All’origine del ragionamento c’è la questione ambientale e le trasformazioni sociali globali ad essa connesse. “Le grandi questioni ecologiche continuano di fatto a emergere con evidenza nell’ambito dei wicked problems” scrive Marco Manfra in Design eco-sociale. Coesistenza, presenza, corrispondenza (Meltemi, 2026). Vale a dire che le grandi problematiche ambientali si pongono oggi come impossibili da risolvere poiché qualunque soluzione prospettata non fa altro che aggiungere altri elementi al problema senza di fatto mai risolverlo del tutto.
Temi come la tutela ambientale, la difesa dell’ambiente, la protezione delle risorse sono ormai costantemente dibattuti, ma la sostenibilità mainstreaming di fatto si limita a rintracciare soluzioni temporanee e contingenti. È come cercare il cerotto più efficace e resistente possibile, senza mai di fatto curare davvero la ferita. Già perché curare questa ferita vorrebbe dire ripensare completamente i nostri sistemi economici e produttivi.
“Più che una transizione ecologica verso una produzione a bassa intensità materiale, si continua ad assistere ad una produzione ad alta intensità di materiali considerati sostenibili, compostabili, leggeri che conserva intatta la logica di accumulazione tipica della contemporaneità. L’industria, mediante una riattrezzatura improntata su logiche adattive, non rinuncia al proprio modello espansivo, perpetuando una dinamica, estrattiva e mercantile, che permane ipnotica e insostenibile”.
Le cose che ci circondano, le cose che compriamo, le cose che desideriamo, certo sono bio, green, riciclabili ma restano sempre e comunque prodotti di un’industria che punta al massimo profitto a discapito di tutto il resto. Ambiente compreso. E questo perché “oggi la questione centrale non è tanto il mercato in sé, quanto l’egemonia culturale che esso esercita e perpetua nell’immaginario contemporaneo, ovvero l’idea, introiettata e normalizzata, che il benessere consista essenzialmente nella capacità di possedere, accumulare e consumare beni mercificati”.
Per questo motivo, secondo Manfra, per rende meno wicked il problema della sostenibilità occorrerebbe prima di tutto “demitizzare il tecnocentrismo”, cioè iniziare a prendere atto che la sola innovazione tecnologica non può essere sufficiente a risolvere le crisi contemporanee, poiché “il tema supera la sola dimensione tecnica o ambientale, arrivando a investire l’intera radice del produrre”. O meglio l’intera radice del vivere e dello stare al mondo.
Se dunque è davvero il cambiamento quello che si cerca, occorrere prima di tutto ripensare i bisogni fondamentali che muovono le nostre esistenze contemporanee e, contro l’individualismo che è alla base del sistema capitalistico, servirebbe poi riscoprire i legami umani, unici dispositivi realmente capaci di generare trasformazione sociale e cura dell’ambiente.
Bisognerebbe cioè passare dal fare produzione al fare progetto. A fare design.
In questa prospettiva, è chiaro che il design stesso si configura come qualcosa di molto diverso da quello a cui comunemente pensiamo. È una procedura etica, culturale e politica una pratica di senso e un dispositivo critico capace di intervenire nella complessità del presente. Per questo Marco Manfra lo definisce design eco-sociale.
“Il progettista eco-sociale non è colui che impiega tutta la sua tensione creativa e professionale nel fornire una risposta personale a problemi di pochi, ideando autonomamente spazi e oggetti, ma è prima di tutto un attento osservatore che stimola e struttura, il progredire inesorabile di istanze spontanee, dando forma a realizzazioni collettive socialmente e ambientalmente preferibili”.
Il design, dunque a confronto con il mondo, recupera la sua essenza primaria di attività progettuale e diventa uno strumento per immaginare nuovi modelli di relazione tra umano e ambiente, per promuovere forme di giustizia sociale e per interrogare criticamente i sistemi produttivi e di consumo.
C’è una parola che ritorna insistentemente nelle pagine successive, quelle in cui Manfra mostra una serie di esempi di design eco-sociale ed è “comunità”, intesa come bene comune e come cooperazione. La comunità è la vera forza generativa del mondo e il design è quello strumento che di fatto può e deve costruire ponti culturali e immaginari condivisi. Le pagine dedicate al “design di comunità” sono avvincenti e ispiratrici, soprattutto quando raccontano di quanto il design possa fare la differenza in contesti marginali creando modelli alternativi di gestione delle risorse, pratiche locali e forme di attivismo territoriale.
Tra i tanti progetti citati in proposito c’è Talking Hands, realizzato a Treviso dal designer Fabrizio Urettini. Un laboratorio permanente di design, moda e artigianato autogestito da progettisti e gruppi di rifugiati provenienti per lo più dall’Africa subsahariana. Qui non solo si co-progettano abiti, tappetti e oggetti, ma si condividono esperienze, valori, linguaggi, competenze tecniche e patrimoni culturali attraverso un design che è azione relazionale e contestuale. Recupero, riuso, ripensamento sono alla base di oggetti nuovi e pieni di senso. Il risultato è una sostenibilità reale, ecologica e sociale insieme. È tutela, protezione e valorizzazione.
In contesti come questo il design “oltrepassa i confini del mero esercizio tecnico, configurandosi come pratica civica, in linguaggio condiviso idoneo a plasmare nuovi luoghi di riconoscimento e coesione”. E non è difficile comprendere che é è solo così che il design può cessare di essere uno strumento al servizio della produzione capitalistica di oggetti e servizi e diventare un “dispositivo relazionale, sociale e culturale, che restituisce dignità ai contesti, facendo della giustizia il proprio principio operativo e aprendo varchi verso possibilità ancora inedite e inesplorate, collettivamente immaginate e negoziate”.
Loredana La Fortuna
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