Caro caffè,

a ben guardare sei uno dei protagonisti segreti della letteratura moderna. Piccolo, nero, amaro, bollente, sei comparso nelle mani di scrittori insonni e di coscienze inquiete, sei stato bevuto nei salotti borghesi e nei bar delle città scomposte del Novecento, in tazze sbeccate o in preziose porcellane. Sei stato, figura polisemica, rito e rifugio, compagno di veglie e di fallimenti, e la tua scia, profumata, nevrotica, malinconica, attraversa romanzi, diari e memorie.

Oggi qualcuno ti vuole stretto e senza zucchero. Qualcun altro in tazza grande. Altri macchiato caldo o freddo. Mai a secco. C’è chi ti sorseggia sotto casa e chi si fa un paio di isolati per andare nei caffè più cool per darsi un tono. A volte sei a dieta: massimo due caffè al giorno! Altre ti si vede gorgogliare dalla moka o dalle cialde, tradizione e modernità a confronto. Quanta pazienza!

Ma nella tua forma liquida si condensa una metafisica della modernità: sei il carburante della scrittura e insieme la pausa dalla scrittura, sei concentrazione e stanchezza, sei una soglia. E, guidato da questo spunto, sono andato a rintracciarti in alcune, ma ce ne sarebbero molte altre, pagine della letteratura.

È stato Honoré de Balzac, collezionista seriale di espressi, il primo a scriverti una dichiarazione d’amore e di dipendenza. Nel Trattato degli eccitanti moderni (1839) ti eleva a oggetto filosofico, poetico e quasi sacro e scrive:

«Quando il caffè penetra nello stomaco, tutto si mette in agitazione. Le idee si muovono come i battaglioni dell’esercito imperiale sulla pianura di Austerlitz.»

Che è come dire che sei il campo di battaglia del pensiero creatore. Nelle notti insonni in cui Balzac confeziona i suoi romanzi per dodici, quindici ore di fila, sei sacrificio e alleato, una droga legalizzata per il genio in trincea. Il critico Roland Barthes, in una lezione del 1978 al Collège de France, notava che “Balzac non beve il caffè per piacere, ma per missione”. Diventi insomma comando del corpo al servizio della mente, stato alterato di veglia che permette allo scrittore di penetrare la società borghese immortalandone vizi e ipocrisie.

Ma non sempre sei stato celebrato con entusiasmo. In Italo Svevo, in La coscienza di Zeno (1923), diventi abitudine ambigua, gesto che rivela il tentativo ridicolo e struggente dell’uomo moderno di dominare sé stesso. Dopo ogni sigaretta, dopo ogni fallimento terapeutico, Zeno si affida a te, nel gesto ripetuto, apparentemente neutro, che nasconde un’inquietudine più profonda, ossia il bisogno di ritualizzare l’esistenza per sopportarne il vuoto:

«Bevevo il caffè con lentezza studiata, credendo che quella lentezza mi avrebbe tenuto sveglio e pronto allo studio.»

Nello scrittore triestino sei piccolo rito nevrotico, farmaco e veleno, autoinganno e abitudine, un compagno ambiguo di una coscienza che cerca invano l’equilibrio. Il caffè diventa il mezzo in cui l’uomo del Novecento tenta invano di regolarsi, di ottenere un controllo che non ha più: sul corpo, sul tempo, sull’identità. Il critico Giuliano Gramigna notava che “Zeno beve caffè come altri si confessano: è un gesto che non placa ma struttura l’ansia.

Con Fernando Pessoa, in Il libro dell’inquietudine (pubblicato postumo nel 1982), ti trasformi da bevanda a paesaggio dell’anima. Nei caffè di Lisbona, soprattutto presso il Martinho da Arcada, il tuo aroma si confonde con la malinconia. Bernardo Soares, uno dei tuoi più fedeli, ci svela quanto per lui sei diventato finestra spalancata: tra il dentro e il fuori, tra il pensiero e l’azione. Sei una finzione sociale, una scenografia dell’identità, ma anche una tana dell’anima dove il soggetto si osserva mentre si smarrisce. E così leggiamo:

«Il caffè è il mio modo di fingere la vita. Bevo il mio caffè come un attore che beve finta acqua in scena, e nessuno se ne accorge.»

Il protagonista ti beve perché non ha altro modo di abitare il tempo. Luogo mentale più che reale in cui la scrittura si fa rifugio diventi il compagno silenzioso di una solitudine pensante per la quale, guardano la città, i passanti e i marciapiedi, l’irrilevanza della vita diventa sopportabile, persino poetica.

È a Parigi che diventi istituzione filosofica. Al Café de Flore e a Les Deux Magots, negli anni Quaranta e Cinquanta, accompagni discussioni feroci, manoscritti ancora sporchi d’inchiostro, idee nate al confine tra politica, letteratura, esistenzialismo e ebbrezza di idee. Jean-Paul Sartre che non beve solo caffè ma vive nei caffè, in Le parole (1964), rimeditandosi, riflette:

«I caffè formavano l’universo del senso, l’unico mondo che valesse la pena di essere vissuto»

Il caffè come un tempio laico, luogo di aggregazione e di ideazione, estensione urbana del pensiero critico. Nella visione sartriana, non sei solo bevanda (ma forse non lo sei mai stato), ma contesto storico della libertà. Simone de Beauvoir, nelle Memorie di una ragazza per bene (1958), racconta la Parigi intellettuale nella quale aleggia il tuo aroma e il tuo essere passaggio obbligato: “Scrivevamo nei caffè, leggevamo nei caffè, amavamo nei caffè.

Nel secondo dopoguerra italiano appari per la tua assenza. In La casa in collina (1948), Cesare Pavese racconta la fine del mondo borghese durante la guerra dove i tristi surrogati sono un tentativo di ricostruire un ordine simbolico oramai spezzato, mentre Torino è nella morsa della guerra, ma è anche una bugia condivisa, una finta bugia per sopravvivere al presente.

«Alla sera si faceva finta di bere il caffè, con l’orzo, con la cicoria. Nessuno più ricordava il sapore vero del caffè»

Diventi così il simbolo della normalità perduta, metonimia della pace civile. La tua mancanza è una frattura nella quotidianità, un vuoto che racconta l’angoscia meglio di mille parole. Non esserci, per te, è già parlare.

Ma è Primo Levi, in Se questo è un uomo (1947), che ti trasforma in fantasma dell’umano. Non ci sei nel lager, non puoi esserci, come tante altre cose. E, proprio per questo, rappresenti tutto ciò che è stato cancellato negli internati:

«La nostalgia del caffè mattutino era nostalgia della vita stessa, della sua precisione, del suo ritmo, del suo senso.»

Il caffè che non si beve, nella privazione di umanità, è la memoria di una vita dignitosa che non c’è più, un piccolo gesto tra i tanti che contiene il mondo.

Come dimostrano queste incursioni nelle letterature, sei stato descritto, evocato, sospirato. Ma anche presupposto invisibile della scrittura stessa. Il tuo odore è spesso il primo respiro della pagina bianca. Nella critica contemporanea, Jonathan Crary, in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (2013), ha obliterato il tuo ruolo nel mondo moderno: sei “l’antidoto contro la notte”, una forma di resistenza alla fine, alla stanchezza, all’oblio.

E allora eccoti: farmaco borghese, propulsore romantico, rifugio esistenzialista, icona della perdita. Piccolo, nero, instabile. Ma sempre capace di raccontare qualcosa di più grande di te. E questa lettera, nata per caso, serve a ricordarti il posto che hai in letteratura e, al tempo stesso, si configura, partendo dalla sua presenza, a volte liminale, come invito a leggere o rileggere le opere citate, anche solo per il piacere di ritrovarti: complice silenzioso delle coscienze moderne, alleato e doppio dell’autore, luogo simbolico che attraversa epoche, stili e sensibilità diverse come spazio fisico mentale, stimolante intellettuale, compagno di solitudini o di convivialità, mai elemento decorativo profondamente carico di senso e, spesso, capace di dare un senso.

Sei figlio delle città, delle notti accese, dei pensieri che non vogliono dormire.

Con rispetto e gratitudine.

Un lettore che ogni giorno si sveglia con un libro in una mano e te nell’altra.

Claudio Musso