La copertina nera inaspettatamente si apre e una grafia elementare, di chi ha avuto poca frequentazione con penne e quaderni, annota: “Braccetto d’isolamento cella n° 9 del carcere di Spoleto 10 Febbraio 2014”. Il senso del titolo Cucinare in massima sicurezza (Meltemi, 2025) diventa allora improvvisamente chiaro. La sicurezza in questione non è quella necessaria ad evitare spiacevoli incidenti domestici. È quella del carcere e in particolare del contesto di reclusione più duro.
Questo libro si presenta sin da subito come un oggetto deviante dalla norma, unico nel suo genere. È l’esito, infatti, di un progetto portato avanti dall’artista e ricercatore Matteo Guidi, che da anni indaga i meccanismi di adattamento e sopravvivenza all’interno dei contesti di costrizione. Se perciò da un lato il libro raccoglie una serie di ricette proprie della vita in carcere, dall’altro ognuna di queste procedure alimentari diventa l’occasione per raccontare le strategie ideate dai detenuti per trasformare quello di cui dispongono in termini di strumenti e ingredienti in cibi dal significato speciale. Cibi che, per dirla come l’antropologo Levi Strauss sono più “buoni da pensare che da mangiare”.
Nelle carceri italiani, si legge nell’introduzione, queste originali pratiche culinarie sono rese possibili dal sistema ufficiale di ripartizione dei pasti. Qui, infatti, c’è un “vitto” che garantisce ad ogni detenuto una colazione, un pranzo e una cena e un “sopravvitto” che permette di comprare alimenti o di riceverli tramite pacchi postali o durante i colloqui familiari. Questi alimenti possono essere poi cucinati in cella con l’ausilio di pochi utensili consentiti come una piccola pentola, uno scolapasta, un fornellino da campeggio a gas e poco altro. Ovviamente a nessun detenuto è concesso di possedere un coltello.
Come scrivono i membri di MoCa Collective, il Collettivo composto da persone detenute nella sezione di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Spoleto, perciò: “Con questo ricettario non si vuole insegnare a cucinare […] Si vuole invece dare importanza ai vari strumenti ricavati dagli oggetti più banali, per noi molto utili nella preparazione dei cibi. Quando leggerete le varie ricette, noterete le cose più strane, dal televisore utilizzato per far lievitare il pane, alla grattugia ricavata dal fondo della bomboletta di gas del fornellino, fino al forno realizzato nello stipetto tappezzato di carta argentata recuperata dai pacchetti di sigarette […] Non finisce però qui, perché il mattarello lo ricaviamo da un manico di scopa, i pelati confezionati in bottiglia di plastica li raffreddiamo nel letto, la granita la produciamo attraverso la reazione del sale con il ghiaccio e il frigorifero lo costruiamo impilando e incollando tra loro pezzi di polistirolo […] Anche i pesi e le misure vengono ristabiliti in questi ambienti”.
Dunque, anche se all’apparenza il libro può sembrare una raccolta di ricette, basterà guardare i disegni fatti con la penna a sfera che le accompagnano, anche questi opera di un detenuto, per capire che l’attenzione è rivolta non al risultato della procedura descritta, ma agli strumenti con cui svolgerla. È quanto sottolinea Marco Tortoioli Ricci nella prefazione quando scrive: “L’importanza non è solo nell’istruzione al fare, ma nella possibilità di raccontare la realtà mutata della vita rinchiusa in 9 metri quadri”.
Il significato di questo libro, è ovvio, è molto al di là delle ricette in sé. È invece nella riflessione acuta e a tratti spiazzante sul potere che la creatività umana ha anche nelle condizioni di vita più limitanti. Ogni ricetta diventa allora un atto di libertà simbolica e cucinare è un modo speciale per affermare la propria identità, per costruire relazioni, per continuare a mantenere un legame con i propri affetti e le proprie origini anche laddove tutto parla di annullamento, isolamento ed esclusione.
Come si prepara allora il “Pane della stanza 263”? Occorrono: un televisore, un’insalatiera, un manico di scopa, uno strofinaccio, una casseruola antiaderente, un vassoio da torta circolare e un fornellino. Per i “Cannoli siciliani” invece occorrono lattine di birra vuote, delle forbicine Chicco, un manico di scopa, un colapasta in plastica, una caffettiera, filo di cotone e un pezzo di formica. E così via per altre ricette e altri piatti. Il risultato è sempre meno importante della procedura stessa perché è quella la vera sfida, il vero tentativo di restare al mondo pur essendone esclusi.
L’oggetto di questo libro, per il suo incentrarsi sull’uso imprevisto e creativo degli oggetti quotidiani a fini relazionari, può forse inserirsi nell’ambito del design sociale. Ma allo stesso tempo questa narrazione così particolare risponde alla necessità di guardare alla storia dei detenuti “da angolazioni nuove” traducendo la condizione carceraria in “una forma letteraria tipica e unica” che ha senso per tutti, non solo per chi è dentro, ma soprattutto per chi è fuori. Queste ricette, infatti, non ci insegneranno a cucinare, sicuramente però ci insegneranno che ripensare le cose, il mondo, la nostra stessa vita a partire dal più banale oggetto quotidiano è possibile sempre. E nella maggior parte dei casi con risultati davvero buoni.
Loredana La Fortuna
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