Quando Stagno uscì in Irlanda nel 2015 (in Italia arrivò nel 2019), Claire-Louise Bennett fu salutata come una delle voci più sorprendenti della narrativa contemporanea. Dieci anni dopo, con un nuovo libro appena pubblicato, vale la pena tornare a quell’esordio che ancora oggi conserva una forza singolare: un libro che non racconta una storia, ma un modo di abitare il mondo.
La raccolta è composta da venti brevi testi, frammenti o monologhi che sembrano provenire da un’unica voce femminile, senza nome, ritirata in una casa di campagna ai margini dell’Atlantico. È lì che la protagonista osserva, pensa, divaga. A volte scrive, altre volte tace. Vive immersa in un paesaggio che non è tanto l’Irlanda geografica, quanto un luogo mentale: la soglia tra la mente e la materia.
Bennett costruisce un linguaggio ipnotico, pieno di ironia e precisione, dove ogni oggetto – un bicchiere, una tazza sbeccata, una ciotola – diventa rivelazione. La scrittura non descrive, ma ascolta. È la lingua stessa a farsi corpo, a vibrare come la natura che circonda la narratrice. C’è una nostalgia primitiva che attraversa tutto il libro, una nostalgie de la boue che riporta la protagonista al fango, alla terra, alla densità del reale.
L’esperienza della solitudine è al centro di Stagno: non come fuga, ma come possibilità di percezione. “In solitudine non serve lasciare un segno sul mondo”, dice Bennett in un’intervista, “così il mondo ha finalmente l’occasione di lasciare un segno su di te.” È in questa reciprocità che il libro trova la sua forma più profonda: non un diario, ma un ascolto.
Riletto oggi, Stagno appare come un testo di soglia, un laboratorio di linguaggio che anticipa molte delle domande della narrativa contemporanea – sul sé, sull’ambiente, sulla scrittura come forma di conoscenza. Bennett non vuole “trasformare le cose in altre cose”, dice la sua protagonista, “perché così si finisce solo per rimpicciolire il mondo”.
Dieci anni dopo, la voce di Bennett torna con Big Kiss, Bye-Bye: una scrittura più aspra, in cui l’introspezione si fa resa dei conti. È ancora una volta una donna a parlare, ma questa volta la solitudine non è una condizione scelta – è una conseguenza. Se Stagno cercava il linguaggio originario delle cose, Big Kiss, Bye-Bye cerca quello delle ferite: le relazioni finite, i maestri ambigui, i desideri disillusi. Lo stesso impulso resta – rendere visibile ciò che scorre dentro – ma ora la superficie dello stagno è increspata, e ciò che emerge non è più la calma, bensì il riflesso tremante di chi guarda.
Big Kiss, Bye-Bye non è ancora tradotto in italiano. Ho avuto la fortuna di leggerlo in lingua originale e non vedo l’ora di rileggerlo nella sua traduzione italiana, quando arriverà: per scoprire come la voce di Bennett – così riconoscibile eppure sempre diversa – continuerà a risuonare nella nostra lingua.
Maria Luini
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