Famiglie, memoria, archivi, identità, generi ibridi e un presente che sembra aver perso le proprie coordinate. Abbiamo letto 47 dei 79 libri proposti all’ottantesima edizione del Premio Strega per provare a capire che cosa racconta oggi la narrativa italiana e quale idea di Paese restituisce.

Lo stiamo facendo di nuovo. Anzi, l’abbiamo fatto di nuovo.

Quando sono stati annunciati i 79 libri proposti all’ottantesima edizione del Premio Strega abbiamo ricominciato a leggere. Come lo scorso anno, senza l’ambizione di costruire una classifica parallela e con un interesse che, in fondo, riguarda il Premio solo fino a un certo punto.

La domanda che ci interessa è un’altra: che cosa sta raccontando oggi la letteratura italiana?

Quali storie ritornano con maggiore insistenza? Quale lingua scegliamo per raccontarle? Quanto spazio occupano l’io, la famiglia, la Storia? Quali forme narrative sembrano più vitali? E soprattutto: la narrativa italiana riesce a interpretare il presente e a immaginare il futuro?

A oggi il nostro percorso ha toccato 47 dei 79 libri proposti, più della metà dell’intera rosa. Una parte delle letture è stata realizzata dalla redazione di exlibris20, ma una parte ancora più consistente è stata affidata alle lettrici e ai lettori che ci seguono e che negli anni sono diventati parte della nostra community. È un lavoro collettivo, fatto di sguardi, sensibilità, età e competenze diverse, ed è proprio questa pluralità a rendere il nostro osservatorio particolarmente interessante. A tutte e tutti loro va il mio ringraziamento per aver raccolto la sfida con entusiasmo e responsabilità.

Molte recensioni sono già pubblicate su exlibris20, altre usciranno nei prossimi giorni e continueranno ad accompagnarci anche a settembre. Questo articolo, dunque, fotografa un percorso ancora aperto.

Lo scorso anno, in Scrivere oggi. Voci, ferite e finzioni della narrativa italiana contemporanea, avevamo individuato una letteratura viva ma stanca, molto concentrata sull’io, sul trauma e sulla memoria individuale. L’autofiction sembrava essere diventata una delle forme privilegiate per dare un nome al dolore e ricostruire una parte di sé.

Un anno dopo la ferita rimane, ma qualcosa sembra essersi spostato. L’io appare meno solo. Intorno tornano le famiglie, le genealogie, le generazioni, i territori, la Storia. Il passato continua a occupare uno spazio enorme, ma sempre più spesso la domanda non è soltanto «che cosa mi è successo?». Diventa: che cosa è successo prima di me e in che modo continua ad agire sulla mia vita?

La parola che potrebbe descrivere molta narrativa italiana del 2026 è forse ricomposizione. Si ricompongono famiglie, archivi, fotografie, lettere, identità e memorie. Si raccolgono tracce, si riportano alla luce vite dimenticate, si ascoltano i morti. E proprio qui nasce una delle domande che attraversano queste letture: mentre diventiamo sempre più capaci di raccontare ciò che siamo stati, quanto riusciamo a immaginare ciò che potremmo diventare?

La sestina finalista come lente sulla narrativa italiana

La finale dello Strega concentra molte delle tendenze presenti nell’intera rosa: I convitati di pietra di Michele Mari, Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci, La sonnambula di Bianca Pitzorno, Donnaregina di Teresa Ciabatti, Lo sbilico di Alcide Pierantozzi e Vedove di Camus di Elena Rui.

Cinque di questi sei libri sono entrati nel nostro percorso di lettura e permettono di guardare alla finale come a una lente d’ingrandimento sulla narrativa italiana di quest’anno.

Nel vincitore, I convitati di pietra, Michele Mari costruisce un dispositivo narrativo apparentemente semplice e quasi crudele: un gruppo di ex compagni di liceo lega il proprio destino a un fondo economico destinato agli ultimi superstiti. Il tempo diventa materia narrativa, l’amicizia si misura con la morte e il lutto viene contaminato dal calcolo. Il passato comune non consola: resta lì a contare chi manca.

La sonnambula di Bianca Pitzorno parte invece da una traccia minuscola, un ritaglio di giornale conservato per decenni, per ricostruire una Sardegna di fine Ottocento sospesa tra scienza, spiritismo, progresso e saperi femminili. Il passato diventa un laboratorio nel quale osservare una domanda ancora contemporanea: chi ha diritto di conoscere, interpretare e raccontare il mondo?

Con Donnaregina Teresa Ciabatti lavora sul confine instabile tra realtà e invenzione, mescolando intervista, autobiografia, non-fiction e romanzo, mentre Lo sbilico di Alcide Pierantozzi mantiene un legame più evidente con la tendenza autofinzionale osservata lo scorso anno: la malattia psichiatrica e l’esperienza personale diventano materia narrativa, sostenute da una ricerca linguistica nella quale trovare la parola esatta sembra coincidere con il tentativo di dare forma a qualcosa che continuamente sfugge.

Vedove di Camus di Elena Rui compie un movimento ancora diverso. Camus muore all’inizio del romanzo e, da quel momento, la storia appartiene alle quattro donne che gli sopravvivono: Francine Faure, Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès. Documenti, diari, biografie e materiali d’archivio costituiscono la base sulla quale interviene l’immaginazione, chiamata a riempire gli spazi che le fonti non possono raggiungere. La biografia dello scrittore si rovescia così in una domanda sulla memoria e sulla sua proprietà: a chi appartiene una vita dopo la morte? Alla moglie, alle amanti, agli eredi, ai lettori, alla letteratura?

Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci completa il quadro con un romanzo di ampio respiro che torna alla Grecia antica per avvicinare una figura apparentemente consegnata ai manuali scolastici. Prima di diventare Platone, Aristocle è un ragazzo segnato dalla morte del padre, dal rapporto con la madre e la sorella, dagli amori, dai viaggi e soprattutto dall’incontro con Socrate. La filosofia non viene separata dalla vita, dal corpo e dal desiderio: anche il cosiddetto amore platonico riacquista una dimensione più complessa, insieme intellettuale, sentimentale e fisica. Attraverso la voce dello “Straniero”, inizialmente onnisciente e poi sempre più presente nella vicenda, Nucci osserva dall’interno il filosofo senza rinunciare a metterne in luce contraddizioni e fragilità. La densità della scrittura e l’ampiezza della ricerca rendono incerta la distinzione tra romanzo, saggio e biografia romanzata, confermando una delle tendenze più evidenti della sestina: il ritorno al passato non come evasione, ma come modo per interrogare questioni ancora vive, dall’amore alla giustizia, dal rapporto tra pensiero e politica alla responsabilità individuale di fronte alla crisi della propria città.

Guardati insieme, i sei finalisti raccontano qualcosa di significativo. Il romanzo italiano riconosciuto dal Premio nel 2026 si muove con libertà tra autofiction, biografia, romanzo storico, documento e invenzione, ma quasi sempre parte da qualcosa che esiste già: una vita vissuta, una ferita, un archivio, un personaggio storico, un ricordo. Il gesto dominante sembra essere meno l’invenzione di un mondo nuovo che la necessità di interrogare e ricomporre un mondo perduto.

Famiglie, archivi e Storia: ciò che ereditiamo

Questa tendenza diventa ancora più evidente allargando lo sguardo agli altri libri letti.

Nel Figlio ostinato di Elisabetta Liguori tre generazioni si confrontano con talento, origine e destino; in La Canaria di Mara Fortuna memoria familiare, sorellanza, canto e Napoli diventano inseparabili; in La santa degli altri di Anna Voltaggio sono ancora le donne, le madri, le figlie e le assenze a costruire il filo che tiene insieme Palermo e le generazioni.

Chianafera di Orazio Labbate trasforma la genealogia in un labirinto oscuro, mentre Col buio me la vedo io di Anna Mallamo porta una ragazza a cercare nella storia familiare le radici di una violenza che la precede, facendo di parole, diari, rituali e oggetti quotidiani gli strumenti con cui riportare alla luce ciò che è stato nascosto. In Diamante di Aldo Boraschi una scomparsa tiene insieme vite disperse tra Lunigiana, Caracas e Londra e il passato, più che qualcosa da cancellare, diventa una realtà con cui trovare il modo di convivere.

La famiglia sembra così essere diventata il primo archivio della Storia. Vi ereditiamo molto più del patrimonio genetico: silenzi, colpe, vocazioni, paure, privilegi, modi di amare e idee sul mondo.

E la Storia torna continuamente, ma raramente sotto forma di grande affresco. Entra nelle vite e nei corpi. In Nessuna grazia di Cosimo Damiano Damato Gramsci e Pertini vengono restituiti alla condizione concreta della prigionia; Stelle cadenti di Laura Marzi racconta il tramonto di un sistema politico attraverso le sue conseguenze private; L’amica tedesca di Edith Bruck interroga la memoria della Shoah, mentre La rosa inversa di Maria Attanasio usa il passato per riflettere sul potere, sulla manipolazione della verità e sulla cancellazione della memoria.

Anche L’immensa distrazione di Marcello Fois nasce dalla morte di un uomo per aprire la storia di un’intera dinastia della bassa modenese e, dietro quella famiglia, far riemergere il Novecento italiano, il fascismo, le leggi razziali e le zone grigie di una generazione che consegna alle successive anche il peso delle proprie responsabilità. In Tu che non parli di Graziella Bonansea il dolore di tre donne si staglia invece sullo sfondo della guerra di Sarajevo e la struttura frammentaria del racconto sembra riprodurre il funzionamento stesso della memoria traumatica, in cui il silenzio può essere insieme rifugio e prigione.

La luce inversa di Mota porta questa riflessione sul terreno del trauma. Vanessa, Siddiq e Martin partecipano a un esperimento di regressione controllata che non serve soltanto a recuperare il passato, ma a riconoscere il momento in cui una ferita ha iniziato a determinare lo sguardo, le relazioni e l’identità. Il romanzo mostra così come il male possa sopravvivere a chi lo ha inflitto, trasformandosi in paura, rabbia o incapacità di fidarsi. Ricomporre significa separare la propria voce da quella del dolore, impedendo che la ferita diventi destino.

La narrativa sembra fidarsi meno delle grandi spiegazioni e molto di più delle conseguenze: una guerra diventa silenzio, una dittatura diventa paura, una legge razziale modifica il destino economico di una famiglia. La politica e la Storia entrano dalla porta di servizio e finiscono per sedersi a tavola.

Accanto alle persone ci sono poi gli oggetti. Fotografie, lettere, manoscritti, giornali, quaderni, libri. In L’invenzione del colore di Christian Raimo la memoria del padre si intreccia alla storia culturale e industriale del Novecento; in Dove cadono le comete di Vito di Battista sono le voci e i racconti tramandati a preservare una comunità; Riflessi inversi riapre una biografia conosciuta cambiando il punto di osservazione.

Il caso forse più emblematico è Il primo a prender fuoco fu Totò di Bruno Damini. Giuseppe Masotola, monsù Peppino, alla fine della propria vita decide di cancellarne le tracce, regala gli strumenti del mestiere e brucia fotografie, lettere, attestati e documenti. Il libro compie esattamente il gesto opposto, raccogliendo ciò che resta per ricostruire la vita di un uomo che aveva scelto l’oblio.

In fondo molti romanzi letti quest’anno sembrano fare proprio questo: opporsi alla scomparsa, rivendicando il diritto delle vite, anche quelle apparentemente minori, a entrare nel racconto.

Il presente c’è, ma è un presente spaesato

All’inizio di questo percorso avevo avuto l’impressione che il presente fosse quasi assente. Le letture successive suggeriscono qualcosa di diverso: il presente c’è, ma viene raccontato soprattutto come perdita di orientamento.

Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti porta in primo piano una generazione giovane alle prese con precarietà, futuro e appartenenza; AS3 di Valerio Callieri entra nel carcere femminile e nel lavoro educativo; Daddy di Nicola Gardini mette le forme contemporanee del desiderio in relazione con domande antiche sull’identità. Il frastuono del mondo di Sebastiano Martini usa il noir e un disturbo fisico per dare forma al rumore della memoria, mentre Adriatica di Massimo Gezzi concentra in una notte solitudini e possibilità di incontro.

Altre letture rendono il presente ancora più concreto. Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda porta nel romanzo migrazione, razzismo, disuguaglianze e identità diasporica attraverso le donne di una famiglia divisa tra Sri Lanka e Italia. La struttura polifonica e quasi a patchwork restituisce bene la sensazione di vivere con parti di sé che faticano a conciliarsi, mentre la marginalità o l’inadeguatezza delle figure maschili ritorna ancora una volta. Ma il romanzo pone anche una questione interessante sul rapporto tra narrativa e impegno: il desiderio di informare, documentare e denunciare è evidente e necessario, eppure in alcuni momenti rischia di prevalere sulla costruzione narrativa. È una tensione che riguarda una parte della letteratura contemporanea: quanto deve spiegare un romanzo? Quando la necessità politica di testimoniare rafforza la storia e quando, invece, corre il rischio di trasformarla in dimostrazione?

Nubifragio di Nicola Ravera Rafele racconta l’ansia generazionale e l’illusione del controllo fino al momento in cui una catastrofe naturale rende improvvisamente fragili le gerarchie sociali e le sicurezze costruite. La vita potenziale di Lavinia Bianco entra nella solitudine affettiva, nella compulsione e nella distanza dalla realtà prodotta anche dalla vita digitale; Vento in faccia di Marcello Cantoni guarda invece alla scuola e alle voragini emotive ed educative che sempre più spesso la narrativa affida alla figura, a volte quasi eroica, del docente chiamato a supplire alle fragilità dell’intero sistema.

Il libro che forse porta all’estremo la sfiducia nel presente è però La fine del mondo di Francesco Pecoraro. Il suo anziano protagonista vive in una realtà post-pandemica simile alla nostra, tecnologizzata, inquinata e percepita come irrimediabilmente disumanizzata. Guarda il nuovo millennio con la nostalgia di chi continua a sentirsi profondamente novecentesco, aggrappato alle proprie abitudini e ormai convinto che il fallimento sia l’unica impresa della propria vita perfettamente riuscita. È una visione nichilista, priva di vere possibilità di riscatto, che sembra prolungare nel nuovo secolo la crisi degli ideali del precedente. Eppure proprio qui emerge un paradosso interessante: mentre il mondo raccontato si impoverisce e si decompone, la lingua di Pecoraro resta ricca, precisa, colta, capace di una scelta delle parole quasi chirurgica. Come se alla letteratura spettasse almeno il compito di salvare la lingua da quella stessa decadenza che sta raccontando.

Il futuro, in questo paesaggio, appare con maggiore evidenza quando entrano in scena i giovani o quando si costruisce una relazione capace di rompere la solitudine. Accade in L’interno delle nuvole di Fabio Andina, dove il vuoto lasciato dalla generazione dei genitori viene in parte colmato dal rapporto tra bambini e nonni; accade in Vento in faccia, nonostante tutti gli interrogativi sulla rappresentazione della scuola; accade persino nel più irregolare Il detective sonnambulo di Vanni Santoni, dove mistero, cultura pop, arte, criptovalute e utopia convivono dentro una storia in cui un gruppo di personaggi prova a immaginare che gli equilibri del mondo possano ancora essere modificati.

Forse il futuro, nella narrativa italiana di quest’anno, appare proprio quando l’io smette di bastare a se stesso.

La crisi del maschile e una lingua che cambia

Dentro questo presente spaesato emerge anche un’altra ricorrenza: la fragilità delle figure maschili.

Padri assenti o ingombranti, figli incapaci di emanciparsi, uomini anziani che non si riconoscono più nel proprio tempo. In Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre di Simone Lisi un libraio-scrittore decide di trasformare in romanzo la storia degli aborti vissuti dalla madre negli anni Settanta, ma finisce per rivelare soprattutto la propria incapacità di comprenderla e raccontarla. Ne emerge una sorta di inetto contemporaneo, una versione millennial dell’inetto novecentesco, circondato da donne che sembrano guardare con maggiore lucidità alla sua ambizione narrativa e al suo bisogno di fare dell’esperienza materna una propria storia.

In Acqua sporca sono soprattutto le donne a portare il peso della migrazione e della sopravvivenza; in La santa degli altri, La Canaria e Col buio me la vedo io sono genealogie femminili a custodire e trasmettere la memoria; in Vedove di Camus un uomo celeberrimo scompare all’inizio per lasciare il centro della scena alle donne che devono fare i conti con ciò che di lui resta. Più che una tesi definitiva, è una ricorrenza significativa: mentre le identità femminili vengono raccontate nel loro movimento e nella loro trasformazione, molti uomini sembrano comparire proprio nel momento in cui il modello che li ha definiti entra in crisi.

Anche il modo di scrivere questa crisi merita attenzione. La narrativa italiana del 2026 mostra una grande mobilità di forme e registri. Donnaregina mescola intervista, autobiografia e non-fiction; L’arca di Noè di Enzo Fileno Carabba usa il mito e la favola; Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni sta tra memoir, diario di viaggio e riflessione sulla letteratura. L’ombra di Kafka di Andrea Alba è insieme romanzo di formazione, thriller filologico e gioco metanarrativo, usando il Millennium Bug e una falsa traduzione di Kafka per interrogare il passaggio dal mondo analogico a quello digitale e l’instabilità del confine tra vero e falso.

Il genere sembra dunque funzionare sempre più come una porta d’ingresso che come una gabbia.

Più complessa è la questione della lingua. Una parte dei romanzi lavora per sottrazione e cerca una prosa limpida, essenziale; altrove la parola torna a essere molto visibile e diventa parte stessa dell’esperienza narrata. In Lo sbilico la ricerca lessicale si lega alla malattia, in Col buio me la vedo io la lingua è simbolica e sensoriale, in Ugo di Baldissera Di Mauro dialetti e diversi livelli dell’italiano costruiscono una narrazione corale. La fine del mondo mostra quanto una lingua ricca e precisa possa ancora produrre pensiero.

All’estremo opposto, Le interruzioni porta quasi tutto il peso del racconto sui dialoghi, avvicinando fortemente la lingua al registro parlato, fino a dare in alcuni momenti l’impressione di una scrittura pensata più per una sceneggiatura che per un romanzo. Non è un caso isolato: l’oralizzazione della prosa e la ricerca di un’immediatezza comunicativa sono sempre più presenti nella narrativa contemporanea. Possono produrre velocità, accessibilità e autenticità, ma pongono anche una domanda sulla capacità del romanzo di continuare a essere uno dei luoghi nei quali la lingua viene non soltanto riprodotta, ma messa alla prova, reinventata, arricchita.

Forse la vera distinzione, allora, non passa tra lingua semplice e lingua complessa, ma tra una lingua necessaria e una lingua intercambiabile. La scrittura funziona davvero quando sembra impossibile separarla dalla storia che sta raccontando.

Ricomporre il passato per prendere posizione nel presente

Dopo queste letture, la sensazione è che la narrativa italiana del 2026 sia meno chiusa nell’io rispetto a quella che avevamo osservato un anno fa. La ferita personale rimane, ma intorno a quella ferita è tornato il mondo. Sono tornate le famiglie e le generazioni, la Storia e i territori, le comunità e i conflitti, insieme alla consapevolezza che nessuna esistenza individuale può essere raccontata davvero senza fare i conti con ciò che l’ha preceduta e con il contesto nel quale si trova a vivere.

È forse per questo che la memoria occupa uno spazio così grande. Ricostruire una genealogia, riportare alla luce una vita cancellata, interrogare un archivio o raccontare una donna rimasta ai margini di una biografia ufficiale significa anche domandarsi chi abbia avuto il diritto di lasciare traccia e chi sia stato escluso dal racconto. In questo senso la memoria è già una questione politica, perché ogni volta che la letteratura decide chi riportare al centro e quale storia sottrarre all’oblio sceglie anche un modo di leggere il presente.

La politica, infatti, raramente entra in questi romanzi dalla porta principale. La incontriamo nelle conseguenze: nella famiglia che porta ancora il peso del fascismo e delle leggi razziali, nel corpo segnato dalla guerra, nella donna che emigra e scopre che cambiare Paese non significa necessariamente trovare appartenenza, nel carcere, nella scuola, nelle differenze sociali, nella crisi climatica, nella precarietà delle relazioni. È una politica che abita le vite prima ancora delle idee e mostra quanto le grandi trasformazioni collettive finiscano sempre, prima o poi, dentro una casa, una relazione, un corpo.

Forse proprio qui la narrativa italiana del 2026 mostra il suo tratto più interessante. Dopo anni nei quali l’io sembrava occupare quasi tutto lo spazio disponibile, molti romanzi tornano a interrogare la rete di responsabilità nella quale viviamo: quanto siamo responsabili delle colpe di chi ci ha preceduto, che cosa dobbiamo alle generazioni che verranno dopo di noi, quanto della nostra libertà dipende dal luogo in cui siamo nati, dalla famiglia, dal genere, dal denaro, dalla possibilità di studiare, partire o restare. Sono domande politiche anche quando vengono formulate dentro una storia d’amore o un romanzo familiare, perché riguardano il modo in cui una società distribuisce possibilità, privilegi, memoria e futuro.

Rimane una tensione evidente: la letteratura italiana sembra ancora molto più sicura quando racconta ciò che è stato che quando prova a immaginare ciò che potrebbe essere. Il Novecento esercita un’attrazione fortissima e, quando il presente entra con decisione, porta spesso con sé spaesamento, disuguaglianza, solitudine e perdita di coordinate. Persino la letteratura più esplicitamente impegnata sembra a volte oscillare tra la necessità di raccontare e quella di spiegare, come se di fronte alla complessità del nostro tempo il romanzo sentisse anche la responsabilità di fornire al lettore gli strumenti per comprenderlo.

È forse questa la questione che rimane aperta alla fine del nostro percorso. Quale idea di Paese emerge dalle storie che scegliamo di raccontare? Un Paese ancora impegnato a fare i conti con il proprio passato, attraversato da disuguaglianze che cambiano forma senza scomparire, nel quale le vecchie appartenenze si indeboliscono mentre le nuove faticano a diventare comunità; un Paese che guarda con inquietudine alle trasformazioni tecnologiche, ambientali e sociali del presente e che sembra possedere ancora poche parole condivise per nominare il futuro.

La letteratura non ha il compito di offrirci soluzioni, né credo debba necessariamente trasformarsi in uno strumento di denuncia per essere politica. Può fare qualcosa di altrettanto necessario: rendere visibili le fratture, rimettere in discussione le versioni ufficiali, restituire voce a chi è rimasto fuori dal racconto e complessità là dove il discorso pubblico tende a semplificare. Può ricordarci, soprattutto, che dietro ogni storia individuale esiste una storia collettiva e che persino ciò che siamo abituati a considerare privato (una famiglia, un amore, una malattia, un lutto) porta sempre con sé le tracce del tempo e della società in cui viviamo.

Forse è questo il cambiamento più interessante che possiamo riconoscere rispetto allo scorso anno: la narrativa italiana sembra tornare a guardare fuori dalla stanza dell’io, anche quando per farlo deve prima riaprire gli armadi di famiglia e gli archivi della memoria. Il passaggio decisivo sarà capire se, dopo aver ricomposto ciò che siamo stati, sapremo usare quelle storie anche per prendere posizione su ciò che siamo oggi e, soprattutto, sul Paese che vogliamo diventare.

Lea Iandiorio

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