Con Nella carne David Szalay costruisce il ritratto di un’esistenza che sembra prendere forma più attraverso gli eventi che attraverso le scelte. La vita di István comincia nell’Ungheria dell’adolescenza, tra solitudine, violenza e un rapporto precoce con una donna adulta, e prosegue attraversando carcere minorile, guerra, lavori marginali, fino a un’improvvisa ascesa sociale a Londra che modifica le condizioni materiali ma lascia intatto il nucleo opaco della sua interiorità. Il movimento della storia non segue la traiettoria della redenzione: procede piuttosto per urti, deviazioni, occasioni impreviste, come se il corpo, il caso e la Storia agissero insieme nel determinare il corso di una vita.
Ciò che colpisce è il modo in cui Szalay sceglie di raccontare questa traiettoria. La scrittura resta essenziale, trattenuta, aderente ai fatti più che alle spiegazioni. Le motivazioni rimangono spesso in ombra, e proprio da questa zona non illuminata nasce la forza del romanzo: il lettore si trova a ricostruire senso, emozione, responsabilità mentre procede nella lettura. In una conversazione recente l’autore ha parlato dell’impossibilità di spiegare davvero la carne, cioè l’esperienza vissuta nella sua dimensione più concreta e irriducibile alle interpretazioni. Questa idea attraversa tutto il libro e lo rende un luogo di esposizione più che di analisi.
La parabola di István tocca questioni profonde della maschilità contemporanea, del desiderio, della violenza, del rapporto con il denaro e con il potere, senza trasformarsi in una dimostrazione teorica. Il personaggio resta in parte indecifrabile, attraversa classi sociali e scenari storici mantenendo una distanza da sé che produce insieme attrazione e inquietudine. Intorno a lui si muove un’Europa che cambia, e questo sfondo storico entra nella narrazione come una forza concreta, capace di modellare destini individuali senza bisogno di essere esplicitamente commentata.
Leggendo Nella carne rimane soprattutto una percezione fisica del tempo, del modo in cui gli anni si depositano sui corpi, sulle relazioni, sulle possibilità. La storia di István assume allora una qualità quasi emblematica. La scrittura di Szalay accompagna questo movimento con precisione silenziosa, lasciando che siano i fatti e la loro densità a generare significato.
Arrivati all’ultima pagina, ciò che resta è la sensazione che una vita possa essere osservata da vicino senza venire chiusa dentro una spiegazione, e che proprio in questa apertura continui a respirare.
Lo scrittore ungherese-britannico David Szalay con questo suo sesto libro ha vinto Booker Prize, il prestigioso riconoscimento letterario britannico che premia le opere di narrativa in lingua inglese.
Lea Iandiorio
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