L’Elettra, Walter, Ester, Don Brusa, Flavio, Giorsin e Agatina.
Ǫueste sono solo alcune delle persone che il protagonista, Daniele, non avrebbe mai incontrato se non fosse stato vittima di un imprevisto.
Un imprevisto che, però, si sarebbe rivelato essere un’occasione per conoscere un universo completamente sconosciuto, costituito da persone, sapori, odori e storie che, se tutto fosse andato come previsto, lui non avrebbe mai scoperto e vissuto.
Gennaio 1991, Castino. Dalla corriera proveniente da Alba, scende un obiettore di coscienza, il torinese Daniele, che, nauseato dai tornanti e dall’odore di nafta, si guarda attorno con aria sconsolata. Dopo aver chiesto indicazioni in un bar, riesce finalmente a raggiungere il municipio.
Pensava di svolgere il servizio civile a Torino o, comunque, nelle sue vicinanze: nel momento in cui scopre, al contrario, di essere stato mandato in un paesino come Castino, sul dorso della collina che divide le due valli di Belbo e Bormida, la prima sensazione di Daniele è quella del rifiuto.
Da quell’imprevisto, però, comincia un’odissea che porterà il ragazzo torinese a vivere esperienze umane autentiche, che gli permetteranno di interfacciarsi molto concretamente con tematiche scottanti in un paese come quello di Castino di inizio anni Novanta: dalle eredità partigiane e dal tema dell’inquinamento prodotto dall’ACNA, al disinteresse politico di un sindaco che, in paese, si reca solo ogni tanto e ad un prete che è ancora considerato un punto di riferimento per la comunità.
Scritto da Corrado Bertinotti e edito da Araba Fenice, Agli spiriti delle colline è un romanzo che proietta i lettori in un universo, quello dell’Alta Langa, ben diverso dalle stesse colline raccontate da altri, più noti, autori. Infatti, la Resistenza raccontata da Beppe Fenoglio e da Cesare Pavese è ormai solo un ricordo, con le contraddizioni che ogni guerra civile non cessa mai di suscitare, nonostante i decenni di distanza. Tuttavia, le Langhe de’ Agli Spiriti delle Colline non sono neanche quelle raccontate da un’altra autrice, Maria Tarditi, edita da Araba Fenice, in cui è il valore della scuola, la Resistenza e la prima metà del Novecento a farla da padroni.
Nel romanzo la Resistenza è ormai, infatti, un lontano ricordo che sopravvive nei cuori degli anziani del paese e in alcuni oggetti, anche armi, spesso non conservati alla luce del sole. Il faro della scuola, con la sua funzione emancipatrice in cui tanto credeva un’altra figlia dell’Alta Langa, Maria Tarditi, non è praticamente presente nel romanzo, sebbene la cultura, rappresentata dalla biblioteca del paese, non cessi di essere un piacevole stimolo per Daniele. Tuttavia, le colline del romanzo non sono neanche quelle di Barolo o di La Morra, il cui aspetto ingentilito dalla cura e dal lavoro dell’Uomo ne ha consentito l’ingresso, nel 2014, nella Lista del Patrimonio Unesco.
Al contrario, la storia si dipana in tutta la sua cruda attualità attraverso le acque del fiume Bormida, irrimediabilmente inquinate dalle scorie dell’ACNA. L’azienda di Cengio fu un polo chimico fondato nel 1882 che, in tempo di pace, produsse coloranti e, durante le guerre, esplosivi. Tristemente nota come la “Fabbrica dei Veleni”, ha scaricato per un secolo i suoi residui chimici, spesso altamente tossici, direttamente nel fiume Bormida, inquinando l’aria e avvelenando la terra. Le conseguenze, ovviamente, non poterono che essere drammatiche, per la salute degli abitanti e per quella della loro terra.
Tuttavia, nel romanzo trovano spazio anche tematiche legate al folklore. Daniele, infatti, si ritrova a parlare con una signora che, in quel coro di voci rappresentato dalla comunità di Castino, è ritenuta essere una masca. Nella tradizione, le masche erano descritte come delle donne in genere brutte e anziane, in grado di compiere delle stregonerie e di lanciare delle maledizioni. Anche se talvolta potevano essere benefiche, erano spesso associate alle streghe e una delle loro caratteristiche era l’immortalità: in una delle testimonianze riportate da Nuto Revelli, l’intervistato Giuseppe Bruno, il 3 aprile del 1974, riporta una storia di una donna che si sarebbe trovata sul letto di morte, senza però riuscire a morire, con la sola speranza di poter dare la mano ad una donna vivente, che avrebbe così ereditato il potere di masca.
Non trovano spazio, invece, né, da una parte, sensazioni bucoliche, in cui la campagna diventa luogo di un buen retiro o di un saccente otium, ma neanche un registro linguistico sofisticato e troppo ricercato. Le scelte stilistiche dell’autore, infatti, attraverso l’adozione di descrizioni brevi, ma incisive, e di dialoghi realistici consentono ai lettori di inserirsi a pieno nella storia raccontata e nella sua ambientazione.
Concludendo, sebbene la funzione di un romanzo contemporaneo non sia quella di trasmettere un insegnamento, men che meno moralistico, la storia che si dipana tra queste pagine ci spinge ad andare ben oltre la superficie delle cose.
In un mondo come il nostro, in cui, come si suol dire, è tutto a portata di click e facilmente accessibile mediante uno smartphone, tale romanzo ci dimostra come dietro elementi apparentemente semplici e, a volte, ostili – un paesino, coi suoi vecchietti sospettosi nei confronti dell’uomo di città – si nascondano galassie di ricordi, di emozioni e di sensazioni in grado di far assaporare al lettore storie sorprendenti.
Gianmarco Gastone

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