Una ragazza con un rossetto scuro come la notte e una sigaretta tra le dita spicca sulla copertina di Note a margine del mio dolore, ultimo romanzo di Cinzia Cognetti, edito da HarperCollins: un richiamo ad una storia che racconta memoria e identità, il lutto di un genitore e la sua elaborazione.

Eva, giovane praticante avvocata trasferitasi a Roma, ritorna a Bari dopo la scomparsa della madre Ambra, quando il padre decide di mettere in vendita la villa di famiglia. Tra gli oggetti appartenuti alla madre trova un diario nascosto che svela un passato rimasto a lungo nell’ombra: una relazione segreta con un uomo di nome Fabio, intrecciata agli eventi tragici dell’assedio di Sarajevo. Da quel momento, Eva inizia un viaggio personale fatto di ricordi, verità taciute e domande sulla propria identità e sulle radici della sua famiglia.

Partiamo da un dettaglio interessante, evocativo per lettrici e lettori: il titolo. Note a margine riprende l’abitudine per alcuni di mettere appunti, post nelle pagine dei libri… Anche in questo caso quelle note rappresentano le riflessioni interne mentre si vive un  dolore ?

Note a margine del mio dolore è stata una frase estrapolata dal testo: una citazione che ci indica il modo in cui il dolore viene abitato, annotando i varchi che apre, la luce che scaturisce anche. Era un messaggio che volevo lasciare a chi legge: non parliamo di un dolore invalicabile ma superabile, elaborato che non si coagula in un lasciarsi schiacciare dagli eventi scuri della vita, ma anzi con queste “note” si tocca e si affronta.

La narrazione è dominata dal femminile: ci sono le figure principali della storia che appunto sono donne, su tutte, oltre a Eva la protagonista, spicca Ambra, la madre, che in realtà è assente concretamente ma determina la storia

Come diceva Milan Kundera è proprio nell’assenza che si scopre e si compie la presenza. Attraverso Eva, i suoi sentimenti, le sue note appunto, il personaggio di Ambra sua madre, prende vita, un meccanismo narrativo che ho voluto usare per portare autenticamente un personaggio all’interno della narrazione. Tutto il romanzo verte su quello che è lo sguardo di Eva, sul modo in cui lei percepisce il mondo, i legami, e anche, quale è stato il suo rapporto e la sua interazione con la madre. Quindi anche se qualcuno  non esiste più nella dimensione terrena continua a vivere attraverso le pagine che ricompongono la sua storia.

Quanto c’è di autobiografico in questa storia di rievocazione materna?

Sicuramente sono partita da un dato reale, come diceva Hemingway “scrivi la frase più vera che conosci e parti da lì”, io ho fatto quello stesso passo narrativo: ho realmente trovato il diario di mia madre quando mi sono occupata di liberare e ordinare la villa di famiglia dagli oggetti e dai ricordi. In quelle pagine lei raccontava di mio padre, però mi sono chiesta qualora avessi scoperto qualcosa di diverso, come un segreto, un mistero tenuto nascosto cosa sarebbe successo, che tipo di domande e di scenari avrebbe aperto in me quella rivelazione. Anche in altri personaggi esiste qualcosa di personale, in fondo i personaggi letterari sono dei Frankstein, si compongono quindi di pezzi che esistono nelle persone che mi riguardano e altri che sono inventati.

Che ruolo ha la poesia in questo romanzo? Colpisce molto la presenza di Anna Achmatova come anello di congiunzione.

Mi affascinava renderla presente nella narrazione in quanto una delle mie poetesse preferite che ha scelto sempre di inseguire i suoi sogni e ha cambiato anche il suo nome che è poi esattamente quello che noi facciamo quando viviamo un evento traumatico, cerchiamo di riscriverci, codificare quell’esperienza a trasformarla in qualcosa di terapeutico. Mi piaceva il suo “ribattezzarsi” per inseguire il suo sogno di scrittura, nonostante la sua vita inquieta e difficile ed era perfetta come connessione con altre tematiche della narrazione.

L’amicizia è un’altra connessione potente nel romanzo: il personaggio di Valentina è in contrapposizione con quello di Eva: la prima è sfavillante, allegra la prima tende a controllare tutto ed è votata al sacrificio. 

La razionalità di Eva si contrappone alla passionalità di Valentina ed è nel contrasto tra queste due donne – che hanno dolori differenti – che si sviluppa un legame molto molto profondo, alimentato dalla condizione di aver vissuto qualcosa di forte. Qualcosa che fa decadere ogni timore di giudizio e permette il fiorire di un rapporto autentico, dove l’una completa l’altra. L’amore ha diverse sfumature e non è solo Eros ma contempla forme diverse che ho voluto far entrare tra le mie pagine e certamente l’amicizia è una di queste.

Nel romanzo l’aspetto della crescita emotiva è fondamentale, poiché grazie a quello che Eva scopre su sua madre scatta una consapevolezza intensa ovvero che chi amiamo possa aver vissuto una vita segreta che noi non immaginiamo

Eva si chiede quanto possa aver idealizzato sua madre: succede spesso ai figli, ma anche in altre relazioni di costruire delle certezze attorno ai nostri punti di riferimento, scoprendo poi fragilità e altri aspetti. Eva stessa attraverso l’indagine che compie, ricostruendo la storia della madre, incontra nuove parti di sé stessa anche perché è nella contestazione delle figure genitoriali che si cresce realmente, quando si accetta che sono fallibili. Per la protagonista la sua vera adolescenza avviene in età adulta, con la scoperta del diario, la sua chiamata “all’avventura della vita.

La narrazione si sposta tra Bari e Roma, che rapporto hai con queste due città e cosa rappresentano nel libro?

Le due città sono due paesaggi interiori… fuga e ritorno, memoria e rimozione. Bari è la mia città, il luogo che amo e che ho cercato di descrivere lontana da ambientazioni da cartolina, ma anzi raccontandola per come io ho l’ho vissuta, ad esempio, parlando del Chiringuito al molo San Nicola, che è stato un raduno di sognatori e sognatrici. Anche il quartiere Libertà che è uno dei rioni più autentici della storia. Roma è una città che ho amato sin dall’infanzia e che ho utilizzato nel mio romanzo anche perché, a livello narrativo, mi serviva un ambiente tra il luogo del dolore e una potenziale rinascita.

Quali sono stati gli spiriti guida nella stesura di questo romanzo?

Parto da un rituale che ho da tanto: ogni volta che devo iniziare a scrivere qualcosa di importante rileggo qualcosa di Simone de Beauvoir, per me un modello letterario immenso, come anche Marguerite Duras, con il suo capolavoro L’amante. Certamente di grande ispirazione per me è Elena Ferrante con La figlia oscura poi L’amore molesto, scritture in cui si condensa la rabbia e la redenzione”.

Intervista a cura di Antonella De Biasi

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