Tutto è cominciato dalla lettura di un articolo pubblicato sulla rivista Lucy sulla cultura. La scrittrice irlandese Megan Nolan che ci parla di desiderio. Scrive: “Penso a un uomo con cui sono uscita per un breve periodo, che era oggettivamente più bello… I miei occhi lo guardavano con interesse e il mio cervello sapeva che era fuori dalla mia portata, ma c’era una sorta di profonda resistenza fisica in atto. C’era un odore intorno alla sua bocca… Quando sono innamorata ed eccitata, la bocca dell’uomo emana un odore profondo e terroso che è delizioso, e mi fa venire voglia di farlo mio”. Che il desiderio sia un odore terroso a me come lettrice non basta, ma fa niente.

L’autrice ha partecipato al Miu Miu Literary Club, “Politics of Desire” presso il Circolo Filologico di Milano. Il primo del ciclo di tre incontri era dedicato ad Annie Ernaux. Come tutto questo, le pornostar di OnlyFans, citate da Nolan, e le loro sfide si intrecciano alla storia ed ai libri di Ernaux non lo so certo, ma le premesse sinceramente mi sorprendono. Sul desiderio possiamo dire molto di più che è caos naturale, la spudoratezza non è una sfida, il contrario della vergogna non è il racconto compiaciuto ed emancipato della propria banale intimità, l’audacia non è una statistica di penetrazioni, che la ricerca di una verità non è la ricerca di visibilità. Il puritanesimo forse in questo caso è solo uno spettro per chi altrimenti rischia di essere completamente irrilevante. Non stiamo rompendo alcun tabù, stiamo solo servendo al mercato esattamente ciò che il mercato vuole: l’illusione di una trasgressione che non disturba nessuno. Torniamo al contesto: l’incontro al circolo filologico, in occasione della passata Milano design week.

Questo bookclub voluto da Miuccia Prada convoglia professioniste tra i trenta e quarantacinque anni, che si muovono tra culture e lingue diverse, con una solida preparazione umanistica, una identità digitale ben curata ed un impegno nel femminismo e nella riscoperta delle sue icone. Gli ingredienti sono nomadismo culturale, generazioni urbane, molta arte visiva e agenzie letterarie che curano il posizionamento dei libri nel dibattito pubblico. Tutto perfetto per creare un evento letterario che si trasformerà in un momento di assoluta tendenza e coolness contemporanea. Un giornale con il suo inserto culturale che legittima l’operazione e la fa diventare un capitolo della storia culturale contemporanea. Chapeu!

Spulcio le foto postate su Instagram da partecipanti e organizzatrici. Il libro è diventato un oggetto estetico, un complemento d’arredo, qualcosa che esibiamo per darci anche un tocco di intellettualità: un  nuovo feticcio. Ma questo era già così da un po’ di tempo. Alla deriva si è aggiunto un capitolo nuovo. Gli eventi culturali addirittura filologici eventi che si allestiscono attorno ai libri e alla letteratura sono diventati happenings glamour, in cui tutto è very tasteful, amazing and well curated in atmosfere molto stilose con la paletta cromatica squisita, tra velluti di quel verde che è una sfumatura in più così in armonia con quel viola che un tempo chiamavamo vinaccio, un po’ art deco ma rivisitato. Un’esperienza estetizzante totale. Si leggono anche stralci di libri veri, da Simone de Beauvoir a Annie Ernaux, da Alba de Céspedes a Sibilla Aleramo, li leggono attrici dalla dizione perfetta, e una piccola biblioteca curata da una delle femministe contemporanee più interessanti, Rosy Braidotti, che offre il fondamento accademico e teoretico a tutta l’operazione (la sua intervista sul desiderio tra personale e politico nel podcast di Silvia Nucini è sicuramente la parte più interessante). Tutto impeccabile. E le ospiti del panel così tirate a nuovo in un look giovanile, decontracté ma curatissimo. E la platea applaudisce all’intonazione read so beautiful e per gli ospiti internazionali il giro in centro, falling in love with the city, Milano che lo ospita. Pubblico selezionatissimo che esibisce qua e là una borsa o un grembiulino del famoso brand la cui direttrice è diventata anche anfitriona e filantropa. Cosa c’entra Ernaux con tutto questo? Proprio i testi più politici e radicali vengono appoggiati su un tavolino di marmo sotto il brand di moda lasciato accanto così apposta? Purtroppo l’intellettualità è diventata un uniforme di classe.

Un’amica si è chiesta ed ha chiesto quale spazio resta al libro come dispositivo culturale? Cosa ha a che vedere la letteratura con questa gentrification dell’intelletto? Il dispositivo culturale viene disinnescato, è la mia risposta. Il libro non urla più, arreda. È la vittoria del Camp. Il libro è un brand per riconoscersi tra simili. Abbiamo trasformato la letteratura in un bene di consumo “veloce”, un fast-intellectualism che predilige il packaging alla durabilità del pensiero. Questa è la direzione, lo conferma la nomina di Dua Lipa (la cantante che ha il suo bookclub, Service95 e podcast annesso, con appuntamento al bar De Vie, Parigi, secondo arrondissement, tutto sulla newsletter, più lista dei suoi spot preferiti a Parigi)  a curatrice di uno dei più importanti festival di letteratura, il London Literature Festival. Tutto in nome della trasversalità delle arti, e di una cultura che vorrebbe trascendere i generi, applicata però in modo piatto e superficiale, non dal di dentro ma come forma che si traduce nelle stesse persone, le icone, che occupano tutto lo spazio oramai ridotto a lifestyle e good vibes.

Ma, come direbbe Orsola de Castro, il problema, anche con la moda non è il possesso, è la disconnessione. Preferisco pensare alla letteratura e al lavoro culturale come un lavoro di rammendi, un gruppo di persone prese a caso, non scelte  con la lente della visibilità. La letteratura (ed il pensiero) è qualcosa che si logora, che si annota, che si rammenda con la riflessione. Il dispositivo culturale non sta nell’evento glamour, ma nella nostra capacità di “abitare” quel libro, di riconoscerne la provenienza. Lo spazio del libro resta quello della resistenza alla velocità.

Un libro è radicalmente fuori moda.

Silvia Acierno

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