C’è qualcosa di ipnotico in Diamante di Aldo Boraschi. Come nella danza popolare in cui ogni coppia ha un nastro da intrecciare attorno al palo di maggio, ognuno ha un ruolo, quasi una maschera; è una coreografia di personaggi che si muovono “col passo incerto di chi aspetta qualcosa”, mentre altri come stelle fisse sembrano immobili in lontananza. “Vite a mezz’aria”, le chiama Valerio Varesi nella postfazione.
Al centro della storia c’è il destino di Raul, il padre di Diamante e il marito di Isabel. La sua scomparsa è il telaio su cui vengono tese le storie di tutti. Nessuno è mai davvero solo o perso nel triangolo delle Bermuda che dalla Lunigiana tocca Caracas e Londra. C’è movimento, tensione verso l’altrove, ma c’è anche il senso delle radici e del legame con la propria terra. È un mondo insieme antico e contemporaneo. Le ribellioni possono avvenire anche tra le mura di casa, le battaglie contro dipendenze o sensi di colpa possono trovare una loro distensione. C’è chi porta rassegnazione, chi fiducia; come se alle mancanze di uno sopperisse un altro.
“È questa urgenza di custodire, di salvare il frammento di mondo in cui si vive che differenzia questo romanzo rispetto al filone mainstream delle storie familiari” ha scritto Saverio Simonelli nel proporre il libro tra i candidati al Premio Strega.
A Diamante non serve mandare tutto all’aria per crescere, vive in una realtà che è stata già detonata, in tutti i sensi. L’evoluzione è interiore e trova forza nella fortuna di avere un’amica in grado di difenderla dalle ingiustizie, nel coraggio di aprirsi all’amore paziente di un uomo gentile, nella consapevolezza che il passato si può integrare nel proprio presente.
Al diamante, la pietra più dura, fa da contraltare la fragilità del biscotto spezzato, immagine che ritorna spesso nel libro. “Questa non è una storia d’amore. È un tentativo.” Così si legge sulla quarta di copertina, sopra l’immagine di un biscotto Bucaneve in una pozzanghera. Il Bucaneve, seppur a pezzi, è come se restasse intero al centro dei cerchi concentrici che si formano nell’acqua; nel libro il biscotto è paragonato a un cuore spezzato e l’immagine sembra suggerire che c’è modo di trovare completezza nonostante i pezzi mancanti. Chissà perché proprio i Bucaneve… Forse perché sono un prodotto così longevo da essere riconoscibile. Mi piace pensare però che l’autore volesse aggiungere un’ulteriore chiave di lettura, perché il ricordo si compone anche delle piccole scelte quotidiane, di quei “dettagli inutili” solo in apparenza. Potrebbe anche essere un rimando al fiore bucaneve e ai suoi molteplici significati: simbolo di vita, speranza e purezza, conforto per Eva dopo la cacciata dall’Eden, lacrima bianca per la morte di Icaro, eppure velenoso e secondo alcune superstizioni presagio di separazione dai propri cari. Tutti temi presenti e protagonisti nel libro.
Se la storia è una danza, il linguaggio è a tratti teatro e a tratti poesia. L’autore sfuma geografie che è come se presentassero ognuna il proprio sapore di malinconia; maneggia le parole e le metafore come fosse un impasto di ingredienti variegati e dosi azzardate: il piatto è riuscito.
La parola “tentativo” è indicativa dell’atmosfera del romanzo, c’è lo sforzo, c’è la ricerca di risoluzione. C’è l’incertezza di chi non sa come riparare; forse perché a volte riparare è impossibile e si può solo lasciare il posto a chi può ricostruire. Soprattutto si trova rassicurazione: per uno che scappa, ci sarà sempre un altro che resta; per uno che muore, ci sarà sempre un altro che nasce.
Gloria Anna Folcio
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