Christian Raimo, oltre ad essere scrittore, è un docente di storia e filosofia a Roma. Una professione che, negli ultimi tempi, assomiglia sempre di più ad una vera “missione”, quasi nel senso biblico del termine. Implica l’esistenza della “chiamata” ed ha a che fare, credo, con l’idea di salvezza che è poi, forse, anche la chiave di lettura di questo romanzo. In epigrafe troviamo due versi dal Vangelo di Matteo e la storia inizia proprio in una scuola, durante la ricreazione. Il permettere agli studenti di sviluppare integralmente la loro persona umana è ciò che dovrebbe fare un docente ed è sicuramente qualcosa di grandioso. Dal racconto si intuisce che Raimo ci prova ad essere quel docente, ma “tra professori e studenti è sempre un campo e controcampo, con errori di messa a fuoco”. Si intuisce anche che è questo lavoro, ma non solo, a provocare il senso di inadeguatezza, le paranoie e le frequenti crisi di burnout che percorrono poi tutta la trama.
Tra ombre e luci di scuola è l’acronimo “ENR” a fungere da vero espediente narrativo: un processo di sviluppo della pellicola cinematografica che ne corregge i colori in modo da “vedere più dettagli nelle ombre”. Alla ricerca di questi dettagli, Christian Raimo si mette a “ricostruire”, pezzo dopo pezzo, la vita di suo padre. Partendo da un acronimo arriva ad offrirci un intero pezzo di storia del Novecento italiano, al cui centro c’è Raffaele Raimo: il padre e il chimico che per trent’anni ha lavorato in Technicolor e che è morto nel 2009 per un tumore, “come moltissimi alla Technicolor: cancri al fegato, al pancreas, alle vie biliari, al retto, probabilmente connessi all’esposizione agli agenti chimici”.
La storia della nascita della pellicola cinematografica a colori accompagna tutta la vita di Raimo e percorre tutto il suo romanzo. “L’invenzione del colore” si dovrebbe leggere come si guaderebbe un film, in cui una cinecamera è sempre accesa sulla quotidianità dell’autore e di chi gli orbita intorno. La ricerca sul padre e sulla Technicolor si fa incessante, quasi isterica. Vediamo Raimo scartabellare tra vecchie agendine telefoniche, cartelle cliniche, ricordi, amici e colleghi del padre ed altri rimasugli della sua vita come, ad esempio, le fotografie scattate da una vecchia Kodak a cartucce auto sviluppanti, simili a una Polaroid. Lo vediamo anche correre a scuola, occuparsi di politica, innamorarsi perdutamente di Gadda, partecipare a manifestazioni, raggiungere campi rom, periferie, prendere treni per altre città, farsi leggere i tarocchi, dare consigli ai suoi studenti, addormentarsi e fare sogni: “Con la primavera, l’avevo sognato parecchie volte, mio padre. Spalle larghe, alto uno e sessantacinque, i capelli alla Einstein; aveva una barba di tre giorni appena imbiancata, e un corpo più magro e asciutto di quando era vivo, gli occhi come sempre scuri e limpidi, e un principio di nascondimento inedito in quello sguardo affamato che è stata la maggior parte dell’eredità con cui mi ha cresciuto.”
Grazie a questo “sguardo affamato”, meravigliosa ipallage, eredità di suo padre, l’autore ricostruisce una storia che è sia personale ed individuale, sia pubblica e collettiva: “Mio padre è il Novecento, il fordismo, il clangore, la prossemica delle sigarette che continuano a essere agitate in una stanza fumosa …”.
Sullo sfondo: Roma, una capitale che ha cambiato molte facce. Ai suoi occhi di bambino- quando trascorreva ore nella Opel Kadett col padre, in giro a Vigne Nuove, a Ponte Mammolo, alla ricerca di una nuova casa, dopo uno sfratto- Roma appariva un po’ grigia, ma piena di cartelloni pubblicitari, di facce di attori del cinema con i loro nomi stampati in bella vista e che lui si fermava a leggere, cercando sempre la scritta: “Color by Technicolor” proprio al centro in basso.” L’azienda Technicolor era il posto dove lavorava suo padre, si trovava su Via Tiburtina, era stata inaugurata verso la fine degli anni ’50 ed è stata il pilastro della post-produzione cinematografica italiana ed europea. Dentro quel capannone suo padre ci trascorreva moltissimo tempo, ed è da lì che è uscita la tecnica ENR che ha rivoluzionato e migliorato “le tavolozze visive” di migliaia di pellicole. Sembra che Apocalyspe Now o Salvate il soldato Ryan ed altre pellicole come Scala per il paradiso, A matter of life and death, abbiano utilizzato delle varianti del processo ENR, sviluppato proprio in Technicolor e di cui suo padre era uno degli inventori. Dopo essere stata colosso, però, l’azienda comincerà a subire forti riduzioni del personale e lentamente, ma inesorabilmente, si avvierà al declino quando la transizione digitale e la crisi della pellicola non la risparmieranno.
Nel libro Raimo entra ed esce dal suo passato, scavando spesso fin alle radici più profonde, alle generazioni più antiche. Ritorna ad esempio nell’entroterra marchigiano, terra d’origine del padre, poi percorre altri luoghi ed in tutto questo viaggiare, avviene che “l’immagine vira dal bianco e nero al colore, come se qualcosa si disvelasse tutto insieme.” L’immagine in technicolor, che anima e dà vita alle pellicole cinematografiche, anima e dà vita a suo padre e sé stesso: “L’ENR è del 1974, io nasco nel 1975. Una verità che rimane come traccia di ogni mia archeologia famigliare: ho a che fare con la Technicolor da quando sono nato”.
L’invenzione del colore è un lungo amarcord che a volte incespica ed interrompe il flusso con dialoghi che sembrano all’apparenza minori, con una scrittura-diario in cui l’autore sembra annotare i pensieri in modo libero e slegato, per poi isolare alcune frasi o alcuni momenti particolarmente evocativi, soffermarsi sul racconto di un evento qualsiasi o sul particolare di una scena di un film o di una scena di sesso, senza andare a capo regolarmente, a volte senza neppure preoccuparsi della punteggiatura o dell’inizio di un nuovo capoverso. Un intero paragrafo è fatto solo di una frase: “Gadda se ne va di casa”.
Ed il tutto si conclude, quasi sempre, con una mancanza di qualcuno, di qualcosa, di risposte. Il romanzo è pieno di domande filosofiche, proprio come quelle che hanno sempre animato le conversazioni a tavola con suo padre, quando era vivo: “Il nero è un colore o un non colore?”. Le scoperte fatte dal padre chimico in Technicolor mostrarono che esistevano un’infinità di neri che si potevano accostare e sovrapporre: “Mio padre però […] Amava il nero per quella sua possibilità di vedere l’invisibile, o meglio, di rivelare quello che ci raccontiamo come invisibile. Non il bianco ma il nero. Il nero deriva dall’insieme di tutti gli altri colori, provava a spiegarmi sovrapponendo lastre di pellicole avanzate dalla lavorazione che si portava a casa per giocarci insieme a me e mia sorella. Dal blu e dal rosso insieme, e poi altro blu e altro rosso e altro giallo, se continuiamo a sovrapporre viene fuori il nero. Nel nero c’è sempre qualcosa, diceva. Nel silenzio c’è sempre un suono. Non esiste l’assenza. Anche nello spazio galattico c’è una cosa, mi insegnava, che si chiama radiazione di fondo: è l’eco del big bang, della nascita dell’universo. Il vuoto è un concetto limite in fisica, non è reale.”
La salvezza mi pare la chiave di lettura di questo romanzo, una salvezza che pensiamo di ottenere con la consapevolezza del nostro passato, forse? Col capire chi siamo e da dove veniamo? O ancora, con la forza di reagire difronte alle assenze?
Per dirla in metafora, seguendo il filo delle ricche pagine di Raimo, forse la salvezza la si potrebbe trovare nella nostra capacità di controllare con maggiore precisione il contrasto e la saturazione del colore, quella “conservazione dell’argento” che l’ENR aveva reso possibile.
Antonia Frascione
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