Georgi Gospodinov ci regala un libro di grande successo, vincitore del Premio Strega Europeo nel 2021, Cronorifugio, meglio conosciuto nella sua versione inglese, Time Shelter, che racchiude nel titolo gran parte del significato che aleggia in tutto il romanzo. Attraverso diversi messaggi politici e morali, l’autore sottolinea l’importanza della memoria, dei ricordi vissuti in maniera sinestetica, ma soprattutto esprime, in modo molto dissimulato, concetti riconducibili a utopia e ucronia.

Tanto per menzionare brevemente la trama, i medici di un centro per le malattie mentali, messi di fronte alla sfida della perdita della memoria dei propri pazienti, decidono di creare una clinica in Svizzera in cui ogni piano rappresenta un decennio del secolo passato. Ovviamente la memoria storica non è solo un fatto temporale ma coinvolge anche la sfera culturale, legata al paese di origine del malato; dunque, in ogni paese andrebbe riproposta una specifica clinica del passato in quanto gli anni ’70 in Francia furono sicuramente diversi dagli anni ’70 in Bulgaria.

Durante tutto l’arco del romanzo emergono delle frasi che sembrerebbero quasi casuali mentre poi si rivelano topiche in quanto chiave di lettura della storia. Fra i diversi messaggi emerge quello dove l’accostamento fra passato, tempo e memoria, sembra interconnesso ad una vera e propria necessità di recuperare la propria identità per compiere un’evoluzione, come se la memoria fosse il fondamento solido per il futuro. Altro messaggio è quello in cui l’autore cita le madeleines come il ricordo più nitido della nostra giovinezza, l’esercizio retrospettivo che risveglia più di un senso e ci riporta indietro con la mente, una sorta di elemento al quale agganciarsi per riprodurre qualcosa di reale.

Altri enunciati si susseguono, uno fra tutti vede l’importanza di rievocare il passato per conoscere meglio il presente, per evitare che i sistemi contemporanei cancellino quella parte di memoria che ci arricchisce di esperienze dalle quali apprendere una lezione e che allo stesso tempo ci restituisce l’identità. Dunque, mantenere la memoria per evitare che qualcuno la riempia di dati falsati che possano poi distorcere l’idea del vissuto.

Molto interessante e ricca di significato è la frase che considera i fatti realmente accaduti come finzione e i fatti di finzione come realmente accaduti giungendo così al nocciolo della questione e alla ratio stessa del libro, ovvero l’importanza dell’utopia.

Fra le righe del romanzo, si mimetizza un’idea utopica del mondo, un tentativo volto ad interpretare le tradizioni platonica e alessandrina adattate in chiave contemporanea e originale. Il concetto di Utopia, nella sua valenza classica, è il Leitmotiv del romanzo. L’idea di perfezione, di un mondo ideale, di un sistema politico difficilmente realizzabile eppure presente, come una sfida, come un rovello, in tutte le società esistenti.

Quando si auspica la perfezione di un sistema politico e sociale, ci si imbatte in un’avventura della quale si conosce già il risultato. Impossibile attuare la perfezione all’interno di realtà frammentate e dinamiche eppure, come suggerisce Platone, non bisogna mai perdere la speranza, anzi l’umanità ha quasi una sorta di dovere morale di perseguire l’idea di assoluta perfezione, di aspirare a raggiungere l’isola che non c’è.

Se nella tradizione platonica, l’Utopia ha ancora dei connotati spaziali, di una terra ideale di cui non si conosce la rotta, con Alessandro Magno lo stesso concetto ha assunto per la prima volta nella storia, almeno in maniera significativa, un carattere completamente diverso, ovvero c’è stato lo spostamento dalla sfera spaziale a quella temporale. L’utopia si è trasformata in Ucronia, nel momento in cui è stata attuata senza compromessi ma per forza di cose ha avuto una vita breve.

Non è la semplice asserzione marxiana secondo la quale ogni sistema porterebbe in sé il seme della propria distruzione, è piuttosto un concetto che va oltre questo risultato quasi scontato. È la consapevolezza di vivere in un mondo ideale che per forza di cose un giorno crollerà su sé stesso perché ingannevole. Dunque, l’ucronia sarebbe possibile solo con il ritorno al passato. Quell’isola inesistente coinciderebbe con un periodo fittizio che viene considerato utopico alla stessa stregua del corrispettivo spaziale, in quanto si potrebbe riprodurre solo con il ritorno al passato.

Questa riflessione ci riporta alla dottrina di Marcuse, secondo la quale, il crollo del Socialismo coinciderebbe con la fine della Storia. Ebbene la Storia non è finita ma ci troviamo comunque in una fase post-ideologica di cui alcuni personaggi del Cronorifugio hanno nostalgia. A questo proposito vorrei fare un parallelismo fra due esempi di Zeitutopie, ovvero di ucronia, espressi nel romanzo: da una parte gli anni Sessanta in Italia e dall’altra il periodo socialista in Germania. In entrambi i casi, i fautori della politica hanno auspicato la perfezione, hanno cioè applicato quella sorta di principio morale che ci spinge a considerare perfetto un mondo che al contrario non lo è.

Fellini, con il suo cinema magico, irrompe con la Dolce Vita e dà il via, artisticamente parlando, ad un decennio fatto di sogni e speranze, di occultamento della realtà, dell’esaltazione del progresso, del miracolo economico che in realtà era solo un artefatto, un espediente per distrarre il Paese ma allo stesso tempo messo in scena per farci sognare e tentare di raggiungere l’idillio almeno nell’immaginario.

Allo stesso modo il Socialismo in Germania era la simulazione della perfezione all’interno di un microcosmo che poi crollò su sé stesso a causa di motivi prettamente economici. In entrambi i casi, l’esperimento non è riuscito ma ha prodotto un’illusione per un periodo di tempo sufficiente da essere ricordato con nostalgia. Inoltre, in entrambi i casi, i decenni scelti coincidono anche con il crollo dell’Ucronia stessa in quanto gli anni ’60 culminarono negli anni di Piombo e il Socialismo degli anni ’80 implose coincidendo con un evento figurato altamente simbolico.

Se da una parte ne La Repubblica di Platone, il sistema utopico teorizzato era così distante dalla realtà tanto da non poter essere implementato, e venne considerato vero e valido solo nella visione del suo ideatore, il quale si concentra sui principi che vorrebbe implementare per ottenere una società perfetta ma sacrifica troppi aspetti per il fine ultimo, culminando così nel fallimento più totale del tentativo utopico. Dall’altra, nel periodo alessandrino, la cultura ellenica raggiunge il culmine e trasforma la Penisola, l’idea di utopia ovvero ucronia viene realizzata ma non è sostenibile a lungo; dunque, si ricade in quella trappola temporale che non si può riprodurre perché mancano le condizioni, sarebbe anacronistico volerla rivivere, allora si cade nell’ucronia più pura, nella visione di un tempo che non c’è.

Tanti filosofi compreso Marcuse, e molti precursori del Comunismo, soprattutto in Francia, ci aiutano a fare questo passaggio fra Utopia e Ucronia nel momento in cui interpretano la ragion d’essere del Socialismo quando da teorico è diventato “reale”. Il fatto che nella Germania dell’Est i pazienti vadano al referendum per ripristinare il proprio decennio, cioè gli anni Ottanta, ci porta alla deriva del decennio stesso in quanto coincide con il crollo delle ideologie seppellite sotto le macerie di un Muro, allora questo spirito del tempo, Gaustin, nome che risuona come la parola tedesca Geist (spirito) sembra una metafora, ricorda in parte quello spettro che amava tanto aggirarsi per l’Europa ma che era pur sempre uno spettro, difficile stabilire se reale o immaginario.

Fra le altre cose, non si nota forse una contrapposizione sottile fra Capitalismo e Socialismo Reale! L’autore non dà mai una propria interpretazione né dell’uno né dell’altro sistema ma riesce a descrivere un sentimento di nostalgia che, in alcuni tratti, sembra non avere nulla di ideologico, è solo la nostalgia del proprio vissuto. Alcuni particolari del passato bulgaro non significano automaticamente desiderio di ripristinare un regime, sono un sentimento di Nostalgia della propria giovinezza.

Se è sempre stata considerata necessaria un’etica dell’utopia per simulare la vita in un sistema perfetto ma illusorio, l’etica è diventata reale proprio come il Socialismo che ha provato a diventare reale ma con scarsi risultati.

Questo è un libro che ci catapulta in un’atmosfera apparentemente asettica come quella di una clinica di un Paese neutrale, che in altre parole ci chiama a liberare la mente dai fardelli inutili e poi, con un vero escamotage ci riporta al passato, al momento di massimo splendore con un meccanismo che sovrappone tempo e memoria ma soprattutto ci fa riflettere sul concetto di utopia che sicuramente favorisce la difficoltà degli individui di uscire da uno schema imposto in maniera subdola e che nella realtà non può funzionare.

Senza menzionare esplicitamente gli esempi di utopia e di ucronia che ci riportano agli albori dell’umanità, questa storia ci esorta a diventare promotori di un realismo etico e a navigare fra i testi di una biblioteca alessandrina che esce dai confini del mondo Ellenico quasi pronta ad assurgere al rango di biblioteca universale, universale proprio come questo romanzo, che vuole condensare perfezione spaziale e avvenimenti temporali, e auspicare un mondo ideale, forse realmente esistito, ma allo stesso tempo ci costringe a guardare al futuro e a quella utopia della modernità.

Samantha D’Angelo