il capo, perché i primi sguardi di Miranda non potrebbero che produrre errori catastrofici. Ma lei, su quella prima vista insiste…

Vedi come si cambia, Max. Questa è stata l’ultima opera compiuta che ho scritto in prosa, nella nostra lingua. E della verità non mi interessava più così tanto. La poesia era colpa di Heidegger, e la miopia, era colpa mia. Non volevo più vedere chiara la realtà, non era così accettabile.

Anna Bertini

Nota dell’autrice

Ho immaginato questo monologo rivolto a Max Frisch – con il quale Ingeborg Bachmann ebbe una tormentata relazione, ma anche un continuo e sfiancante confronto intellettuale – come occasione per farle dire alcune mie inferenze su tre suoi lavori fondamentali; la raccolta di poesie Die gestundete Zeit* (1953, Frankfurter Verlaganstalt, qui la poesia Herbstmanöver dall’edizionePiper Tachenbücher, 2011, pag. 21 ), il radiodramma Der gute Gott von Manhattan** (1958, Piper Verlag, qui pag.77) e la raccolta di racconti poi diventata Drei Wege zum See, a partire da Simultan***, il primo racconto ad essere pubblicato nel 1972 da Piper Verlag, un anno prima della tragica morte della Bachmann avvenuta in seguito alle ustioni subite nell’incendio del suo appartamento in Via Giulia, a Roma.
Le tematiche sono quelle che caratterizzano ciascuna delle opere, ma anche i nodi essenziali del pensiero della scrittrice. Ne ho voluto dare una mia personale chiave di lettura; pertanto, invito a tenere presente l’approccio di fiction di questo mio scritto.
Ho letto le prime due opere in originale, e qui riporto una mia propria traduzione dei brani citati. La terza, invece, l’ho conosciuta nell’edizione italiana ***Tre sentieri per il lago (1980, Adelphi), e la citazione appartiene quindi a quella (racconto Occhi felici, pagina 90)
°Max Frisch, Homo Faber (1957, Suhrkamp – 1959, Feltrinelli)
°°Friedrich Dürrenmatt, Il Giudice e il suo boia (1960, Feltrinelli)
Per maggiori informazioni biografiche su Ingeborg Bachmann, con elementi riguardanti anche altre persone qui citate, come per esempio Paul Celan e lo stesso Max Frisch, rimando ai precedenti articoli usciti qui su exlibris20 nel mese di gennaio 2025 in seno a Dedica, e firmati da Silvia Acierno, Anna Maria Curci e Ilaria Gaspari.
Al seguente link, inoltre, si possono approfondire molti aspetti da me trattati:
https://www.doppiozero.com/linvocazione-di-ingeborg-bachmann

Ingeborg Bachmann a Roma: via Bocca di Leone, memoria di una poeta
Frantic Bachmann
Ingeborg Bachmann: poesia, voce e utopia del mare