Chiara sorride e vuole mangiare l’erba. La sua pelle bianca sa di fiori e muschio. Ci mordiamo le braccia per rubarci un pezzo di torta. Mi toglie un seme incastrato tra i denti, lo lecca e poi me lo infila in bocca con la lingua. Prendo una birra e prendo una birra e prendo una birra e prendo una birra e prendo una birra e prendo una birra e ancora prendo una birra. Tutto è sfocato tranne Chiara che è rimasta con gli occhi ice e la pelle neve incollata al mio braccio mentre la gente si affolla davanti al bancone del bar. Le infilo una mano dentro l’orlo dei pantaloni e allungo il braccio come a prendere qualcosa e dentro le mutande tutto il bagnato di lei monta. Emergo da questo piccolomondofica e un piccoletto chiede i caffè e l’amaro, prendo i soldi con le dita che sanno di labbra di Chiara umide e poi conto come un film di narcotrafficanti. Lei accende la sigaretta è la numero 17 del pacchetto e sono le 23.23 orario perfetto per un’altra erba masticata. Lo stomaco è un acido di frutta tipo Goleador andata a male. Tutti si muovono davanti a noi come in un video degli Skunk Anansie che passa su MTV alle ore 14.23 quando torniamo da scuola.

Chiara si butta per terra sopra le borse accatastate, lascia le braccia in aria con la peluria bionda uscire dall’ascella e lecca il braccio guardandomi. Francesco che non ha mai smesso di guardarci da lontano ora si siede e la pizzica così forte e lei ride mostrando il braccio Blu Matisse. Ride e dice Blu Matisse. Finisce tutto e andiamo a casa, questi i piani. Non posso andare a casa dice Chiara. Chiudiamo tutto e andiamo da te dice Chiara. Sono le 28.35 e andiamo da me. Quando chiudo la macchina neo-patentata mi accorgo che è appena uscito dal sedile posteriore Francesco e vuole sbatterci sul tappeto persiano di madre. Si toglie la maglietta e rimangono le pieghe di grasso divorato dopo anoressia potente della solitudine e del lavoro dal fruttivendolo. Vuole fare il cantante, avere una band e ogni mattina pesa le banane alle signore già in fila alle otto. Io prendo folle la mano di Chiara e la metto in bocca, poi spingo forte la porta e giriamo la chiave, unite le dita. Chiuso il maschio intrappolato urla con toni di minaccia la sega imminente e la montata di latte sul divano con coperta di padre. Chiara si struscia sulla porta e abbassa i pantaloni, nella mia testa pensieri umidi, lingue e salive, cani guardoni e dalla bocca aperta. Il braccio sbatte sulla porta e Francesco urla ad ogni colpo. Lei ride e io le corro giù veloce con la lingua a taglio. Mi sputa in un occhio. Mi alzo di scatto e la prendo per il collo. Lei inizia a pregare con le parole dei Depeche Mode sulla lingua e apre le gambe con mutande di pizzo viola tese come tiro dell’arco e Marina Abramović e tutta arte, libertà, qui e ora e pulsione e vita e mi piscia sopra le scarpe Converse nere. Si sente ansimare da dietro la porta, immagino la bava che si infila dentro il buco della serratura riempire tutta la stanza come schiuma Ghostbuster. Immagino Francesco ricoperto di tutte le cose che ha ingerito e vomitato in questo anno bulimico pieno di nebbia padana, anziane donne e claustrofobia cattolica. Giriamo tutti così come in un valzer, io Chiara e Francesco e ho dentro la testa tutti i morti del mondo, ho dentro le mani tutti i vivi del mondo. Finiamo addosso alla libreria e la  blondicegirl mi pizzica i capezzoli da sotto la maglia, come mollette di legno le dita. Tutto è sfocato tranne lei che è rimasta con gli occhi ice e la bocca molto porno star diva. Ha un seme tra le labbra d’erba acida e dura. Lo poggia come un fiore con la lingua sul mio ombelico. Mi accorgo che tremo e non smettono nella testa e tra gli scaffali della libreria in loop gli sguardi di tutti come in un video verde giallo di MTV, solo che non siamo fantocci, ma esseri umani eccitati, siamo tutti eccitati. Leggi e sei eccitato. Hai gli occhi rosso albeggianti e le mutande bagnate. Ci chiami puttane, siamoletuestramaledetteputtane, molto sensuali taglia prima e terza, aliene della passeggiata post pranzo domenicale in famiglia, vomito dell’ultimo anno di liceo di professore di matematica avvezzo al nove da dare solo a minigonna inguinale e mutande filo interdentale. Ci chiami troie, siamo le tue troie, oh cristo siamoletuestramaledettetroie doppio spritz bevuto al bar dei cinesi con indosso ancora casco del motorino e alcol che scivola da dentro la visiera. Siamo nebbia fitta e diciottenni ubriachi alla guida con macchina di papà operaio catena di montaggio acqua San Benedetto. Noi, cavalle selvagge di una spiaggia francese di cui non ricordo il nome su cui hai lasciato il segno delle palle post nuotata.

Irene Sinopoli

Decifrare Destroy
L’esplosione di Fluo. L’implosione di Destroy.
Perché (ri)-leggere Fluo della Santacroce se nel 1995 avevi poco più di trent’anni (e ti stavi separando)