Occhialoni neri, tubino di Givenchy, una chilometrica collana di perle, una ragazza graziosa e sottile con croissant e caffè sulla deserta Fifth Avenue. L’avete riconosciuta? È Audrey Hepburn nei panni di Holly Golightly, protagonista del celebre romanzo Colazione da Tiffany scritto da Truman Capote.
Esiste l’immaginario collettivo, di certo.
E di certo non possiamo da quello divincolarci.
Non del tutto almeno.
Però esiste la verità che quella immagine la precede e, talvolta, la cambia.
La verità dello scrittore.
Truman Streckfus Persons nasce a New Orleans nel settembre 1924. La sua fu un’infanzia difficile: i genitori divorziarono e lui venne affidato ad alcuni parenti in Alabama. Anche durante l’adolescenza le cose non andarono meglio; a scuola veniva infatti schernito per i suoi atteggiamenti effeminati e la sua fantasia non era granché apprezzata. Trasferitosi a New York cominciò a bazzicare nell’ambiente giornalistico, ottenendo però successo con la pubblicazione di alcuni racconti e intraprendendo così la carriera di scrittore. Da intellettuale colto e profondo, iniziò a figurare, accompagnato dal suo caratteristico tono irriverente, nei salotti mondani della Grande Mela e si affermò ben presto come una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. Ci sono personaggi letterari che sembrano nascere già circondati da un’aura di leggenda. Holly Golightly è uno di questi. Quando Truman Capote la introduce nelle pagine di Colazione da Tiffany, non crea soltanto una protagonista: inventa una figura che appartiene allo stesso tempo alla letteratura e al mito moderno, fragile e scintillante come la città che attraversa. In lei convivono l’innocenza e l’artificio, la libertà e la fuga, come se tutta la sua esistenza fosse una danza leggera sopra un abisso che nessuno nomina apertamente.
Paolo Cognetti, tra i più attenti lettori italiani della narrativa americana, ha scritto che Capote possedeva uno sguardo singolare: capace di osservare i suoi personaggi con una delicatezza quasi affettuosa, ma senza mai smettere di coglierne la malinconia segreta. È uno sguardo che non giudica, ma illumina. Ed è proprio questa luce discreta che rende Colazione da Tiffany un testo così ambiguo e affascinante: dietro l’eleganza mondana, dietro i cocktail, gli abiti e le feste della New York degli anni Quaranta, si avverte continuamente la presenza di qualcosa di più inquieto e irrisolto. Leggere oggi il breve romanzo di Capote significa allora interrogarsi non soltanto su Holly Golightly, ma sull’idea stessa di libertà che lei incarna. Holly sembra vivere come se il mondo fosse una serie di stanze da attraversare senza mai fermarsi davvero; eppure proprio questa sua leggerezza — questa ostinata volontà di non appartenere a nulla — tradisce una nostalgia profonda, quasi infantile. È forse qui che Capote raggiunge la sua verità più sottile: nel suggerire che dietro il desiderio di essere liberi si nasconde spesso il timore di restare.
“Perché in transito?”
“Sul mio biglietto da visita?” domandò, sconcertata. “Vi pare buffo?”
“Non buffo. Provocante.”
Si strinse nelle spalle. “Dopo tutto, come faccio a sapere dove sarò domani? Così, ho detto che scrivessero in transito. In ogni modo, ho buttato via i soldi quando ho ordinato quei biglietti da visita. Ma sentivo che, come minimo, dovevo comperare una cosa, anche piccola. Sono di Tiffany.”
Siamo nella scintillante New York dei primi anni ’40, dove il Martini scorre a fiumi dalle sette di sera fino alle cinque del mattino, e potete godere della vivace compagnia della signorina Holiday “Holly” Golightly, attrice mancata, regina dei locali alla moda ed eterna bambina. Leggera ed elegante, quel naso all’insù e l’aria un po’ imbronciata, Holly balla per strada a qualsiasi ora, riceve sacchi di lettere dai militari, consola i carcerati per mafia a Sing Sing e spezza i cuori di vecchi playboy miliardari. La sua vita è un susseguirsi incalzante di feste, equivoci, malinconie e fughe precipitose nel mondo perfetto e confortante di Tiffany, il lussuoso negozio di gioielli, alle cui vetrine ancora chiuse le piace fare colazione. Il suo sogno è trovare un luogo, da qualche parte, dove sentirsi in pace con se stessa e con le sue poche cose, ricongiungersi col fratello Fred partito per la guerra, non essere più “in transito”, quasi in fuga da un’esistenza ad un’altra.
Che tipo sia questa signorina Golightly, ce lo racconta il nostro narratore, lo scrittore Paul Varjak, suo nuovo vicino di casa nell’edificio di pietra grigia nella Settantesima Est di New York. Incuriosito da questa affascinante e bizzarra ragazza, finisce per seguirne i movimenti.
Non ci eravamo mai presentati, naturalmente. Spesso, sulle scale o in strada, ci trovavamo a faccia a faccia, ma sembrava che lei non mi vedesse. Portava sempre gli occhiali neri, era sempre in perfetto ordine, c’era un innato buon gusto nella semplicità dei suoi abiti, nei grigi, negli azzurri, nell’opacità dei tessuti che la faceva brillare di luce propria. La si sarebbe potuta scambiare per una modella fotografica, magari per una giovane attrice, solo che, a giudicare dagli orari, era evidente che non aveva tempo di essere né l’una né l’altra cosa.
Osservando il cestino dei rifiuti davanti alla sua porta, scoprii che le sue normali letture consistevano in giornali scandalistici, volantini di viaggio e oroscopi, che fumava strane sigaretta di nome Picayune, che si nutriva a base di ricotta e melba toast; che i suoi capelli multicolori avevano, in un certo senso, un’origine volontaria. La stessa fonte mi rivelò che la signorina riceveva lettere di militari a sacchi. Erano sempre strappate a strisce, come segnalibri. Qualche volta, mentre passavo, prelevavo un segnalibro. “Ricordo, la tua mancanza, pioggia, ti prego di scrivere, accidenti” e “maledizione” erano le parole che ricorrevano più di frequente, insieme a “solitario” e “amore”. Inoltre la signorina aveva un gatto, e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente.
Holly Golightly e il giovane Paul, che per buona parte della storia lei chiamerà Fred, come il fratello in guerra, diventeranno amici, forse anche qualcosa di più, almeno nei sentimenti di lui. Intorno alla ragazza ruotano personaggi bizzarri, quasi la rendono “normale” per contrapposizione: Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing che la riceve ogni giovedì solo per darle delle curiose previsioni del tempo; O.J. Berman, potente agente dei produttori di Hollywood che si è visto fuggire questa pupilla proprio prima del provino, svolta della sua carriera nel cinema; il “vecchio ragazzo” Rusty Trawler, erede impacciato ma miliardario di una ricchezza sconfinata, un futuro su cui investire; Joe Bell, proprietario del bar dove Holly usava il telefono, bravissimo a trasmettere messaggi e suo timido innamorato.
Ma per tutto il romanzo viene un po’ da chiedersi con quale lavoro si mantenga questa signorina Holiday Golightly. Quando dichiara candidamente al nuovo vicino di casa Paul di guadagnare bene “andando alla toletta”, dato che “qualsiasi gentiluomo con un minimo di chic vi darà un cinquanta per la custode del gabinetto, e io chiedo sempre anche i soldi per il taxi, che fa un altro cinquanta”. Anche più avanti, quando regalerà all’amico Paul una meravigliosa uccelliera da trecentocinquanta dollari, di fronte allo stupore di lui per il prezzo, Holly risponderà solo con “qualche passeggiatina extra alla toletta”. Un sospetto sulla sua attività viene anche dalle parole che le rivolge Madame Spanella, altra vicina di casa, giudicandola prima “moralmente riprovevole” e poi alla fine dandole apertamente della prostituta.
Confrontandoci ai nostri tempi moderni, possiamo dire che la signorina Holiday Golightly era una escort di lusso, non una prostituta, così come dichiarato anche dallo stesso Truman Capote: “Holly Golightly non era esattamente una squillo. Non aveva un lavoro, ma accompagnava gli uomini ricchi nei migliori ristoranti e night club, con l’intesa che il suo accompagnatore era obbligato a farle un qualche tipo di regalo, forse gioielli.
Per altro nel romanzo, a differenza del film, a un certo punto Holly decide di condividere le spese del proprio appartamento con l’attrice Mag Wildword, subito dopo aver chiesto a Paul se per caso non conoscesse qualche simpatica lesbica. La signorina Holiday Golightly se ne frega apertamente della morale puritana, e un po’ ci gioca per interesse, tra le pagine non è del tutto escluso un rapporto con la compagna di stanza. Ma quello che cerca davvero Holly è la libertà, la libertà totale, la libertà di essere se stessa, la libertà di amare, la libertà di scappare se necessario, e la libertà di tornare.
Stava ancora coccolando il gatto. “Povero impiastro,” disse, grattandogli la testa, “povero impiastro senza nome. È una piccola seccatura, il fatto che non abbia un nome. Ma io non ho il diritto di darglielo, dovrà aspettare fino a quando non apparterrà a qualcuno. Ci siamo incontrati un giorno per caso vicino al fiume, non apparteniamo l’uno all’altra; e lui è indipendente, come me. Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.”
“Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,” lo ammonì Holly. “È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.”
Solo a metà del romanzo, quando Paul Varjak sarà fermato da un uomo misterioso, sulla cinquantina, viso duro e segnato dalle intemperie del Sud, piantonato dal pomeriggio fuori dall’edificio in pietra grigia, si scopriranno le origini della signorina Holiday Golightly, la piccola Lulamae Barnes. Non voglio rovinarvi la lettura o la visione del film, che in questo punto è fedele, ma è proprio lì che si afferra l’essenza della nostra protagonista.
“Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?”
“Cioè, la melanconia?”
“No,” disse, lentamente. “La melanconia viene perché si diventa grassi, o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. […]
Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo.”
Nel 1961 uscì al cinema Colazione da Tiffany per la regia di Blake Edwards, con Audrey Hepburn nei panni della signorina Holiday Golightly e George Peppard in quelli di Paul Varjak. La produzione cinematografica non segue strettamente la trama del romanzo: la sceneggiatura fu curata da George Axelrod, che modificò ampiamente la storia originale per adattarla ai canoni della commedia e soprattutto alle convenzioni morali del tempo. Truman Capote non fu per nulla soddisfatto del rimaneggiamento, accusando la Paramount di non essere stata trasparente in questo durante la cessione dei diritti, e nemmeno della scelta della Hepburn come protagonista, dato che lo scrittore aveva creato il suo personaggio sulla figura di Marilyn Monroe.
Mentre nel romanzo Paul Varjak è il narratore in prima persona della storia, ma rimane sempre in secondo piano mentre segue le vicende della signorina Golightly, nel film diventa coprotagonista a tutti gli effetti. Lo troviamo che ha appena traslocato nel suo nuovo appartamento nell’Upper East Side, mantenuto dalla sua facoltosa amante, la signora Failenson, che lui presenta come la sua “arredatrice”. Questa relazione clandestina è completamente assente nel libro, il personaggio è stato inventato per il cinema, sembra quasi per equilibrare le vite dei due protagonisti.
Dall’altra parte il ruolo della modella Mag Wildwood è stato ridimensionato: nel film compare solo durante l’affollato party all’interno del minuscolo appartamento di Holly, dove finisce a terra stesa dall’eccesso di alcool. Del tutto cancellata la sua convivenza con la stessa Holly, presente per un terzo del romanzo, dove Truman Capote lascia quasi intendere una relazione tra le due ragazze e allude alla bisessualità della signorina Golightly. Anche le frequentazioni maschili di Holly nella pellicola vengono smorzate nei toni, come se fosse più intenta a organizzare eventi mondani che occuparsi di “passeggiatine alla toletta”.
Cancellato dalla sceneggiatura il personaggio del barista Joe Bell, da sempre innamorato della ragazza, proprietario del locale all’angolo della Lexington Avenue, dove si svolgono alcune scene importanti della trama del romanzo: è proprio Joe Bell nelle prime pagine del libro a rintracciare Paul Varjak per informarlo di alcune notizie sulla loro amica comune, così come è da quel bar che la signorina Holiday Golightly raccoglie le sue poche cose, in partenza per un futuro incerto in Brasile.
Ma la differenza sostanziale è proprio il finale. Romanzo e film vanno infatti in direzioni contrapposte.
Mentre le pagine del libro sono intrise di malinconia, pur lasciando spazio alla speranza e all’immaginazione, la pellicola ha riscritto la storia con un favoloso happy end, quando la signorina Holiday Golightly capisce che l’unica gabbia è quella che ha costruita lei stessa intorno a sè.
Direzioni opposte. Come spesso la vita sa darci. In un personalissimo sliding door che a volte salva, a volte no.
«Sai quando ti prende quella tristezza improvvisa? Non è come la paura. La paura è quando hai paura di qualcosa. L’unica cosa che aiuta è prendere un taxi e andare da Tiffany. Lì tutto è così tranquillo e così elegante. Niente di brutto potrebbe accadere in un posto come quello.»
Natalia Ceravolo
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