“Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà”
Non so bene perché o per come, giunta alla fine di questo affascinate e denso volume, nella mia testa risuonavano le celebri parole del 5 maggio manzoniano sopra riportate: come Manzoni anche Giulio Milani ripercorre, in una narrazione ricca e fitta di particolari, le vicende umane e professionali di Massimo Canalini, da più parti definito uno dei più importanti editori e intellettuali degli anni ‘90 e 2000.
Le quasi trecento pagine, minuziosamente curate, sono state una scoperta illuminante per chi, come me, non conosceva nulla delle vicende di questo personaggio, difficile da catalogare, che ha animato la vita culturale a partire dalla fine degli anni 70 fino alla sua morte avvenuta nel settembre dello scorso.
Come le righe multicolori, che sulla copertina del volume, fanno da sfondo a in bianco e nero di un giovane Canalini, così nelle pagine scorrono veloci nomi, luoghi episodi legati alla storia dell’editoria italiana degli ultimi 50 anni.
Canalini rispecchia l’ideale dell’intellettuale eclettico, sognatore, ricercatore, profondamente innamorato dei libri e del valore della cultura, che a fatica si rassegna ai cambiamenti del mondo dell’editoria sempre più attento alla quantità, al profitto che alla qualità del prodotto.
Dalle parole dell’autore traspare la grande ammirazione per quello che definisce un maestro, ma anche un dittatore, una persona non disposta a scendere a compromessi, un vulcano sempre alla ricerca di nuove idee, nuovi spazio, nuovi progetti; un uomo che nelle prime pagine del volume viene paragonato a “una cipolla che ha molti strati e sotto ognuno si nasconde un passaggio verso l’illuminazione”.
La figura di Massimo Canalini è legata a doppio filo alla figura di un altro uomo che ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura del nostro tempo: Pier Vittorio Tondelli; lo scrittore bolognese è per il protagonista del volume un maestro, una sorta di feticcio dopo la sua morte, un fantasma con il quale chiunque si rapporti con l’editore marchigiano deve fare i conti.
Le vicende dell’esistenza di Massimo Canalini sono anche l’occasione per far conoscere tante piccole e grandi storie della cultura italiana e non solo, delle piccole e grandi case editrici, e di una grandissima quantità di scrittori e personaggi più o meno famosi (non mi vergogno a dire più di una volta ho dovuto fare ricorso al web per cercare informazioni): da Joyce Lussu a Enrico Brizzi, da Silvia Ballestra a Andrea Canobbio.
Il ritratto di una generazione, la generazione X, e di un uomo inquieto che inizia la facoltà di giurisprudenza, ma la abbandona dopo poco per dedicarsi allo studio della filosofia senza mai giungere alla laurea; un uomo attento ai minimi particolari dei libri che pubblicava dalle copertine, alcune delle quali sono dei pezzi unici, all’editing dei testi, definito dai più come troppo invasivo, dai caratteri di stampa (non a caso la sua prima avventura editoriale inizia proprio dall’incontro con l’anziano tipografo Mentrasti), ai titoli dei volumi editi nel corso delle sue molteplici esperienze editoriali.
Come scrive Milani “chi lavorava con Canalini non erano solo suoi clienti, erano suoi figli spirituali. Appartenevano a un clan, a una bottega, a un’arte”.
Una precisione a cui fa da contraltare il suo stile di vita non sempre “ortodosso” dalla passione per il cibo, all’Hotel, dove faceva soggiornare le persone che si recavano ad Ancona per collaborare con lui, soprannominato Hotel Viados, alla Matiz sgangherata con la quale percorreva l’Italia centrale, solo per citare alcuni esempi.
“I più giovani non interessano, e gli editori tendono a farti capire che dovresti trovarti un ombrello[…] qualcuno autorevole che protegga il tuo lavoro e proteggendolo gli consenta di crescere” questa la missione che Canalini vuole portare avanti con mille progetti diversi dall’antologia Under 25, nata in collaborazione con il maestro a amico Tondelli , a Norvegia di Ferracuti, passando per Papergang.
In una lotta tra Davide e Golia, Canalini con le diverse case editrici fondate una dopo l’altra senza soluzione di continuità (da Il Lavoro Editoriale a Transeuropa e a Cattedrale Libri ), si contrappone alle grandi case editrici quali Mondadori e Einaudi, ma sempre con un atteggiamento ambivalente di amore e odio in virtù del quale aiuta alcuni scrittori del suo “clan” ad “accasarsi” presso una di loro.
Come filigrana alla narrazione vi è il rapporto tra l’autore e il soggetto del libro: un rapporto ambivalente di ammirazione, di soggezione, un rapporto che si è gradualmente, per diversi motivi, allentato; verso la fine del volume Milani afferma riconosce che per molto tempo la sua è stata “una folle corsa nel tentativo” di raggiungere, eguagliare e superare Canalini, dimostrando al mondo che non era solo “il fortunato erede di un marchio, ma un fondatore di regni” a sua volta.
Giulio Milani in una delle ultime pagine del libro scrive: “Eppure c’è ancora speranza. Oh, sì c’è. Una nuova generazione di lettori esiste”, da lettrice e appassionata del mondo della parola mi piace concludere queste poche righe su questo testo, che merita di essere letto e conosciuto, sul quale si potrebbe ancora scrivere molto, proprio perché è questo che ha mosso l’esistenza di Massimo Canalini e muove quella dell’autore di questo volume: la passione per la Cultura, per la lettura.
Maria Crevaroli
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