Un libro unico nel suo genere che cattura il lettore fin dalla prefazione nella quale l’autore, in un modo per certi versi molto simile a quello di Italo Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, si rivolge al fruitore del libro per illustrare la genesi del racconto.
A mio parere il vero protagonista del racconto è il viaggio, e il percorso di lettura del volume è stata un esperienza di viaggio, un terzo viaggio che si va ad aggiungere quelli dei personaggi della narrazione, un percorso affascinante ricco di incontri con personaggi e situazioni a tratti paradossali, come si legge a pagina 79 “e questo è l’immenso vantaggio di scrivere o leggere un libro, qui può succedere davvero di tutto”, insomma un po’ come accade nella vita di ogni persona.
Confesso di essermi avvicinata a questo volume con un po’ di timore, forse legato anche ai colori scuri della copertina sulla quale si staglia il mezzo busto di un giovane uomo il cui corpo è segnato da numerose crepe che paiono sigillate con la tecnica del Kintsugi. Una volta aperto il volume il riferimento alla giornata internazionale della Logica, presente sulla seconda di copertina da un lato ha aumentato la mia curiosità e dall’altro mi ha un po’ intimorito.
Come spesso mi accade ho cercato conforto nelle ultime pagine del libro (no, questa volta sono stata brava e non mi sono spoilerata il finale) dove guardando l’indice ho scoperto che alcuni capitoli avevano un titolo preciso e altri semplicemente un numero, fatto che non ha fatto che accrescere la curiosità nei confronti del volume che avevo tra le mani.
Come in tutti i viaggi che si rispettino, superati i primi indugi, mi sono immersa nella lettura e ho fatto la conoscenza dei personaggi che abitano e animano questa storia: una carrellata di tipi umani delineati e caratterizzati in modo magistrale dall’autore a partire da Manuelo, il fattore che non è proprio un fattore, passando da Elviro, preciso e pedante economo di una struttura sanitaria, per arrivare al commissario Giacomo Fidelis e al misterioso Stazione Mariarosa e a Andrea Baleno la voce narrante femminile dei capitoli con un titolo preciso. Uomini e donne che si trovano a vivere avventure al limite del surreale, uomini e donne le cui vicende convergono e si uniscono nella ricerca di una misteriosa luce capace di far cambiare le loro esistenze.
Come in un arcobaleno che è bello nella completezza dei suoi componenti, sono tanti i generi che convivono felicemente nelle vicende di Elviro, Manuelo e Giacomo e in quelle del gruppo dei cercatori della luce, il giallo con il mistero da risolvere legato al ritrovamento di un dito, il rosa con i diversi accenni a relazioni di coppia, al viola con le situazioni comiche e paradossali che vedono al centro i “cercatori di luce”, al verde dell’avventura il tutto accompagnato da una “spruzzatina” di grigio o argento nel quale realtà e fantasia convivono.
Una narrazione che coinvolge i cinque sensi del lettore, nessuno escluso, dal gusto descrizione dei pasti luculliani del commissario Fidelis, all’udito, con i tre brani (Manuelo, la seconda sinfonia di Mahler e If on a Winter’s Night di Sting), passando per la vista con la minuziosa presentazione ad esempio dell’entrata dell’ospedale San Maurizio, per il tatto con il professor Fingerschnitt, e infine per l’olfatto con i sentori di aglio del giovane Gustavo.
Uno stile ricco di descrizioni mai noiose, un uso sapiente di moti arguti quali “la luce sta nella letteratura, per questo si dice pile di libri”, alternati a riflessioni più “serie” quali “la luce non va cercata, la luce e in noi. Pensate a questo fatto, guardatevi dentro e godetene”.
Dietro a un libro apparentemente leggero si nascondono e si aprono domande molto profonde, cos’è la luce Elviro, Manuelo, Stazione e gli altri personaggi cercano? Che la risposta sia nelle ultime parole prima dell’epilogo “Stazione è felice, ha uno scopo nella vita e un percorso da seguire. Percorso che sta disseminando di se stesso, ma un percorso gioioso e pieno di vita”?
Maria Crevaroli

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