Quando ho preso in mano Sephir e altri racconti, la sua stessa struttura mi ha subito incuriosito: non è un romanzo, ma una raccolta di racconti brevi — alcuni davvero minimali — che esplorano una varietà sorprendente di stili e atmosfere. Da favola a racconto allegorico, dalla narrativa “classica” alla fantascienza: questa eterogeneità è al tempo stesso il punto di forza dell’opera e la sua scommessa più ambiziosa.
Il tema centrale, presente in quasi tutte le storie, è quello del tempo che scorre: le occasioni mancate, il rimpianto, il desiderio di ricominciare. Giordana sembra interrogarsi su cosa significhi vivere davvero il presente, ma anche su quanto il passato pesi su di noi — non solo come memoria, ma come energia (“rottami”: momenti che non possiamo davvero ricuperare, ma che continuano a riverberare). Questo senso di malinconia si alterna spesso con una nota di speranza, come se l’autore, pur riconoscendo le ferite del tempo, non volesse arrendersi al pessimismo. In una delle sue dichiarazioni, Giordana afferma di aver voluto far prevalere “la dimensione della speranza”.
Dal punto di vista stilistico, Giordana gioca molto con la forma. Ci sono racconti molto brevi, quasi aforistici, e altri più lunghi e sviluppati. Questa varietà rende la lettura dinamica e imprevedibile, ma al contempo richiede una certa attenzione: non tutti i racconti sono “facili” in senso classico, e spesso la semplicità apparente nasconde una profondità filosofica ma anche un concetto di assurdo, quel gioco che molti autori fanno con le parole, per dire una cosa sottendendone altre dieci.
In particolare, il racconto che dà il titolo alla raccolta “Sephir “ mi ha colpito: il suo protagonista, un lupo, è simbolo di fiducia e rinascita, il cuore ideale della sua raccolta. Il fatto che un animale, con tutta la sua carica mitica , diventi protagonista di un racconto così umano è un gesto narrativo molto potente che nasconde anche un sentimento, quello dell’empatia, del raccordo tra la realtà e la fantasia, del sogno nel suo significato più intrinseco.
Leggendo il libro, percepisco che Giordana scrive non solo per intrattenere, ma anche per riflettere: ogni racconto sembra un piccolo laboratorio esistenziale. In alcune interviste ha detto di aver scritto il primo racconto durante la pandemia, “sperimentando vari stili” per sé stesso. Questo traspare nei testi: non c’è l’ambizione di piacere a tutti i lettori, ma piuttosto la volontà di esplorare idee, emozioni e contraddizioni.
Inoltre, l’arco temporale di tutta la raccolta è molto ampio: i racconti vanno dall’epoca preistorica a un futuro lontano, come se Giordana stesse tracciando una sorta di “storia dell’umanità” a partire dalle sue paure, speranze, cicatrici. Questa prospettiva amplia la portata emotiva dell’opera: non sono solo micro-storie, ma frammenti che compongono un mosaico più grande.
A mio parere la diversità stilistica tiene alta l’attenzione: non ci si annoia, perché ogni racconto ha una voce propria.
Il bilanciamento tra malinconia e speranza è ben dosato: non è un catalogo di rimpianti, ma un invito a “guardare avanti”, anche se il passato pesa e i temi esistenziali sono trattati con delicatezza, senza forzature retoriche: Giordana riesce a sondare domande profonde senza risultare “pesante”.
Per me Sephir e altri racconti è stata una lettura “rallentata”: non l’ho divorata di fretta, perché non volevo perdere le sfumature. Mi ha fatto riflettere su come viviamo il tempo, su quante occasioni lasciamo scivolare, e su quanto il presente sia contemporaneamente un dono e una sfida.
Consiglio questo libro a chi ama la narrativa riflessiva, i racconti che non sono solo storie ma meditazioni su vita, tempo e speranza. Non è una lettura “leggera” nel senso superficiale, ma non è neanche ardua come certi saggi filosofici: sta in mezzo, con eleganza.
Se sei disposto a “perderti” tra mondi diversi, stili differenti e personaggi simbolici, Sephir e altri racconti può davvero darti qualcosa di più di una semplice storia: un’occasione per interrogarti e, forse, per guardare il tuo stesso cammino con occhi nuovi.
Patrizia Puccio

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