Può il corpo essere considerato un oggetto di design, il prodotto cioè di una pianificazione strategica mirante ad una determinata forma?
A quanto pare sì, a leggere le pagine di Prepararsi, libro di Sara Marzullo edito da 66thand2nd. Ovviamente non si tratta di un libro di design. Anzi la parola design non è mai presente nelle quasi duecento pagine, ciò però non ci impedisce di leggerlo come tale.
La famosissima massima dell’architetto americano Louis Sullivan “la forma segue la funzione” è un celebre aforisma, coniato nel 1896 che in qualche modo sintetizza il senso di un certo tipo di design. Significa cioè che la forma di un oggetto o di un edificio deve derivare direttamente dal suo scopo o dalla sua utilità. L’ambiguità del design sta proprio nel fatto che negli oggetti contemporanei la relazione tra la loro funzione e la loro forma non è poi così neutra. Nell’elaborazione di un oggetto, funzionale al mercato, convergono variabili diverse: creatività, arte, valori, pratiche culturali, ma anche logiche di brand e di marketing.
Bene, è come se Sara Marzullo, ci raccontasse di questo stesso processo, parlando però non di cose, ma di corpi.
“Se non lo chiami «tempo per te», perché non sopporti l’ipocrisia, probabilmente dici che «ti stai preparando». Usi lo stesso verbo per dire che stai preparando un esame, un pasto: ti stai preparando per una prova, per uscire, per essere vista e per presentarti «così come sei». Un verbo che pare implicare la capacità di produrre qualcosa partendo da elementi essenziali, un’azione combinatoria per cui quello che era separato, invisibile o solo immaginato diventa coeso, visibile, materiale. È questo che stai facendo, mettere insieme il tuo aspetto, renderlo osservabile dagli altri, farlo comparire dal nulla?”.
Il libro sostanzialmente è un saggio che indaga il significato profondo del gesto quotidiano del “prepararsi” prima di uscire di casa, di azioni come vestirsi, truccarsi, guardarsi allo specchio, scegliere come presentarsi al mondo, nell’intento di mostrare come queste pratiche, spesso considerate superficiali, siano in realtà spazi cruciali di costruzione dell’identità personale, sociale e di genere.
“In questo libro, non voglio interessarmi dell’ossessione per l’aspetto esteriore che intrappola gran parte degli individui di sesso femminile e in modo progressivo anche maschile […]. Mi interessa indagare invece qual è il nostro rapporto con le apparenze, se sono espressione di chi siamo o se siano unicamente una maschera, un dazio da pagare; se possiamo pensarle come entrambe le cose senza cadere in contraddizione”.
Attraverso riferimenti alla storia del costume, alla cultura pop, alla moda contemporanea e ai social media, l’autrice indaga perciò la relazione complessa tra autenticità e conformismo, tra espressione di sé e pressione sociale che si realizza nel momento in cui facciamo del nostro corpo un progetto/oggetto di design.
Ed ecco allora che il modo in cui ci vestiamo e ci mostriamo diventa così un terreno di conflitto tra il desiderio di essere fedeli a sé stessi e la necessità di rispondere a modelli estetici, norme di genere e aspettative culturali. Ciò in particolare per le donne il cui aspetto ha un valore fortemente “politico” e su cui si esercitano forze sociali diverse, idee di libertà e contemporaneamente di controllo, giudizio e autodeterminazione. Rientrano perciò nel discorso temi come l’ossessione per la cura del corpo, il ruolo delle celebrità, l’estetica pop e la visibilità estrema imposta dai social.
È chiaro che l’intento teorico di Sara Marzullo è molto più quello di intervenire su questioni legate al femminismo neocapitalista, alle problematiche mediali del nostro tempo, che non quello di riflettere direttamente sulle forme che diamo al nostro corpo.
Tuttavia, dal punto di vista del design è di certo molto interessante l’importanza attribuita all’idea di “apparenza” intesa non come una dimensione superficiale o banale, ma come il reale punto d’incontro tra l’essere e il mostrare, tra l’individuale e il sociale.
Guardare questa apparenza attraverso il filtro del design, vuol dire riconoscergli a monte una volontà progettuale, personale e culturale e allo stesso tempo vuol dire rimarcare in essa le reazioni tra uomo e modo, le reciproche influenze, gli atti di appropriazione, il comune modificarsi e crescere nella storia.
Secondo Gilles Lipovetsky c’è una felicità paradossale nell’atto dell’acquisto, una forma di gratificazione, una promessa di felicità e un senso di potere. E questo accade soprattutto se il bene in questione ha a che fare con la bellezza, l’apparenza. La prova è il lipstick index, indice economico definito da Leonard Alan Lauder, miliardario, collezionista d’arte americano ed erede della Estée Lauder Companies, per descrivere uno strano fenomeno per cui, quando arriva una crisi economica e si contrae il potere di spesa, mentre generalmente i consumi diminuiscono, paradossalmente quelli legati ai prodotti cosmetici aumentano. E ciò accade perché il lusso in questo caso è accessibile, ma ha ugualmente il potere di gratificare l’acquirente. Lo sapeva perfettamente Winston Churchill quando, dovendo razionare tanti prodotti mentre l’Inghilterra era sotto le bombe dei nazisti, escluse categoricamente dalla lista i cosmetici e in particolare il rossetto.
Il rossetto rosso è forse la prova più evidente che la bellezza e l’apparire hanno molto più a che fare con la storia e con la cultura più di quanto si possa immaginare. E che la “forma” ha segue la sostanza più di quanto si creda.
Loredana La Fortuna
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