In questi giorni di (ri)scoperta e grande popolarità per Emily Brontë nonché per il suo unico romanzo, Wuthering Heights (sarà il più letto dell’anno?), noi studiose ed appassionate da sempre della famiglia nella brughiera alterniamo uno stato di gongolante beatitudine a momenti di sdegnato orgoglio; vorremmo redarguire il mondo poco attento ai nostri consigli di lettura, niente affatto incline a considerare Emily come la geniale scrittrice cui abbiamo dedicato ore lunghissime di devozione e attenzione maniacale ma, tant’è, nulla può competere, di questi tempi, con un prodotto commerciale ben confezionato. Dunque, avete (ri)scoperto Emily, ma Branwell?
Quante/i conoscono il brother in the shadow, il fratello nell’ombra? Sì, esatto. Quello che dipinse il ritratto di famiglia e poi cancellò la sua stessa figura disegnata tra le tre sorelle (The Pillar Portrait, National Portrait Gallery, London).
L’unico figlio maschio della famiglia Brontë nacque nel 1817, un anno dopo Charlotte, un anno prima di Emily. Il padre, il Reverendo Patrick, pastore anglicano di origini irlandesi, cambiò il cognome originale, Brunty o Prunty in quello che conosciamo oggi in onore dell’Ammiraglio Nelson, nominato Duca di Bronte (la cittadina siciliana) nel 1799. Sua moglie Maria morì prematuramente lasciando marito e progenie in balia del caos: intervenne zia Branwell che si tresferì nella canonica di Haworth, sia il Reverendo sia la zia non erano capaci di sopperire alla mancanza dell’affetto materno, tuttavia furono educatori attenti e rigorosi. La famiglia tutta si aspettava grandi cose da Patrick, sebbene fin da ragazzo suo padre non tollerasse il suo temperamento troppo ‘nervoso’.
Sta di fatto che il gruppo composto da Charlotte, Emily, Branwell e Anne, dopo la perdita delle due sorelle maggiori, Maria ed Elizabeth morte bambine per la tubercolosi, prese l’abitudine di raccogliersi nella stanza dei giochi per scrivere le pagine di due cicli leggendari: su Angria lavoravano Charlotte e Branwell, su Gondal invece Emily e Anne. L’immaginazione della progenie Brontë era sconfinata, il loro amore per le storie avventurose, romanzesche, prolifico e coinvolgente. Molte delle spaventose storie raccontate dalla tata Tabby plasmarono la loro capacità di disegnare mondi e personaggi.
Il rapporto tra Emily e Branwell si distingueva per un’intesa empatica che andava oltre la fratellanza, un sentire comune che li rendeva quasi telepatici. «We do sometimes pity creatures that have none of the feeling either for themselves or others» dice Nelly Dean in Wuthering Heights, a volte proviamo pietà per le creature che non hanno alcun sentimento né per se stesse né per gli altri. Sarà stato questo che legava Emily e Branwell? Probabilmente sì, specie nel periodo in cui il giovane Patrick, sconfortato e rabbioso, iniziò a fare uso di laudano e di alcool, tornando spesso a casa del tutto fuori di sé.
Il Professor Silvio Raffo, poeta e studioso di poesia anglo-americana, oltre che traduttore dell’opera di Emily Dickinson, ha curato, per primo in Italia, una raccolta preziosa nella quale traduce le liriche del Brontë boy. Nella paterna prefazione al volume Poesie di Patrick Branwell Brontë leggiamo: «Un ragazzo infelice perennemente in cerca della madre perduta, soffocato da un padre dispotico e ansiogeno che lo ossessiona con il suo apocalittico fanatismo religioso; un artista di valore distrutto dalla mancanza di autostima e di riconoscimenti da parte di chi lo circondava».
Nonostante le speranze, dunque, Branwell risultò un fallimento, nessuna delle discipline in cui si cimentò (la poesia, la prosa, la pittura) gli procurò il minimo riconoscimento, al contrario delle sue brillanti sorelle: «Patrick Branwell Brontë è il ‘fratello nell’ombra’ che sintetizza in limine mortis la propria esistenza con le tragiche parole: “Nella mia vita non ho fatto niente di grande o di buono” (e non è la verità) confutando e ribaltando l’affermazione di uno scritto giovanile in cui vedeva certo per sé un fulgido successo». Si spense nel settembre 1848, lo seguì Emily nel dicembre dello stesso anno. Si racconta che morirono ‘in piedi’, con coraggio ed ostinazione.
Secondo Raffo, l’unica ad aver compreso, dopo aver indagato nei luoghi e tra le carte di famiglia, le dinamiche intime di Branwell è la scrittrice Daphne du Maurier, l’autrice di Rebecca, per intenderci, nel suo The Infernal World of Branwell Brontë. L’opera, «vergognosamente ignorata e mai tradotta in Italia» secondo Raffo, ci restituisce il ritratto di un giovane gentleman raffinato e cortese con occhi sempre luminosi di gioia, dal fascino irresistibile.
Sono felice di offrire a voi, lettrici e lettori, la mia personale traduzione della prefazione di Daphne du Maurier che leggerete, forse, per la prima volta.
Quando la Signora Gaskell pubblicò la sua biografia di Charlotte Brontë nel 1857, dipinse un ritratto così vivido della vita nella canonica di Haworth, e della talentuosa e fugace famiglia residente tra le sue mura, che da allora tutte le biografie scritte sui Brontë sono state basate su di essa.
Sono passati cento anni e quella biografia resta ancora insuperata, ma in questi anni tanto è venuto alla luce sui primi scritti dei giovani Brontë, a dimostrare che, sin dall’infanzia e per tutta l’adolescenza, la loro vita ricca di fantasia straordinaria creò un mondo immaginario, popolato di personaggi più reali ai loro occhi dei parrocchiani del Reverendo.
Jane Eyre di Charlotte Brontë, Cime Tempestose di Emily Brontë e La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë erano tutti romanzi famosi e le loro autrici già morte, quando la signora Gaskell scrisse di loro. Ciò che ella non comprese fu che nessuno di quei romanzi sarebbe esistito se non fosse stato per il mondo fantastico nel quale le loro creatrici vissero durante l’infanzia, un mondo in larga parte ispirato e diretto dal loro unico fratello, Patrick Branwell Brontë.
Né la signora Gaskell né il Reverendo Brontë potevano sospettare che nel solaio della canonica si trovavano dei manoscritti di Branwell e Charlotte, composti da centinaia di migliaia di parole – più che tutte le opere pubblicate di Charlotte, Emily ed Anne. Sebbene, esaminandoli, gli scritti di Branwell mostrino che egli non possedesse il talento sorprendente delle sue famose sorelle, essi provano perlomeno che egli visse un’infanzia ed una giovinezza di produttività quasi incredibile, spendendosi a tal punto nel descrivere le vite e gli amori dei suoi personaggi immaginari da esaurire la vena creativa prima di compiere i ventun anni.
Il Reverendo Brontë scrisse alla signora Gaskell dopo la pubblicazione della biografia di sua figlia Charlotte: «La figura del mio brillante e infelice figlio è un capolavoro.»
Egli non comprendeva, non più della signora Gaskell, che quella ‘brillantezza’ esisteva in larga misura nella sua propria immaginazione, un solitario vedovo orgoglioso della straordinaria precocità e della vivacità affettuosa di un ragazzo, il cui ipotetico genio si sgretolò con l’età adulta; la cui infelicità fu causata non dalla relazione amorosa fallimentare descritta dalla signora Gaskell con troppa compiacenza, ma dalla sua incapacità di distinguere la verità dalla finzione, la realtà dalla fantasia; che fallì nella vita perché essa differiva dal suo ‘mondo infernale’.
Forse un giorno, tutti i manoscritti nati dalla penna di Branwell saranno trascritti, non solo per gli studiosi dei Brontë, ma per tutti i lettori. Un giorno la biografia definitiva di questo tragico giovane sarà pubblicata. Nel frattempo, molti anni di interesse per l’argomento e molte letture, hanno spinto la sottoscritta a tentare uno studio della vita e dell’opera di Branwell che potrebbe servire da introduzione ad esse. Se ciò servisse a portare una maggiore comprensione di questa figura a lungo diffamata, trascurata e disprezzata, e se aiutasse a reinserirlo nel suo posto originario all’interno della famiglia Brontë, dove fu tanto amato fino all’ultimo anno di disintegrazione, allora questo libro non sarà stato scritto invano.
Daphne du Maurier
Cornovaglia, 1960
Barbara Buttiglione
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