“Le rivoluzioni non partono da grandi onde, ma da tante piccole gocce che si muovono nella stessa direzione”
Quando ho aperto la scatola contenente il libro scelto per me, sono rimasta di stucco.
Era un volumetto piccolo, apparentemente leggero, lontano dai libri a cui sono abituata. Non mi spaventano centinaia e centinaia di pagine, non lo hanno mai fatto.
Così, con tranquillità e forse un po’ di scetticismo involontario, mi sono ritrovata a leggere il primo racconto.
I motori della rivoluzione racchiude sei brani diversissimi tra loro, eppure collegati come un salto continuo tra passato e presente, tra Occidente e Oriente, come se ci fosse un unico filo che unisce ogni pensiero e, in questo caso, ogni rivoluzione.
Non è stato un viaggio così semplice. Ho letto le storie con calma, a volte fermandomi dopo un paio, per assimilare la ricchezza che ne derivava, il viaggio culturale che ne scaturiva.
I racconti di Elena Forno sono un abile mix di realtà e fantasia, sogno e follia, che mi hanno dato un po’ di speranza in questo periodo storico così pieno di distruzione. Perché le rivoluzioni partono dal piccolo e spesso sono i moti più silenziosi a cambiare il mondo.
Dopotutto se sono state fatte anche prima dei social, significherà pur qualcosa.
I racconti che scorrono tra le pagine, hanno come protagonisti figure mitiche, indimenticabili, a volte totalmente inventate dalla mente dell’autrice.
Nel primo, Violeta e Victor lottano per la sopravvivenza e sognano una vita diversa (no, non è una sciocca storiella d’amore, neanche un po’), anche grazie alle figure laterali eppure determinanti di Alberto Granado e Ernesto Che Guevara. I due rivoluzionari, chiamati sempre e solo per nome, viaggiano su una Poderosa, una roboante moto che li accompagna in giro per un’Argentina dilaniata dalla dittatura. Tecnicamente, a voler proprio essere precisi, le date (e lo dice anche Elena) non coincidono nella realtà. Eppure… eppure la magia della lettura e della buona scrittura è proprio questa: far credere che sia possibile, quasi tutto, soprattutto l’improbabile.
Dall’America Latina ci spostiamo in Egitto in quello che forse è il mio spezzone preferito di queste 142 pagine. Qui siamo più vicini a noi come tempi. Qui c’è la contemporaneità. E qui, insieme ad una Ritmo gialla, che ho trovato davvero una scelta perfetta, incontriamo Khaled. Un personaggio incredibile, nato e cresciuto in un cimitero, intelligente e brillante. Uno di quei ragazzi venuti su dal niente economico ma che, grazie alla famiglia e al loro grande spirito, si sono costruiti una personalità, una maturità, un’anima che sa di vita piena. In poche pagine, si diventa amici di questo giovane egiziano che si rende conto che “c’è del marcio in Danimarca” e vuole e prova a fare qualcosa. Ma non da solo. Perché a volte serve che qualcuno ci apra gli occhi, perché quando siamo nella nostra confort zone è difficile vedere quanto sia fondamentale cambiare le cose.
Ed è cosi che Khaled, conosce un giovane studente italiano che lo apre a ciò che si può fare davvero, lo spinge ad essere la versione migliore di sé. E ho trattenuto il fiato quando ho letto il suo nome. Perché è stato immediato. Intenso. Un vero schiaffo in faccia: Giulio.
E poi si riparte e si vola in Cina, dove la protagonista è una biciletta. Il ciclista un postino. Il postino l’amico d’infanzia di Mao. Uno scambio di lettere tra i due vecchi amici, anche quando le idee politiche li hanno visti più lontani. Una storia raccontata tramite un’intervista fatta per caso, dall’autrice stessa, ad un ragazzo che dichiara di essere non solo il nipote del postino ma, soprattutto, il Ragazzo Sconosciuto di Piazza Tienanmen. Romanzata? Certo. E allora?
Funziona meno? Tutt’altro. Forno riesce a far battere il cuore del lettore anche se sa che ciò che sta leggendo è fantasia. Perché il Ragazzo Sconosciuto esiste davvero e ha davvero fatto la storia e riuscire a dargli un volto, un nome, anche se per pochi istanti, anche se non realmente, ti fa sperare che davvero il mondo possa cambiare.
Passiamo poi ad un mezzo di trasporto più grande e potente: l’aereo.
In realtà parliamo di quello che probabilmente è un monoposto ma sempre aereo è. Ed è quello di Antoine de Saint-Exupéry. L’autore di uno dei best seller più famosi del mondo è il protagonista di questa storia che sembra finire a Marsiglia durante la seconda guerra mondiale, ma inizia in Spagna nel periodo della guerra civile. Si parla di resistenza, di quella più dura e faticosa, iniziata dal francese anche grazie alla presenza di niente poco di meno che Federico García Lorca. Le due menti, secondo Forno, sono state anime affini prima di combattere insieme contro Franco. Dopo l’omicidio dello spagnolo, gli ideali di Saint-Exupéry non cambiano. Si sposta, ma l’idea della resistenza è radicata nel suo cuore. Tanto che inscena la sua morte proprio grazie al suo amato aereo precipitato al largo di Marsiglia per poi raggiungere con non poca fatica le colline piemontesi e combattere insieme ai nostri partigiani. Ho amato follemente il finale di questa storia: il richiamo alle mie terre, alle mie colline, mi ha fatto stringere il cuore.
Dopo il mediterraneo, come penultima tappa, c’è l’Irlanda. L’Irlanda in scuolabus in realtà. Forno ci regala uno spezzato della storia delle teste rosse, in piena crisi causata dalla presenza pesante dell’IRA. Questo, ammetto, è il racconto che ho sentito meno. Mi ha emozionato meno degli altri. Forse semplicemente perché ne conosco molto poco la storia di ispirazione, e mi scuso. Tuttavia, come tutto il resto del volume, l’ho letto molto volentieri e con piacere e ho trovato bellissima l’idea di uno scuolabus, donato grazie al Piano Marshall, reinventato come biblioteca. Il messaggio che sta al di sotto, ossia che la cultura, la conoscenza, sono sempre alla base di pensieri rivoluzionari che vogliono il meglio per il nostro mondo, è la cosa più importante e sarebbe da urlare a gran voce. E comunque… gli elfi dei boschi, come confermato da Forno, esistono.
Il viaggio de I motori della rivoluzione si conclude negli Stati Uniti. E credo che non ci fosse personaggio migliore, per chiudere questa storia, di Nonno George. Un ex cantate di coro gospel che si ammala di quella che si immagina abbastanza semplicemente come demenza senile o Alzheimer. Chi ha avuto esperienze con malati simili sa che a volte ricordano perfettamente cose successe decenni prima, ma non il tuo nome: ed è straziante. Eppure il nostro nonno George mantiene una sua integrità, una sua coerenza, una sua solidità, fino alla fine. E fino alla fine ha narrato la straordinaria storia della Underground Railroad, una ferrovia sotterranea che aiutava gli schiavi neri a scappare verso gli stati liberi e il Canada.
L’ha narrata come se la conoscesse, come se ne nascondesse il vero segreto. E il lettore, insieme al narratore che è il nipote, storce un po’ il naso su quei racconti, proprio per via di quella maledetta malattia, tuttavia… tuttavia, come ogni potteriano come me dice più spesso del normale “La magia è reale…”.
Elena Forno ci regala uno scorcio di cultura immenso.
La sua competenza storica si respira in ogni riga, in ogni pagina, in ogni racconto intrecciato che crea. La sua capacità di raccontare senza farlo davvero, facendoci vedere i grandi momenti storici da uno spioncino, quasi li stessimo spiando, è incredibile. È riuscita a creare dei personaggi incredibilmente reali che sono frutto della sua meravigliosa mente, unendoli a pezzi di storia che hanno cambiato il mondo.
La scrittura chiara, ben presente a sé stessa e mai scontata, rende questo volume decisamente più spesso rispetto alle pagine reali che ha. Attenzione, non è mai pesante o noioso ma è forte, reale, poco edulcorato, mai banale. Difficilmente è un libro che si legge con superficialità o senza soffermarsi su alcuni passaggi, sottolineando certi momenti, apponendo post-it a memento di immagini strabilianti.
Forno è una scrittrice. E si vede. Si respira cultura e saggezza ma anche voglia di trasmettere un pensiero critico, un desiderio di lasciare un messaggio con semplicità ma onestà intellettuale.
Leggendone poi la biografia, alla fine del libro, ho sorriso scoprendo che in realtà siamo colleghe. E, francamente, il primo pensiero è stato: “Cavolo [non era proprio questa la parola ma ho dovuto trattenermi NdA] interpretare uno spettacolo scritto da lei deve essere incredibile!”.
I motori della rivoluzione è, insomma, un libretto di 142 pagine, così pregno di ideali, sogni, viaggi spirituali e fisici, desideri di cambiare il mondo, che sembra non finire mai. Credo che, la cosa più bella, sia che spinga a rileggerne anche solo qualche stralcio a caso, ogni tanto.
Così, come per ritrovare un po’ di pace nel caos che ci circonda.
Susanna Nuti

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