“Non c’era progressione e non c’era sviluppo, non c’era passaggio da una fase a un’altra: solo una paralisi, una desolante distesa desertica di dolore che bisognava attraversare.”

Lei e Lui un tempo erano un “noi” ma adesso non lo sono più.

Lei è un’architetto, ha paura di fare progetti per il futuro e cerca qualcosa che non riesce bene a definire. Lui scrive saggi, sta con Lei da diversi anni e mai avrebbe pensato di trovarsi nuovamente single in un universo sentimentale che disconosce del tutto.

Vivono a Madrid ma potrebbero vivere ovunque perché la storia raccontata da Patricio Pron non ha nomi se non iniziali puntate, spie di racconti potenziali facilmente adattabili ad altri contesti; ma si impegna a delineare una speranza silenziosa riscontrabile in quel “domani” che capeggia nel titolo del romanzo in cui, alla fine di questa tempesta, di nomi ce ne saranno ancora e saranno nuovi.

Vincitore del Premio Alfaguara in Spagna e pubblicato in Italia da Sur per la traduzione di Francesca Lazzarato, Domani avremo altri nomi è un’autopsia di una rottura amorosa ma anche una separazione allo specchio che dispiega e scompone certezze per crearne a fatica di nuove, tracciando analogie e rimandi alle storie taciute di ognuno.

Quel “noi”, l’universo di Lui e Lei, è qualcosa che aleggia tra le pagine ma di cui sappiamo ben poco perché a emergere sono i giorni dell’abbandono e del “tutto da rifare” in cui la vita pare svolgersi per inerzia e il futuro, per la prima volta, proprio perché adesso inattendibile, appare d’un tratto possibile e perduto.

“Se avesse potuto avrebbe tagliato a metà il letto, il tavolo, tutte le sedie, gli scaffali, i bicchieri, le piante. Doveva esserci un modo per separare anche i ricordi…”

C’è un dolore pungente che si aggrappa alle parole fino a marcarle a fuoco. Un dolore improvviso che si insinua in una quotidianità compromessa e impegnata costantemente a giustificare l’assurdità necessaria dei rapporti umani. Un dolore uguale e sempre diverso che stanandoci inaspettatamente da soli, ci porta a far conoscenza di corollari di esistenza che sembrano rincorrere affannosamente la malsana condanna dell’attuale stare al mondo: sfuggire alla tristezza e alla solitudine; ridere sempre, anche dei guai, soprattutto di quelli; non attraversare il dolore ma vincerlo subito, nasconderlo, sotterrarlo, sostituirlo con racconti che si impegnano a essere più felici. La paura dello stare soli, del rimanere al cospetto della nostra stessa vulnerabilità è qualcosa da scacciare ardentemente, la censura autoimpostaci perché qualcuno non si esime dal ricordarci che occorre dimostrarci sempre felici. Occorre essere al di sopra del dolore, perché il dolore non esiste. Non deve.

E allora per vincere la mancanza, forse, ma soprattutto per sopravvivere alla constatazione che siamo tutti soli, imperfetti, fragili, incompiuti ci aggrappiamo a nuovi occhi, a nuove mani per dimostrare soprattutto a noi stessi che sappiamo farlo, che non abbiamo fallito, che possiamo ancora tutto.

L’amore, la coppia, diventa così un eloquio contro la nostra fallibilità, un’ossessione in bilico tra il bisogno di indipendenza e quello di stabilità. Un ammiccamento alla trasgressione e al desiderio di sentirci desiderati anche a parole, oggetti di un sogno che non può vivere alla luce del sole.

La rottura di Lui e Lei arriva a dirci, così, anche molto del nostro tempo: chat di incontri, statistiche di approccio, foto di peni in erezione in chat con uomini che nelle proprie biografie dei profili social si dichiarano “sensibili”, mogli e compagne nascoste, sms inviati di notte. Amici sposati con donne tiranniche, assoggettati e sviliti, che da un lato suggeriscono tenerezza come fossero vittime sacrificali di una femminilità che crede di imporsi con imperativi e dall’altro snervano perché nient’affatto determinati a liberarsi; i familiari, gente di un altro tempo talvolta “aliena”, che esortano a fare o non fare quello che loro hanno o avrebbero fatto, in un gioco di specchi nel quale ognuno cerca di riscattarsi da come gli sono andate le cose.

Ma dubitare di un amore non è mai disamore quanto più voglia di rimettersi in cammino con nuove scarpe e nuovi occhi perché poi, per forza di cose, bisogna girare la boa e capire se vale ancora la pena tenersi per mano.

Lo sa bene Lei che lascia Lui senza un reale motivo ma per quel dolore profondo che le cinge il ventre e le causa un nodo in gola costante, senza aspettarsi niente in cambio ma nella consapevolezza dolorosissima che continuare così sarebbe uguale a morire, irreversibilmente.

“Tutto questo aveva un nome ed era l’immenso desiderio di uscire da quella casa e di non tornarci più, non per Lui, che amava ormai in un modo semplice e un po’ inevitabile, ma per Lei, perché non poteva immaginare che le cose non sarebbero mai andate diversamente, che il tempo che rimaneva prima di invecchiare o morte, o di veder morire Lui, pensiero che la atterriva, sarebbe trascorso in quel modo abitudinario e mediocre, divorandoli.”

C’è una canzone che sintetizza con disincanto questa necessità, in cui Niccolò Fabi, che ne è l’autore, suggerisce che: “se normalmente è bello cercarsi è sano ogni tanto dimenticarsi, davvero”; forse proprio per esorcizzare la paura che la felicità sia tutta nel lento susseguirsi di gesti ed esternazioni (quando queste hanno ancora voglia di esserci) per arrivare a domandarsi se sia tutto qui o si possa costruire qualcosa di altro. Per sfuggire all’alienazione del bastarsi.

Lui per dimenticare Lei e quel loro “noi” strappa le pagine dei libri che avevano condiviso e comprato assieme. Cristallizza frammenti d’amore, li disperde. Lei si catapulta altrove. Si perde, si ritrova, si scopre diversa e si mostra cambiata. Entrambi sperimentano fondendosi in occhi nuovi che hanno la pretesa di sentirsi speciali… E poi? 

Domani avremo altri nomi, caratterizzato da una scrittura asciutta e profonda mette in scena una storia semplice ma non banale perché vera, attendibile, finanche consolatoria per certi aspetti. Perché siamo stati tutti Lei o Lui e vederci agire tramite il racconto di altre quotidianità in contesti non nostri, in luoghi che non ci appartengono ha il potere immenso dell’immedesimazione e del raffronto. Ci aiuta a perdonarci, a comprenderci, a rimetterci in gioco scoperchiando le nostre debolezze affinché non siano segnali di fallimento ma consapevolezze dalle quali ripartire.

Perché alla fine stare insieme è soprattutto avere il coraggio di sapersi dimenticare e affrontare il cambiamento: riaccettarsi diversi, cambiati, attraversati dal dolore e dalla vita, più risolti, al punto giusto di un cammino che magari è ancora possibile in due. Tendenzialmente, almeno.

Voltare pagina non deve essere confuso con il cambiare libro perché cambiare libro, senza che si abbia coscienza della precedente storia può essere finanche pericoloso.

L’incompiuto ritorna perché nasconde in sé il potere di quello che non si è provato ad affrontare e attraversare la tempesta è il solo modo per poter andare avanti. Non serve solo bloccare, bandire, cancellare ogni foto alla vista degli altri se davanti ai nostri stessi occhi e nel nostro silenzio continuiamo a vedere tutto.

Del resto anche Lui quei libri, amputati di una pagina su due capace di raccontare l’amore che lo ha unito a Lei, li conserva ancora, incompiuti e segnati, affinché si possa ritornare a dare un nuovo nome alle cose e a quel “noi” che lacera e intenerisce.

Se ne vale la pena, ovviamente.

Lorena Carella

Vai alla tua libreria di fiducia o sul sito Bookdealer
Oppure compra su Amazon