Brani Tawo è un rifugiato politico curdo a Cambridge. Vive le sue giornate cercando di non soccombere all’apatia irrequieta dell’esule che gli toglie il sonno e l’entusiasmo per la vita. Proprio nel tentativo di fuggire dalla silenziosa disperazione dei suoi giorni, si mette alla ricerca di un oggetto legato alle sue radici: la macchina fotografica che circa un secolo prima il fotografo Tataro aveva utilizzato per fermare nel tempo le immagini del villaggio d’origine di Brani e i volti e le storie dei suoi antenati.
Questa caccia al tesoro non solo innesca il ricordo delle storie – al convergere di un punto medio ideale tra fiaba, mito e memoria – della propria gente, della propria famiglia, del proprio mondo di origine, ma è anche l’occasione di un incontro casuale che catalizzerà l’esperienza di esule di Brani: Feruzeh, dottoranda di origine iraniana, esule in Inghilterra perché perseguitata dal governo del proprio paese. La scintilla che nasce tra i due, prima un’affinità di status e poi affettiva, diventerà molto presto un terreno di confronto e riflessione, uno “specchio” (o una lente fotografica?) in cui Brani Tawo potrà osservare meglio la propria condizione e ripensare la declinazione della propria esistenza. Da quel momento i due diventano quasi inseparabili: la loro amicizia si approfondisce attraverso la poesia che Feruzeh legge a Brani e i numerosi ricordi e racconti sulle persone della sua infanzia che lui condivide con lei. Finché… un giorno Feruzeh gli comunica via messaggio che deve tornare in Iran, e Brani arriva troppo tardi per salutarla.
Brani Tawo, alter ego di Sönmez, cerca rifugio nelle storie, litanie e connessioni umane della sua gente, contrapposte allo smarrimento politico e identitario. “L’uomo è rifugio dell’uomo”: gli esiliati trovano salvezza negli altri uomini – attraverso amore, narrazioni familiari e legami affettivi – trasformando il dolore in conforto collettivo e riscrittura dell’identità.
Tutta l’opera di Burhan Sönmez è permeata dei temi di questo romanzo, la memoria come ancora e fardello, il senso di un’appartenenza che non si trova, l’oggetto fisico che si fa catalizzatore e simbolo di una domanda (o una verità?) interiore. Ma ne Gli innocenti sembra che Sonmez abbia voluto tenerli particolarmente vicini, inserendo nella vicenda di Brani Tawo tanti elementi della sua stessa biografia.
Ho scoperto questo romanzo grazie a mio marito e lui, a sua volta, grazie a una libraia eccezionale che ne ha fatto testo per un gruppo di lettura.
Una voce limpida e scorrevole, il controllo totale ma mai freddo dei temi che sente l’urgenza di raccontare (e io di ascoltare).
Un romanzo che è dichiarazione politica, momento forzato di riflessione, canto mitologico e ricordo malinconico, una storia dalle mille anime ma con una personalità e una forza che riesce a reggerle senza sforzo tutte quante e a renderle al lettore in una prosa incisiva che farà la gioia del lettore raffinato, senza peraltro mettere in difficoltà chi nella lettura cerca la scorrevolezza e la semplicità.
Un libro necessario, come sanno esserlo soltanto quelle storie che raccontano fatti ed emozioni propri e condivisi dall’umanità intera. Un romanzo attraversato da storie dolorose, in cui la misura e la finezza dello sguardo narrativo trasformano la sofferenza in un rinnovato attaccamento alla vita. Un libro capace di offrire riparo a chi è stanco della rozzezza emotiva e dell’insensibilità.
A chi è consigliato:
- Per lettori più interessati alle domande sull’identità umana che all’azione drammatica.
- Per chi apprezza le storie poetiche, in bilico tra intimità personale e critica sociale (più Orhan Pamuk che thriller politici).
- Per chi non teme lentezze narrative: il romanzo è denso, descrittivo, costruito su flussi di ricordi e miti familiari più che su colpi di scena.
- Per chi ama le scritture eleganti e concettuali, con una forte vena lirica.
- Per chi riflette su identità e memoria, su cosa resti dell’essere umano quando la patria si separa dall’individuo.
Per accompagnare la lettura, si consiglia musica a metà strada tra il folk anatolico e malinconia organica, un sound ipnotico e cerebrale che rifletta l’atmosfera del romanzo, sospesa tra emozione e alienazione, come: Mercan Dede, Omar Faruk Tekbilek, o Arto Tunçboyacı. Provare per credere.
Patrizia Carrozza
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