Di Truman Capote puoi dimenticare un sacco di cose: che è nato nel 1924, che è morto nel 1984, che Capote non era il suo vero cognome, che era amico di Nelle Harper Lee, che ha scritto A sangue freddo e che quel libro lo ha avvicinato alla morte un po’ ogni giorno. Quello che non ti scorderai mai, invece, è una qualsiasi scena che abbia scritto.
Io ho iniziato a leggerlo grazie a una prof che mi fece conoscere il racconto “Intrepidezza”. Poco fa ho dovuto cercare il titolo perché non me lo ricordo mai, eppure l’immagine di lui rintanato in una cabina telefonica in un aeroporto non me la tolgo dalla testa. La stessa cosa è successa con il libro di cui vi voglio parlare. I cani abbaiano l’ho comprato a Buenos Aires, in un parco, uscendo da un corso di studi che poi ho lasciato perdere. Il libraio, vedendo come lo guardavo, me l’ha fatto pagare di più. E a me andava bene così. Quella notte stessa ho cominciato a leggerlo. Era un libro vecchissimo, sapeva di umido, aveva le pagine ingiallite e quel profumo di carta che i libri nuovi non hanno più. Con gli anni, ho dimenticato i titoli di tanti racconti, anche quelli su personaggi famosi, ma la descrizione del rituale nel racconto “Haiti” è rimasta lì, incisa.
Il libro parla di viaggi e di personaggi strani, unici, delle tracce che lasciavano nelle loro città e che lasciavano in Truman. In questo stesso libro, quando racconta il dietro le quinte del film A sangue freddo, parla del riflesso della realtà come dell’ancora a cui si è aggrappato per tutta la vita per essere quello che è. Dice che la realtà riflessa è l’essenza stessa della realtà, che quando scopriva qualcosa di strano o di particolare lasciava che il suo occhio scavasse fino a trovare il segreto che la sorreggeva, perché tutto è fatto di dettagli scelti. Vagabondava tra le macerie della vita, come un cane, aspettando che qualcosa brillasse (abbaiasse) per poter scrivere.
Per questo io il fuoco della cerimonia ad Haiti che si riflette sui muri della stanza, in mezzo al nulla, lo rivedo come se ci fossi stata. Per questo, di “In Europa”, non mi ricordo cosa scrivesse di Venezia, ma la banda di ragazzini che estorceva soldi a lui e al suo amico, sì.
C’è una regola non scritta per chi scrive: cura i dettagli, sono loro che rendono unici i personaggi. Non l’ha inventata mica Truman, ma lui l’ha perfezionata al punto da
farne il suo marchio di fabbrica. In A sangue freddo scopriamo che aveva una memoria pazzesca. Ma la memoria non è solo tradimento, è anche riscrittura: ogni volta che tiriamo fuori un ricordo, ci aggiungiamo un altro strato di invenzione, influenzati da chi siamo in quel momento. All’inizio di I cani abbaiano Truman lo dice chiaro: non racconterà la verità, ma un suo riflesso. Una verità fatta di cose uniche e strane, un prisma che ti si conficca nell’occhio.
Cosa c’è in quel fuoco riflesso? Cosa c’è in quella ragazzina veneziana, ribelle e un po’ mafiosa? Cosa c’è nella cuoca italiana che aspetta una lettera d’amore, o in quella coperta fatta da una zia disabile che gli fa gli auguri a mezzanotte? C’è uno sguardo, c’è intelligenza, c’è la scelta consapevole di ciò che è strano, di ciò che spicca ma che nessuno ha ancora notato.
I cani abbaiano è la cosa più simile a un’autobiografia di Capote che abbiamo. Riunisce testi inediti per quell’edizione e due libri pubblicati separatamente, Colore locale e Si sentono le muse. E poi c’è un “Autoritratto”, una finta intervista che si fa da solo. Leggendo quello, forse perché gli voglio bene, mi è venuto da pensare che Truman non scrive cartoline, lui scrive francobolli. Scrive quelle cosine che incolli sulla lettera per la persona che ami. Scrive ciò che sta intorno all’evento principale, la cornice.
Tornerò su questo “Autoritratto”, ma prima vorrei parlare di “Lola”. Lola è un corvo. Lo scopriamo dopo un po’, nel racconto. Gliela regalano senza ali e lei impara a fare il cane. Lola è convinta di essere un cane e non c’è niente da fare, anche se è chiaro che credersi tale significa andare incontro al pericolo e all’addio. (Avere un corvo che si crede un cane come animale domestico? Ecco, sì, è proprio una cosa che poteva capitare a Truman). Credo che non dimenticherò mai il finale, in Piazza Spagna, e quello scambio di sguardi muto tra Truman e un uomo anziano, tutti e due sospesi tra stupore e tristezza.
Da questa storia di Lola e dall’idea assurda di crescere un corvo che si crede un cane, si aprono tutti gli altri pezzi del racconto: la ragazza che gliel’ha regalata e la sua storia d’amore, le credenze esoteriche della gente del posto sui corvi, i cani veri, le cose nascoste e custodite, l’estate italiana, Roma, un vecchio muto che si comunica con un campanellino.
E come l’animale rubacchiava oggetti in casa e li nascondeva nel suo rifugio, allo stesso modo Truman “rubava” queste piccole gemme alle persone che incontrava. Ma quando si tratta di guardare se stesso, forse fa più fatica. O forse non è fatica, ma proprio non ce la fa ad accettare certi vetri rotti. Nell’“Autoritratto”, chiunque conosca un po’ la sua storia si accorge che sta mentendo. Al contrario del suo sguardo sugli altri, che è cinico, tagliente, a volte crudele, con se stesso è fin troppo buono. Ammette qualcosa, ma cerca di aggiustare le cose che non può nascondere perché si sanno già. Quella che fa più impressione, forse, è quando dice di non avere vizi. Il declino di Truman è legato all’alcol e al fantasma di un libro perfetto che non si sentiva più in grado di scrivere, e quando esce questo libro è già cominciato.
Ma questo ritratto ha una sua logica: Truman era uno scrittore, ma era anche un personaggio, un uomo di spettacolo. Stava bene su un set, a una premiazione o in TV come a un party. E della sua vita e carriera ha fatto uno spettacolo. Questo non sminuisce il suo valore di scrittore, anzi, lo rende un caso più unico che raro, perché non capita spesso che la vita pubblica di uno scrittore sia commentata quanto i suoi libri.
I cani abbaiano agli altri cani, ai rumori forti, alle sagome strane. I cani abbaiano a tutti quegli spazi frammentati che si stavano aprendo nella sua vita, anche prima che lui stesso se ne accorgesse.
“Autoritratto” si chiude con scene bellissime che lui evocherebbe se stesse per morire, con quegli abbai che sentirebbe in lontananza. Ed è lì che capisci che, per quanto amasse essere chi era, con tutte le amicizie famose e il lusso che aveva, la cosa che davvero lo consolava era essere quel ragazzino dell’Alabama che si è fatto strada illuminando gli specchi rotti degli altri, solo per sentire i cani abbaiare.
Agustina Colaprete
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