L’esordio nel romanzo di Valter Manunza, scrittore livornese di origini sarde, è stato pubblicato in ottobre da Arkadia Editore. La storia segue il percorso di Damiano Fortuna durante la sua partecipazione alla maratona di New York, e contemporaneamente, a ritroso, quello della sua crescita e formazione, partendo dal momento in cui, ancora bambino, ha avuto l’agnizione di un suo essere “fuori luogo” all’interno dello stesso nucleo famigliare di appartenenza. Come già tutto nel suo nome, il destino di Damiano sfila davanti a noi in parallelo alla gara, con un traguardo che pare prefissato, quello di seguire una traiettoria di ascesa culturale, sociale e di consapevolezza, che lo porti a riscattarsi dalla gabbia della vita di periferia, e all’interno di una famiglia dove le sue ambizioni non sono comprese.
Nei capitoli dedicati alla gara sfilano i quartieri della Grande Mela percorsi da migliaia di partecipanti divisi in “waves”, turni-ondata, che dal ponte di Verrazzano arriveranno nel migliore dei casi a Central Park. Sfilano le varie figure di preparazione e incitamento, sfilano gli abitanti accompagnando la linea azzurra che è dipinta sul selciato: un tracciato ideale, il migliore, ma quando e come è possibile fare il tracciato migliore, nella vita come in quella corsa? La città che non dorme mai è viva nel racconto, pulsante del suo fascino e delle sue contraddizioni. Damiano, il bambino inquieto – smessi gli abiti già usati dal fratello e i lavoretti che portino qualche soldo in tasca per stare al passo coi ragazzi dei quartieri buoni – è ora un adulto con ambizioni realizzate, che quella città l’ha vissuta per formarsi professionalmente, l’ha conosciuta nel suo splendore e nella sua illusorietà. È un uomo pronto ancora a una svolta, un uomo colto che ha raccolto gli stimoli dello zio Alceste, presenza famigliare discreta che ha accompagnato la sua formazione, ed è stato l’esempio a cui guardare per sfuggire al proprio ambiente di nascita. Ma gli abiti di sartoria, le auto importanti, le relazioni nell’alta società non hanno ancora cancellato l’impronta interiore di chi non sa davvero quale sia il proprio posto nel mondo. Fortuna sa valutare non solo con l’intelligenza e la preparazione, ma anche con il cuore, quello che una “madre” senza nome ha sempre e comunque tenuto aperto verso questo figlio così diverso, che sa gestire persino parole difficili, così estranee al vocabolario di lei.
L’identità del protagonista può essere frutto della sua volitività? Può essere scritta solo nel girare della ruota, negli incontri e nelle occasioni, nell’indole da vincente o nella capacità di saper perdere? E i luoghi, in che modo conservano una memoria di ciò che vi è stato vissuto? La grande metropoli e la piccola città bastardo posto si fronteggiano, mentre Damiano impara a fuggire verso la montagna, e nella disciplina della corsa che lo abitua a misurare le energie e a spostare più lentamente le asticelle, nella sfida della vita.
Lo stesso atteggiamento volitivo del protagonista si può riconoscere nello scrittore, che plasma le sorti della storia narrata partendo da una forte consapevolezza di lettore e dallo studio approfondito delle tecniche di scrittura, dimostrando di saper dosare gli strumenti appresi per ottenere un racconto equilibrato ed elegante nella forma senza rinunciare a dotarlo di una propria originalità, e di un’anima. Un debutto pieno di sorprese e di emozioni quindi, che può incontrare il favore di una larga fascia di lettori senza deludere quelli più esigenti.
Anna Bertini
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