“Non chiedetemi e non aspettatevi una chiara definizione del termine cosa […] Una email o la moda, un bacio, una foglia o un pacco di polistirolo, possono essere considerati delle cose?”. Inizia con questo prologo uno dei libri più famosi di Daniel Miller. Tradotto e pubblicato in Italia da Ledizioni nel 2013, il volume dal titolo originale Stuff, raccoglie e rielabora un lungo percorso di ricerca dell’antropologo britannico, professore all’University College London e tra i principali studiosi di “cultura materiale”. Un ambito anche questo difficile da definire, come egli stesso precisa: “l’ambito di studi sulla cultura materiale emerge piuttosto come un sostituto indisciplinato di una disciplina, comprendendo ricerche e osservazioni includenti, originali e qualche volta un po’ strane e non convenzionali”.

Quello di Miller, perciò, non è un libro che parla di cose, ma un libro che ci insegna a guardare le cose in modo diverso.

Il punto di partenza della sua argomentazione è una domanda apparentemente semplice: che cosa hanno a che fare gli oggetti con le persone che li possiedono, li usano, li desiderano? La risposta che Miller fornisce, però, non è affatto scontata. “L’argomento centrale di questo libro è un paradosso: il modo migliore per comprendere, descrivere e apprezzare la nostra umanità è attraverso un interesse verso la nostra imprescindibile materialità”. Gli oggetti, intende dire l’antropologo, non sono soltanto ciò che abbiamo intorno, al contrario contribuiscono a costruire il modo in cui siamo e viviamo. Gli oggetti ci creano nella stessa maniera in cui noi creiamo loro.

Siamo abituati a pensare alle cose come a qualcosa che sta fuori di noi, possediamo una casa, indossiamo un vestito, utilizziamo un telefono, acquistiamo degli oggetti, ma in realtà non esistono, da una parte, le persone e, dall’altra, le cose. Esiste una relazione continua tra le une e le altre. Gli oggetti che scegliamo, quelli che utilizziamo ogni giorno e persino quelli ai quali attribuiamo un particolare valore raccontano qualcosa di noi, ma allo stesso tempo contribuiscono a formare le nostre abitudini, le nostre identità e le nostre relazioni.

“Gli oggetti […] ti aiutano gentilmente ad apprendere come si agisce con il mondo circostante in modo appropriato. Questa teoria dà forma anche all’idea che siano gli oggetti a creare le persone. Prima di avere la possibilità di creare degli oggetti, cresciamo e maturiamo alla luce delle cose lasciate dalle generazioni precedenti alla nostra”.

Per dimostrare la sua teoria dell’oggettificazione Miller guarda soprattutto alle cose ordinarie. I vestiti, per esempio, non sono soltanto qualcosa che copre il corpo o comunica uno stile. Attraverso il modo di vestirci costruiamo e modifichiamo la percezione che abbiamo di noi stessi e il modo in cui ci presentiamo agli altri. “Gli abiti non formano solamente la nostra superficie, sono in realtà quello che pensiamo di essere”.

La casa, allo stesso modo, non è semplicemente uno spazio da abitare. È un ambiente nel quale prendono forma relazioni, memorie, gusti e identità. “Per studiare gli oggetti dobbiamo stare dove gli oggetti si trovano. Proprio lì, nel soggiorno, nel bagno, nella camera da letto e nella cucina. Questi sono i luoghi dove è vissuta la maggior parte della vita moderna. Le famiglie sono create nelle camere da letto e spesso proprio nelle camere da letto avvengono i divorzi. Memorie e aspirazioni si trovano nelle fotografie e nei mobili”.

Attraverso cellulari, carte da parati, scarpe con il tacco, ciotole e conchiglie, il libro attraversa contesti geografici e culturali molto differenti tra loro, da Trinidad all’India, da Madrid a Londra, e proprio attraverso gli oggetti cerca di capire la specificità delle relazioni tra persone e cose in forme di vite sociali differenti.

Di certo, dopo aver letto questo libro di Miller, è difficile considerare un oggetto come qualcosa di puramente funzionale e non interpretarlo invece come una parte essenziale della nostra esperienza del mondo. Per un’antropologia delle cose è dunque un libro di antropologia, ma non soltanto per gli antropologi. È una lettura arguta e curiosa per chiunque voglia capire meglio il rapporto che intratteniamo con ciò che ci circonda. Perché di fatto una maggiore comprensione degli oggetti materiali può portare ad una maggiore e più profonda conoscenza delle persone.

Loredana La Fortuna